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  • Cultura
  • mercoledì 26 agosto 2015

Migranti, rifugiati, profughi, richiedenti asilo

Una breve guida lessicale e al dibattito in corso sull'uso di queste parole: i rifugiati sono tutti migranti, ma i migranti sono tutti rifugiati? E i profughi?

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Una donna con il suo bambino in viaggio dalla Macedonia alla Serbia, 25 agosto 2015 (ARMEND NIMANI/AFP/Getty Images)

Parole come “profughi”, “rifugiati”, “migranti” e “richiedenti asilo” sono spesso usate (anche e soprattutto nelle semplificazioni giornalistiche) come sinonimi o comunque termini sovrapponibili: indicano in realtà situazioni tra loro legate, ma non coincidenti. Inoltre attorno alla questione c’è un diffuso dibattito “sociolinguistico” che ha coinvolto tra gli altri Al Jazeera, il Guardian e Le Monde, e in cui rientrano riflessioni politiche o di altro tipo.

Migrante
Viene spesso usato come un termine “ombrello”. Secondo un glossario dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, un’organizzazione nata nel 1951 e che collabora strettamente con l’ONU, a livello internazionale non esiste una definizione universalmente riconosciuta del termine. Di solito si applica alle persone che decidono di spostarsi liberamente per ragioni di “convenienza personale” e senza l’intervento di un fattore esterno. Questo termine si applica quindi a persone che si spostano in un altro paese o in un’altra regione allo scopo di migliorare le loro condizioni materiali e sociali, le loro prospettive future e quelle delle loro famiglie.

Migrante regolare e migrante irregolare
Un migrante è considerato regolare se risiede in un paese con regolare permesso di soggiorno, rilasciato dall’autorità competente; è irregolare invece se è entrato in un paese evitando i controlli di frontiera, oppure se è entrato regolarmente – per esempio con un visto turistico – ma è rimasto in quel paese anche dopo la scadenza del visto, o ancora se non ha lasciato il paese di arrivo dopo l’ordine di allontanamento.

Clandestino
Il clandestino è un migrante irregolare. In Italia si è considerati “clandestini” quando, pur avendo ricevuto un ordine di espulsione, si rimane nel paese. Dal 2009 in Italia la clandestinità è un reato penale. Nell’aprile del 2014 la Camera aveva approvato una legge sulle pene detentive non carcerarie e il sistema sanzionatorio che prevedeva anche l’abolizione del reato di clandestinità relativamente al primo ingresso irregolare in Italia. La legge delegava il governo a adottare una serie di decreti attuativi per rendere effettiva l’applicazione della legge, entro 18 mesi dalla sua entrata in vigore: i decreti non sono stati ancora emanati.

Rifugiato
Rifugiato non è un sinonimo di migrante perché ha un significato giuridico preciso. Nel diritto internazionale, “rifugiato” è lo status giuridicamente riconosciuto di una persona che ha lasciato il proprio paese e ha trovato rifugio in un paese terzo. La sua condizione è stata definita dalla Convenzione di Ginevra (relativa allo status dei rifugiati, appunto), firmata nel 1951 e ratificata da 145 stati membri delle Nazioni Unite. L’Italia ha accolto tale definizione nella legge numero 722 del 1954.

La Convenzione di Ginevra dice che il rifugiato è una persona che

«nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato».

Il rifugiato è anche una persona che

«essendo apolide e trovandosi fuori dei suo Stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti, non può o, per il timore sopra indicato, non vuole ritornarvi».

Lo status di rifugiato – visto che non è una condizione “esistenziale”, per così dire, ma giuridica – può essere “perso” se la persona ha volontariamente richiesto la protezione dello stato di cui possiede la cittadinanza; se ha volontariamente riacquistato la cittadinanza persa; se ha acquistato una nuova cittadinanza e gode della protezione dello stato di cui ha acquistato la cittadinanza; se è volontariamente tornata e si è domiciliata nel paese che aveva lasciato o in cui non era più andata per paura di essere perseguitata; se, «cessate le circostanze in base alle quali è stata riconosciuta come rifugiato, essa non può continuare a rifiutare di domandare la protezione dello Stato di cui ha la cittadinanza»: se, in pratica, la situazione nel suo paese è cambiata in meglio.

