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  • Mercoledì 12 agosto 2015

La storia dell’affondamento del Kursk

Il 12 agosto 2000 affondò un grande sottomarino russo: morirono più di cento persone, 20 di loro per asfissia dopo ore, e la Russia fu molto criticata

Il sottomarino Kursk nella base di Vidyayevo (STRINGER/AFP/Getty Images)
Il sottomarino Kursk nella base di Vidyayevo (STRINGER/AFP/Getty Images)

Il 12 agosto del 2000 il sottomarino russo K-141 Kursk affondò nel mare di Barents, a nord della Russia, a causa di due esplosioni durante un’esercitazione militare. Morirono tutti i 118 membri dell’equipaggio: la maggior parte morirono poco dopo l’esplosione, mentre almeno 23 tra ufficiali e marinai morirono invece per asfissia alcune ore dopo che il sottomarino Kursk era affondato sul fondo del mare, a oltre 100 metri di profondità e circa 150 chilometri dalla base di Severomorsk, in Russia. Ancora oggi non c’è però certezza su quanti fossero i membri dell’equipaggio e su quanto tempo alcuni di loro sopravvissero nel sottomarino.

Le due esplosioni che affondarono il Kursk avvennero intorno alle 11.30 del 12 agosto. Il governo russo diede notizia dell’incidente solo due giorni dopo. I primi soccorsi al Kursk arrivarono con alcuni giorni di ritardo, a causa di difficoltà tecniche e per via dell’iniziale rifiuto da parte del governo russo di accettare aiuti stranieri. Il 21 agosto Mikhail Motsak, comandante della Flotta Nord della marina militare russa, comunicò che a bordo del Kursk non c’era nessun sopravvissuto.

L’affondamento del Kursk fu la più grande tragedia della marina militare russa e all’epoca occupò per alcuni giorni le prime pagine dei giornali: si parlò soprattutto delle molte e diverse versioni sulle cause delle due esplosioni e delle condizioni dei sopravvissuti, rinchiusi in un sottomarino sul fondo del mare con quello che si pensava fosse ossigeno sufficiente per sopravvivere alcuni giorni. Alcuni mesi dopo l’incidente, quando iniziarono a farsi più chiari alcuni dettagli, il corrispondente da Mosca del New York Times scrisse:

Più che essere una semplice tragedia condivisa, il disastro del Kursk ha fatto vacillare psicologicamente quelli che credevano che la Russia si potesse ancora vantare della sua eccellenza tecnologica, della sua capacità militare, del suo stato di potenza mondiale.

Il New York Times scrisse che parte di quelle certezze affondarono insieme al “più grande e più temibile” sottomarino della flotta russa. Il Kursk era lungo più di 150 metri, pesava più di 10mila tonnellate e poteva raggiungere una velocità di 32 nodi (circa 60 chilometri). Era entrato in servizio nel 1995 ed era un sottomarino nucleare: il suo motore era alimentato da un reattore nucleare a fissione. Aveva preso il suo nome dalla città di Kursk, in Russia, dove nel 1943 l’Unione Sovietica e la Germania nazista si scontrarono nella più grande battaglia tra carri armati della storia.

Durante l’esercitazione del 12 agosto, il Kursk doveva sparare dei siluri a salve contro l’incrociatore nucleare “Pietro il Grande”. Restano ancora dubbi su cosa effettivamente successe ma si pensa che un primo siluro esplose a bordo o in prossimità del Kursk: fu un’esplosione pari a quella di almeno 100 chili di tritolo e causò un’onda sismica di intensità 2,2 della scala Richter. Dopo circa due minuti seguì un’esplosione 40 volte più potente della prima: si pensa che fu la seconda esplosione a squarciare la prua del Kursk e causarne l’affondamento.

