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  • martedì 7 luglio 2015

La conversazione di Maria Giulia Sergio con una giornalista del Corriere

La registrazione di una chiamata via Skype con l'italiana convertita all’Islam che combatte con l'ISIS e la cui famiglia è stata arrestata mercoledì in Italia

Slide della Polizia di Stato

La giornalista del Corriere della Sera Marta Serafini ha parlato via Skype con Maria Giulia Sergio, una donna italiana di 28 anni convertita all’Islam radicale che dal settembre del 2014 si trova in Siria insieme al marito: è andata a combattere il jihad con l’ISIS ed è accusata di aver reclutato anche i suoi parenti, che sono stati arrestati mercoledì 1 luglio dalla polizia italiana.

Nella prima parte della conversazione Sergio fa riferimento all’arresto dei propri parenti, e dice che il materiale contenuto all’interno delle intercettazioni mostra che quello che faceva lei non era incitamento al jihad:

È illogico e irragionevole che la polizia italiana decida di arrestare queste persone. Non c’è un motivo per cui loro hanno fatto questo. Se tu hai letto le loro indagini, i messaggi che noi scrivevamo, quello che dicevamo al telefono con i miei genitori e mia sorella, non si tratta ad esempio di incitamento al jihad. Noi parlavamo di come è qui, e di come i miei genitori avrebbero potuto fare una buona vita qui, sotto lo Stato Islamico. Perché lo Stato Islamico è uno stato perfetto, perché segue la legge di Allah, il dio unico.

Alla domanda di Serafini, che le fa notare che nelle zone sotto controllo dello Stato Islamico non vengono rispettati i diritti umani, Sergio risponde citando Guantanamo e le torture nel mondo occidentale, e sostiene che lo Stato Islamico non fa niente del genere:

Noi qui non facciamo nulla che vada contro i diritti umani, come invece fanno quelli che non seguono la legge di Allah. Non vengono fatte torture. […] Lo Stato Islamico non tortura nessun prigioniero ma agisce secondo la legge di Allah. Quando decapitiamo qualcuno (e dico noi perché anche io faccio parte dello Stato Islamico), quando facciamo un’azione del genere la facciamo agendo in base alla sharia. […] Questi che vengono decapitati, sono ladri, sono ipocriti, che agiscono come spia nello Stato Islamico, e riportano informazioni ai miscredenti per poi attaccarci.

Sull’amministrazione della giustizia nello Stato Islamico, Sergio spiega:

Se viene tagliata la mano a un ladro, Marta, tu capisci bene che nessuno si permetterebbe di venire in casa tua e rubare. Perché nello stato dei miscredenti il ladro viene messo in prigione, poi esce, poi rientra. Poi magari decide di uccidere.

Nello Stato Islamico invece non c’è ingiustizia, perché la giustizia è soltanto quella della sharia.

La conversazione viene interrotta quando Serafini le chiede di specificare almeno in che paese si trova: Sergio le risponde «abbiamo parlato abbastanza».

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