Richiedente asilo
Di questa categoria fanno parte coloro che hanno lasciato il loro paese d’origine e hanno inoltrato una richiesta di asilo in un paese terzo, ma sono ancora in attesa di una decisione da parte delle autorità competenti riguardo al riconoscimento del loro status di rifugiati.

Profugo
Si tratta di una parola usata in modo generico che deriva dal verbo latino profugere, «cercare scampo», composto da pro e fugere (fuggire). Il dizionario Treccani aggiunge qualcosa:

«Il rifugiato è colui che ha lasciato il proprio Paese, per il ragionevole timore di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità e appartenenza politica e ha chiesto asilo e trovato rifugio in uno Stato straniero, mentre il profugo è colui che per diverse ragioni (guerra, povertà, fame, calamità naturali, ecc.) ha lasciato il proprio Paese ma non è nelle condizioni di chiedere la protezione internazionale».

Anche se di fatto i due termini vengono spesso sovrapposti, è lo status di rifugiato l’unico sancito e definito nel diritto internazionale.

Apolide
Secondo la Convenzione di New York del 1954, l’apolide è una persona che non ha la nazionalità di alcun paese. La nazionalità è il legame giuridico che garantisce a ogni persona il godimento dei propri diritti: l’apolide è dunque destinato all’invisibilità giuridica e può incontrare difficoltà ad accedere alle cure sanitarie e agli studi; non ha accesso all’assistenza sociale, né al mercato del lavoro; non ha libertà di movimento; non può sposarsi. Vive una situazione di perenne irregolarità e può, di conseguenza, essere soggetto a periodi di detenzione amministrativa e ordini di espulsione.

Sfollato
Viene considerato uno sfollato una persona che pur avendo abbandonato la propria casa a causa degli stessi motivi dei rifugiati, o a causa di eventi eccezionali (carestie, per esempio), non ha attraversato un confine internazionale. La maggior parte degli sfollati non riceve protezione o assistenza internazionale.

Beneficiario di protezione umanitaria
Chi può ottenere una protezione umanitaria ma non è riconosciuto come rifugiato, perché non è vittima di persecuzione individuale nel suo paese ma ha comunque bisogno di protezione o assistenza: si tratta di una persona che se fosse rimpatriata potrebbe subire violenze o persecuzioni.

Il dibattito su queste parole
Il giornalista Barry Malone ha motivato la decisione di al Jazeera di non chiamare più “migranti” le persone che arrivano nei paesi europei attraversando il Mar Mediterraneo, poiché il termine esprime una distanza eccessiva e viene usato, in modo scorretto, per indicare persone che arrivano da paesi in guerra come Siria, Iraq e Libia e che sono in realtà dei “rifugiati”. A differenza del rifugiato, un migrante non è insomma un perseguitato nel proprio paese e, secondo la definizione maggiormente diffusa, può fare ritorno a casa in condizioni di sicurezza.

Una riflessione simile è stata fatta qualche tempo fa dal giornalista Mark Memmott sul sito di NPR, la rete delle radio nazionali statunitensi. Memmott, però, è arrivato a una conclusione opposta a quella di al Jazeera dicendo che tutti i rifugiati sono migranti, ma che non tutti i migranti sono rifugiati. L’UNHCR usa entrambe le parole, rifugiati e migranti, dicendo per esempio che «nel 2015, 292.000 rifugiati e migranti sono arrivati ​​via mare in Europa». L’uso dei due termini viene scelto anche da altre organizzazioni come Amnesty International o Human Rights Watch.

Sul Guardian viene invece messa in discussione la distinzione tra “expatriate” (letteralmente “espatriato”, in italiano, cioè emigrato) e immigrato: il primo termine (nonostante la definizione che ne viene data, e cioè quella di una persona che si è recata all’estero) viene riservato esclusivamente «ai bianchi occidentali che vanno a lavorare all’estero» mentre «gli africani sono immigrati. Gli arabi sono immigrati. Gli asiatici sono immigrati». Le due parole vengono cioè caricate, spesso implicitamente, di un significato razzista: se un bianco va a vivere all’estero è un expat, se la stessa cosa la fa un nero è un immigrato.

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