La maggior parte delle 118 persone a bordo del Kursk morirono subito; almeno 23 riuscirono a rifugiarsi nella parte posteriore del Kursk, evitando la morte per annegamento. L’onda sismica della seconda esplosione fu percepita dai sismografi della regione, in cui si trovavano anche sottomarini stranieri, e fu rilevata fino in Africa. Per 48 ore la Russia non spiegò l’accaduto e ci mise circa 15 ore per determinare la posizione del Kursk sul fondo del mare, e altre 15 per far partire il primo tentativo di salvataggio. La Russia tentò inutilmente alcune operazioni di salvataggio e soltanto il 17 agosto, cinque giorni dopo l’affondamento, accettò l’aiuto offerto dal governo britannico e da quello norvegese. Il 19 agosto la nave norvegese Normand Pioneer – che trasportava il batiscafo britannico LR5 – arrivò nelle acque in cui si trovava il Kursk. Dopo vari tentativi alcuni si riuscì a raggiungere il Kursk, accertando la morte dell’intero equipaggio.

Nell’ottobre del 2001 una parte del sottomarino fu recuperata dal fondo del mare e trasportata alla base navale di Roslyakovo, in Russia. Un’altra parte rimase sul fondo del mare e lì fu distrutta dalla Russia: secondo il governo russo fu distrutta perché lasciarla lì o tentare di spostarla sarebbe stato pericoloso; secondo altri il governo russo lo fece per evitare che altre nazioni avessero informazioni sui suoi sottomarini. Anche la maggior parte di ciò che fu portato a Roslyakovo venne distrutto o smantellato, a eccezione di alcuni pezzi usati per costruire un memoriale ai morti del Kursk.

A bordo del sottomarino furono ritrovati gli appunti scritti da Dimitry Kolesnikov, uno dei 23 marinai morti per asfissia. Alle 15.45 del 12 agosto, circa quattro ore dopo le due esplosioni, Kolesnkov scrisse:

«Qui è troppo buio per scrivere, ma ci proverò a tentoni. A quanto pare non ci sono possibilità di salvarsi. Forse solo tra il 10 e il 20 per cento. Speriamo che almeno qualcuno leggerà queste parole. Qui ci sono gli elenchi degli effettivi che adesso si trovano nella nona sezione e tenteranno di uscire. Saluto tutti, non dovete disperarvi».

Kursk

Nel giugno del 2002 si concluse l’inchiesta russa relativa all’affondamento del Kursk: il procuratore generale Vladimir Ustinov diede la colpa dell’incidente a un siluro difettoso e non individuò nessun responsabile. Ustinov disse che quello all’interno del Kursk c’era stato un “inferno” e spiegò che i 23 membri dell’equipaggio sopravvissuto alle esplosioni morirono dopo circa otto ore, soffocati dal monossido di carbonio. Ustinov aggiunse: «Quelli che pensano che c’era una possibilità di salvare i nostri marinai devono sapere che quella possibilità non è mai esistita». Soprattutto a causa della poca disponibilità dimostrata dalla Russia durante e dopo l’incidente, restano molte domande su modi e tempi dell’affondamento e della morte dei 23 sopravvissuti alle esplosioni. Negli anni si sono anche sviluppate diverse teorie alternative e complottistiche: una di queste, riportata nel 2005 dal Corriere della Sera, sostiene che il Kursk fu colpito da un siluro lanciato da un sottomarino statunitense.

L’affondamento del Kursk fu una delle prime difficili prove che dovette affrontare Vladimir Putin, che allora era presidente russo da pochi mesi. Il 12 agosto 2000 Putin era in vacanza a Sochi, sul Mar Nero, e lì restò fino al 17 agosto, ricevendo molte critiche per non aver interrotto la sua vacanza. Alcuni mesi più tardi Putin disse, parlando di quella scelta: «Probabilmente sarei dovuto tornare a Mosca, ma non sarebbe cambiato nulla. A Sochi avevo lo stesso livello di comunicazione che avevo a Mosca, ma dal punto di vista dell’immagine avrei dovuto mostrare l’impazienza di tornare». Nel settembre del 2000, meno di un mese dopo l’incidente, il giornalista e conduttore statunitense Larry King intervistò Putin e gli chiese di spiegare cos’era successo al sottomarino. Putin sorrise, disse «è affondato» e poi sorrise di nuovo.