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L’app per recensire le persone

di Caitlin Dewey – Washington Post

Si chiama Peeple, permetterà di recensire chiunque, come già facciamo con ristoranti e alberghi, e al Washington Post fa un po' paura

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Possiamo già valutare online ristoranti, alberghi, cinema, corsi universitari, politici, agenzie governative e movimenti intestinali: quindi la cosa più sorprendente di Peeple, un nuovo servizio che potremmo descrivere come uno Yelp o Tripadvisor per le persone, è che nessuno finora avesse avuto il coraggio di lanciare un prodotto del genere.

Quando l’app di Peeple sarà disponibile, probabilmente verso la fine di novembre, si potranno dare recensioni da una a cinque stelle di chiunque si conosca: i propri ex partner, i colleghi, il signore anziano che vive nella casa accanto. Non ci si può escludere: una volta che qualcuno mette il tuo nome su Peeple, resta lì a meno che non ci siano violazioni delle condizioni del servizio, e d’altra parte già oggi nessuno può impedire a nessuno di scrivere online un’opinione sul proprio vicino di casa, a patto di rispettare le leggi su diffamazione, ingiurie, eccetera. E non si possono cancellare recensioni negative o parziali: farebbe venire meno il principio stesso dell’app.

Immaginate che ogni interazione sociale che avete mai avuto sia improvvisamente aperta allo scrutinio della rete. Come spiega Julia Cordray, una delle fondatrici di Peeple, «le persone fanno tantissime ricerche quando devono comprare un’auto o in generale prendere una decisione. Perché non fare lo stesso tipo di ricerca anche per altri aspetti della vita?». Questa, in poche parole, è la presentazione che Cordray fa della sua app, quella che ha fatto per gli investitori privati e i venture capitalist della Silicon Valley. La società ha raccolto fin qui investimenti per 7,6 milioni di dollari.

Cordray è una donna spumeggiante e tosta, con una laurea in marketing e due società che si occupano di assunzioni e selezione del personale: secondo lei non ci sono buone ragioni per non voler mostrare online il proprio carattere. La co-fondatrice di Peeple, Nicole McCullough, pensa all’app anche con una prospettiva diversa: come madre di due bambini che vive in una zona dove non sempre si conoscono i vicini, voleva uno strumento che la aiutasse a decidere di chi fidarsi.

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Vista l’importanza di questo tipo di decisioni, Peeple ha regole piuttosto rigorose, come Cordary ricorda in modo veemente se qualcuno le dice che l’app può essere usata per bullizzare o umiliare qualcuno. Per scrivere una recensione di qualcuno bisogna avere 21 anni, un account Facebook e usare il proprio vero nome. Inoltre bisogna confermare di conoscere la persona che si vuole recensire in una di queste tre categorie: professionale, romantica, personale. Per aggiungere al database qualcuno che non è mai stato recensito, bisogna avere il numero di cellulare di quella persona.

Le recensioni positive vengono postate immediatamente; quelle negative invece vengono tenute da parte per 48 ore in caso ci siano dispute a riguardo. I profili delle persone che non sono registrate al servizio, e quindi non possono contestare eventuali recensioni negative, mostrano solo le recensioni positive. Inoltre Peeple ha vietato una serie di cattivi comportamenti, inclusi volgarità, sessismo e le discussioni che riguardano malattie e in generale condizioni di salute.

«Siamo due imprenditrici empatiche che lavorano nel mondo della tecnologia: vogliamo diffondere amore e positività e operare con tatto», spiega Cordray. Sfortunatamente per le milioni di persone che potrebbero presto trovarsi come soggetti (o forse oggetti) non consenzienti dell’app, non sembra che Cordray abbia considerato alcuni problemi piuttosto importanti, come il consenso, l’accuratezza, la parzialità e il problema fondamentale di voler assegnare voti alle persone. Per citare il filosofo ed esperto di tecnologia Jaron Lanier, Peeple è indicativo di un tipo di tecnologia che dà valore “al contenuto di informazioni della rete, piuttosto che alle persone” e che è così ossessionato dalla percepita grandiosità dei cosiddetti crowd sourced data – grandi masse di dati raccolti da grandi masse di utenti – da non vedere i danni che può fare alle singole persone normali.

