Sotto Milano il diluvio

Il testo di Michele Serra sulla storia delle acque milanesi che sarà presentato in uno spettacolo con Lella Costa al Festival sulla "Buona Pianta"

di Michele Serra

(Lapresse)
(Lapresse)

È in corso in questi giorni a Milano il festival che si chiama “A seminar la buona pianta“, dedicato alla natura e all’ambiente vegetale: il festival si è spostato quest’anno dal Trentino a Milano, affidando al suo nome adesso anche un gioco di parole tra botanica e topografia, dal momento che i suoi eventi – mostre, corsi, spettacoli, passeggiate, incontri – si svolgono in posti e percorsi diffusi sulla cartina della città e in rapporto coi suoi luoghi verdi e costruiti.
Sabato alla Sala Napoleonica del Palazzo di Brera ci sarà l’anteprima dello spettacolo con Lella Costa “Sotto di noi il diluvio“: un’opera sulla storia di Milano e dell’acqua di Milano, con musiche di Fabio Vecchi e un testo di Michele Serra, di cui questo è un estratto.

Chissà, il rombo profondo delle fabbriche di Sesto San Giovanni, come si ripercuoteva nelle viscere di Lombardia, dentro e lungo la falda freatica, in quei limi e quelle ghiaie sommerse. Fino a dove arrivava, per le sue vie sotterranee, impercepibile in superficie, quella musica? Fino a dove si spingeva il rumore della fabbrica? A ridosso delle Alpi? Agli argini del Po? E lungo il grande fiume si scaricava a mare anche il frastuono?

L’industria lombarda l’ha bevuta, l’acqua del sottosuolo, per generazioni. Ne ha pompati da madreterra interi oceani, acqua quanta ne basterebbe per lavare le galassie, per abbeverare i viventi di ogni pianeta, per riempire ogni voragine e bonificare ogni deserto. Ogni giorno. Per anni. Pompe gigantesche risucchiavano l’acqua di falda. La usavano per raffreddare, lavare, temprare, levigare. La usavano per controllare e domare il fuoco, mutare le incandescenze in forme solide, azionare meccanismi a pressione, muovere pistoni, inondare vasche, trascinare resti di lavorazione nelle loro cloache tenebrose.
Quando le fabbriche sono diventate gusci vuoti, ancora più immense allo sguardo perché il vuoto, lo sai, è come il silenzio, ti fa misurare la mancanza di quello che prima c’era e ora è improvvisamente sparito, immagina una cattedrale senza altare, senza arredi, senza panche, senza confessionali, senza quadri, senza affreschi, senza vetrate, senza preti, senza fedeli, senza preghiere, senza niente, dico NIENTE… allora sì che ti accorgi di quanto è immensa, quella cattedrale…

Quando le erbe e le piante infestanti, gli ailanti, le robinie, le clematidi, le edere, le gramigne, le ortiche, i piscialetto hanno cominciato a tingere di verde i piazzali vuoti, a rompere piano piano la crosta abbandonata di quegli asfalti, di quei cementi, e poi i loro semi portati dal vento attraverso i vetri rotti sono entrati in fabbrica e in ogni fenditura del pavimento hanno germogliato, e vegetando vegetando hanno di nuovo confuso nel caos della natura le linee ordinate del lavoro umano…
Quando niente era più rumore, niente era più fuoco, niente era più metallo, niente era più operaio, niente era più lavoro, niente era più niente, e le fabbriche solo un immane guscio vuoto e ammutolito, così ammutolito che potevi udire il fruscio di qualche bestia nascosta, i passi di qualche uomo clandestino… È allora che l’acqua, sotto Milano, ha cominciato a risalire di livello.

L’acqua è salita quanto basta per allagare almeno un paio di stazioni della metropolitana milanese: che senza le idrovore che la pompano via non potrebbe più funzionare, perché l’acqua scorre, là sotto, addosso alle pareti delle gallerie, fiancheggia i binari, sfiora gli ultimi gradini delle scale mobili. L’acqua giace, là sotto, allo stesso livello del passeggero che sta digitando sul suo Iphone e aspetta il suo treno. La suola delle sue scarpe è sulle rive di un oceano. E lui non lo sa.
L’acqua è salita quanto basta per riaffiorare all’aria aperta dalla bocca incolore di qualche fontanile, che la erutta silenzioso, metodico, tra i fili d’erba pesta dell’umile incustodita campagna che fa da bordo alla metropoli. È solo un piccolo sfiato ma è come quando vedi in mare, a miglia di distanza, il soffio della balena che ti rivela quanto vigorosa e vasta sia la vita, là sotto. È il segno puntiforme di una forza ubiqua e irresistibile. Le sorgenti di pianura sono più sorprendenti, più inattese di quelle dei monti e dei rilievi, perché sgorgano senza una ragione apparente, non favorite dalla pendenza e dallo scorrimento delle acque verso valle. Sgorgano dal basso, contro la forza di gravità, come se il loro sgorgare dipendesse da una misteriosa energia interna.

È grazie ai fontanili di acqua risorgiva che l’agricoltura lombarda ha costruito la propria fortuna. La tecnica delle marcite, ora quasi in disuso, consentiva tra i sei e i nove tagli d’erba all’anno. Dislivelli di pochi centimetri bastavano a fare scorrere l’acqua per chilometri, irrigare campi, moltiplicare i raccolti. Gli agronomi e i contadini lombardi conoscevano giustezze da giocatori di biliardo, lavoravano su un panno verde di migliaia di ettari, badavano che l’acqua dei rivi e dei fossi, carambolando lentamente, raggiungesse ogni lembo di terra. Ne irrigasse ogni metro.
L’acqua è risalita, infine, quanto basta alla pianura lombarda per riconoscere se stessa: la propria natura, la propria consistenza. Quanto basta per chiederci se dobbiamo, sopra tutta quell’acqua, sentirci inquieti oppure rassicurati. Se quell’acqua ci minaccia oppure ci sorregge. Se sta per sommergerci oppure per trasportarci.

Sono ancora vivi certi vecchi milanesi che dicono di avere fatto, quando erano bambini, il bagno nelle rogge o nei canali che attraversavano la città; e ancora la attraversano, interrati per chilometri, invisibili come ladri. Raccontano, quei vecchi, di acque limpide, piene di pesci messi in fuga dai tuffi dei ragazzini. Ma il ricordo infantile monda ogni immagine dalle sue impurità. Limpide, proprio limpide, quelle acque urbane non sono mai state. La retorica di “quando c’erano i Navigli” è indulgente e fuorviante, come tutte le nostalgie. I Navigli erano fetidi anche quando le chiatte li solcavano e gli acquarellisti li riproducevano, inquadrandoli dagli stretti ponti di ferro che ancora oggi ne scavalcano i tratti emersi.

Fu il fascismo a decidere di coprire i Navigli, ed era la stessa intenzione benpensante che portò ad abbattere vecchi quartieri brulicanti e fatiscenti, a Roma e Milano, per fare posto agli ampi stradoni razionalisti. La decenza piccoloborghese non ama gli odori troppo forti, quelli che sanno di miseria, di fatica e di popolo. Milano non ha nascosto le sue acque per cancellare un passato di scie di argento, di prospettive pittoresche, di battellieri che salutano allegri dalla chiatta. Le ha nascoste per dimenticare le sue viscere e la sua puzza. Così come nell’Inghilterra vittoriana era volgare dire: pancia; nella Milano novecentesca era diventato volgare mostrare i Navigli…