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  • martedì 16 giugno 2015

La storia di Irina Lucidi

E delle sue bambine scomparse, rapite dal padre nel 2011 e mai ritrovate: la racconta il nuovo libro di Concita De Gregorio

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Irina Lucidi, intervistata da RTS, un canale televisivo svizzero

Irina Lucidi è un avvocato italiano, vive in Svizzera, ha quasi 50 anni e dall’agosto 2011 si occupa di Missing Children Switzerland, una fondazione da lei creata che offre “sostegno a livello psicologico, sociale e giuridico alle famiglie e ai congiunti vittime di una scomparsa di minore”. Lucidi ha creato la fondazione dopo la scomparsa delle sue due figlie che allora avevano sei anni, sorelle gemelle, nel 2011. Il padre Mathias Schepp – da cui Lucidi si era separata – le andò a prendere a casa di amici il 28 gennaio 2011: subito dopo andò e tornò dalla Corsica in traghetto, e il 3 febbraio si suicidò a Ceriginola, in Puglia, facendosi investire da un treno. Delle bambine non si è mai più saputo niente.

Della storia di Irina Lucidi e delle due bambine – Alessia e Livia – si parlò molto nei mesi dopo la scomparsa, e se ne parla di nuovo in questi giorni dopo la pubblicazione di Mi sa che fuori è primavera, il nuovo libro della giornalista e scrittrice Concita De Gregorio, edito da Feltrinelli: “opera romanzesca che ha tratto ispirazione da fatti realmente accaduti”. De Gregorio scrive nello stesso libro che Lucidi l’ha cercata e le ha chiesto di raccontare insieme la sua storia. Parlando del libro, De Gregorio ha detto: «Non ho mai chiesto ad Irina: che cosa pensi che sia successo alle bambine, ma mi sono chiesta: io che cosa farei in quella condizione? Irina non è venuta da me per trovare loro ma per trovare ascolto». E, al Corriere della Sera

Sono invenzioni letterarie, è un romanzo, ci sono una storia di cronaca e un incontro che lo ispira ma poi c’è il mio lavoro. Irina ha bussato alla mia porta, le parole erano la terapia che le mancava. Parole come capacità di ricostruire e rigenerare. Irina dice: io ho subito un trauma e voglio affrontarlo attraverso la scrittura, ho bisogno di mettere fuori di me questo oggetto rotto. È il potere della letteratura, non ho fatto un lavoro giornalistico, d’inchiesta.

Irina Lucidi è originaria di Ascoli Piceno, nelle Marche, e nel 2011 viveva a Saint-Sulpice – in Svizzera, vicino a Losanna – dove lavorava come avvocato per la Philip Morris, una multinazionale del tabacco. Anche Mathias Schepp, cittadino svizzero nato in Canada, lavorava per la Philip Morris. Alcuni anni dopo la nascita delle loro figlie Alessia e Livia, il 7 ottobre 2006, Schepp e Lucidi si separarono – il libro racconta dal punto di vista di lei le progressive distanze e fatiche dei due diversi caratteri – ma continuarono a vivere nella stessa città, mantenendo dei rapporti che Ludici ha raccontato “civili”, nonostante lei insistesse per il divorzio: e organizzando le frequentazioni delle bambine con entrambi i genitori. Il 28 gennaio 2011 Schepp aveva Alessia e Livia con sé e scrisse alla ex moglie di non preoccuparsi, che sarebbero tornati pochi giorni dopo. Col passare dei giorni i messaggi di Schepp si fecero però sempre più preoccupanti: «Le bambine hanno bisogno di me e io ho bisogno di più tempo».

Schepp superò il confine svizzero e entrò in Francia, andò a Marsiglia e il 31 gennaio prese un traghetto per Propriano, nel sud della Corisca, dove alcuni anni prima la famiglia aveva fatto una vacanza, prima della separazione di Schepp e Lucidi: ma le indagini (che nel libro di De Gregorio sono accusate di sbrigativa trascuratezza) non appurarono se le bambine fossero con lui o no. La sera dell’1 febbraio Schepp prese un traghetto da Bastia e la mattina del giorno successivo tornò in Francia, a Tolone: c’è una fotografia – scattata a un casello – in cui Schepp sembra essere da solo nell’automobile. Da Tolone Schepp guidò verso l’Italia e il 3 febbraio arrivò in Puglia e si uccise a Cerignola, un luogo che non risulta avesse nessun legame spiegabile col suo passato.

Dopo il suicidio di Schepp la polizia svizzera rintracciò alcune lettere e cartoline che lui aveva scritto durante il suo viaggio attraverso l’Italia. Molte di quelle lettere contengono messaggi “drammatici, conclusivi“. Il contenuto delle lettere non è mai stato diffuso ma diversi giornali citarono con formule diverse una frase in cui Schepp diceva a Lucidi: “le bambine riposano in pace” e “non hanno sofferto” (la frase è citata anche nel libro di De Gregorio). Le indagini successive alla morte di Schepp mostrarono che aveva studiato e preparato i dettagli del viaggio e che nel gennaio 2011, pochi giorni prima di rapire le figlie, aveva cercato informazioni su armi da fuoco e tecniche di avvelenamento.

Dopo il 2011 e prima del libro di Concita De Gregorio, Irina Lucidi ha lasciato il lavoro alla Philip Morris, per alcuni mesi è partita per l’Asia e ora si occupa della fondazione Missing Children Switzerland. Nel libro, in cui Lucidi rimprovera a se stessa di non avere insistito abbastanza per indagini più accurate da subito e a diverse persone vicine a lei e alle bambine di aver taciuto qualcosa, De Gregorio le fa dire:

In ogni caso, sì: è ragionevole pensare che siano state uccise (…) Però vede. Il nulla non basta. Anche se fossero novantanove, le probabilità. Anche se ne restasse una su cento che le mie figlie siano in un luogo del mondo, magari separate, lontanissime, magari in un paese di cui non conoscono la lingua, magari invece accudite in segreto da qualcuno che amano e dunque persino quiete ormai nel loro dolore, persino in qualche modo serene. Ecco. È quell’unica possibilità che devo percorrere.

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