Da dove iniziamo, parlando di questi danni? Non c’è modo in cui i voti di Peeple possano mai riflettere accuratamente i tratti di una persona. Anche togliendo di mezzo gli aspetti soggettivi e di personalità, tutte le app di rating da Yelp a Rate My Professor – che permette agli studenti di dare voti sugli insegnanti – hanno mostrato problemi simili: la gran parte di quelli che fanno recensioni sono quelli che amano o odiano l’oggetto della recensione. Come hanno mostrato alcuni studi su Rate My Professor, le recensioni riflettono più i pregiudizi del recensore che le oggettive abilità del recensito: su RMP i professori che gli studenti considerano attraenti ottengono in media voti più alti e, in generale, uomini e donne vengono valutati con criteri totalmente diversi. “I voti degli studenti non riflettono direttamente e chiaramente il lavoro fatto, ma sono un misto di sentimenti di affetto e di apprendimento”, ha scritto l’accademico Edward Nuhfer nel 2010.

Ma almeno i voti degli studenti hanno un fondamento logico ed economico: hai pagato tanti soldi per seguire certi corsi e quindi sei giustificato e qualificato per valutare quella transazione. Peeple suggerisce invece un modello in cui chiunque è giustificato nel valutare qualsiasi persona incontrata, qualsiasi sia o sia stata la loro relazione.

Il servizio è intrinsecamente invadente anche quando offre recensioni positive, ed è oggettificante e riduttivo nel modo in cui lo sono tutte le recensioni online. Non bisogna sforzarsi troppo per immaginare lo stress e l’ansia che un sistema del genere potrebbe causare su una persona un po’ insicura. Non è solo l’ansia di essere molestato o calunniato, ma anche la sensazione di essere guardato e giudicato in ogni momento: un’oggettificazione a cui non hai dato il tuo consenso. Dove prima avresti potuto vedere un appuntamento romantico o l’incontro con un docente come faccende private, Peeple le trasforma in eventi pubblici: tutto quello che fai può essere giudicato, pubblicizzato e registrato.

«È un feedback! Puoi usarlo a tuo vantaggio», dice Cordray entusiasta. Questo tipo di giustificazione, tuttavia, non ha funzionato così bene per le app simili che ho provato finora. Nel 2013 un’app chiamata Lulu prometteva di dare potere alle donne facendole recensire i loro appuntamenti con gli uomini – e fare lo stesso con gli uomini, lasciando che potessero vedere i loro punteggi. Dopo tantissime critiche – “inquietante”, “velenoso”, eccetera – il servizio aggiunse un’opzione per potersi cancellare e un anno dopo diventò ancora più rigido, permettendo di recensire solo le persone che avevano deciso di iscriversi all’app. Al momento quella che era la più controversa startup tecnologica del 2013 è poco più di una piccola app per appuntamenti.

È possibile che anche Peeple si trovi davanti un percorso così difficile: in linea con la filosofia radicale del suo servizio, però, Cordray ha promesso di accettare tutte le critiche e i feedback. Se i primi tester della versione beta chiederanno un’opzione per abbandonare del tutto l’app, per esempio, dice che ritarderà il lancio ufficiale e la aggiungerà. Se gli utenti non si sentiranno a loro agio a dare voti a parenti e amici, forse Peeple proverà a diventare un’app professionale: una specie di via di mezzo tra Yelp e LinkedIn.

«Non è importante se c’è più gente a cui piacciamo o a cui non piacciamo: quello che conta è quello che le persone dicono su di noi», dice Cordray a un avventore di un bar nel decimo episodio dei suoi video che presentano l’app. È una cosa stranamente distopica da dire a uno sconosciuto in un bar: nel futuro di Peeple, sta dicendo in pratica Cordray, il modo in cui ci descriverà una folla amorfa online stabilirà chi siamo.

© 2015 Washington Post

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