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Tre settimane in un ristorante cinese

Il libro di Enrique Vila-Matas sulla sua partecipazione (attiva) a Documenta, la famosa mostra di arte contemporanea di Kassel

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È uscito per Feltrinelli Kassel non invita alla logica, un libro dello scrittore e saggista spagnolo Enrique Vila-Matas, tradotto da Elena Liverani. Nel libro Vila-Matas racconta la sua partecipazione a Documenta, la mostra d’arte contemporanea che si svolge ogni cinque anni a Kassel, in Germania, dove viene invitato per diventare lui stesso opera d’arte in esposizione: per tre settimane dovrà stare tutte le mattine in un ristorante cinese di Kassel a scrivere in pubblico. Il libro alterna il diario della sua esperienza a parti romanzate, con lo stile tipico di Vila-Matas in cui realtà e finzione spesso si mescolano. Quello che segue è l’inizio del libro.

***

Quanto più d’avanguardia è un autore, tanto meno può permettersi di essere qualificato come tale. Ma a chi può importare una cosa del genere? In effetti, questa frase è solo un mcguffin e non ha molto a che vedere con ciò che mi ripropongo di raccontare, anche se potrebbe darsi che, alla lunga, tutto ciò che racconterò a proposito dell’invito a Kassel e del conseguente viaggio in quella città finisca per sfociare precisamente in questa frase.

Come alcuni sanno, per spiegare che cos’è un mcguffin, la cosa migliore è servirsi di una scenetta da treno: “Potrebbe dirmi che cos’è quel pacchetto nella cappelliera giusto sopra la sua testa?” domanda un passeggero. E l’altro risponde: “Ah, quello è un mcguffin”. Il primo allora vuol sapere che cosa sia un mcguffin e l’altro gli spiega: “Un mcguffin è un apparecchio per cacciare leoni in Germania”. “Ma in Germania non ci sono leoni,” dice il primo. “Allora quello lì non è un mcguffin” risponde l’altro.

Il mcguffin per eccellenza è il Falcone maltese, il film più impostore di tutta la storia del cinema. La pellicola di John Houston narra della ricerca di una statuetta che fu il tributo a un re spagnolo pagato dai cavalieri di Malta per un’isola. Nel film si parla moltissimo, ininterrottamente, e alla fine l’agognato falcone, per il quale più d’uno ha addirittura commesso degli omicidi, si rivela essere solamente l’elemento della suspense che ha permesso alla storia di procedere.

Come già avrete intuito, esistono molti mcguffin. Il più famoso lo si ritrova nelle prime scene di Psycho, di Hitchcock. Chi non ricorda il furto compiuto da Janet Leigh nei primi minuti? Sembra molto importante mentre finisce col risultare irrilevante per la trama. Tuttavia, ottiene l’effetto di tenerci incollati allo schermo per il resto del film.
E ci sono mcguffin, per esempio, in tutti gli episodi dei Simpson, in cui invariabilmente il preludio che dà l’avvio ha ben poco se non nulla a che fare con il successivo sviluppo della puntata.

Il mio primo mcguffin lo trovai in Un maledetto imbroglio, di Pietro Germi, adattamento cinematografico di un romanzo di Carlo Emilio Gadda. Nel film, il commissario Ingravallo, sovraccarico di caffè e perduto nel labirinto della sua intricata indagine, di tanto in tanto parlava per telefono con la sua signora che non si vedeva mai. Ingravallo era forse sposato con una McGuffin?
Ci sono talmente tanti mcguffin in giro che giusto un anno fa se n’è infiltrato uno nella mia vita quando una mattina mi telefonò a casa una ragazza che disse di chiamarsi María Boston e di essere la segretaria dei McGuffin, una coppia di irlandesi interessati a invitarmi a cena, certi che anch’io sarei stato felicissimo di incontrarli e conoscerli, dato che pensavano di farmi una proposta irresistibile.

Erano miliardari i McGuffin? Volevano, per qualche oscuro motivo, comprarmi? Questa fu la domanda che formulai come reazione ironica a quella telefonata strana, provocatoria, certamente uno scherzo di qualcuno.
Di solito, a telefonate del genere, riaggancio immediatamente, ma la voce di María Boston era molto calda e molto bella e inoltre, in quel momento, ero animato da buonumore mattutino e quindi giocai un po’ prima di riagganciare e questa fu la mia rovina perché diedi tempo alla giovane Boston di citare alcuni nomi di amici comuni, i nomi dei miei migliori amici.
“Ciò che pensano di proporti i McGuffin,” disse all’improvviso, “è di farti conoscere, una volta per tutte, la soluzione al mistero dell’universo. Loro la sanno già e te la vogliono trasmettere.”
Decisi di assecondarla. I McGuffin erano informati del fatto che io non uscivo mai a cena? Sapevano che, da sette anni, di mattina generalmente mi sentivo felice e di pomeriggio, invece, venivo colto puntualmente da una forte angoscia che mi portava a figurarmi panorami neri e orribili e che rendeva assolutamente sconsigliabile che uscissi di sera?

I McGuffin sapevano tutto, disse Boston, erano informati del fatto che ero molto restio a uscire di sera. Ciononostante non potevano neanche lontanamente pensare che preferissi rimanere a casa piuttosto che conoscere la soluzione del mistero dell’universo. Scegliere il focolare era da codardi.
In vita mia ho ricevuto telefonate strane, ma questa le batteva tutte. E, come se non bastasse, la voce di Boston si faceva sempre più gradevole, aveva un timbro davvero speciale che mi evocava ricordi di qualcosa che non sapevo molto bene cosa fosse, ma che mi faceva sentire ancora più colmo d’energia e di gioia di quanto già non fossi abitualmente nelle mie mattine, di per sé, negli ultimi tempi, già molto cariche di forza e ottimismo. Le domandai se ci sarebbe stata anche lei alla cena in cui mi sarebbe stato rivelato il segreto. Sì, disse, penso proprio che ci sarò, dopotutto sono la loro segretaria e ho degli obblighi.

Qualche minuto dopo, avendo tratto buon profitto dal mio stato d’animo ottimista, era già riuscita a convincermi del tutto. Non mi sarei pentito, disse, il mistero dell’universo valeva certo uno sforzo. Il mio compleanno è stato il mese scorso, replicai, te lo dico nel caso in cui qualcuno si sia sbagliato di data e abbia pensato di prepararmi una festa a sorpresa. No, disse Boston, la sorpresa è ciò che ti riveleranno i McGuffin, non ci crederesti mai.

E così, tre sere dopo, mi recavo in orario all’appuntamento, al quale la coppia di irlandesi non si presentò, ma Boston sì, una ragazza luminosa, alta, dai capelli neri, molto neri, un vestito rosso e meravigliosi sandali dorati, intelligente e sveglia al contempo. Mentre la guardavo, non potei nascondere un lamento intimo, che in modo intuitivo lei, nel pieno della gioventù, colse; e capì che mi stava capitando qualcosa che aveva a che fare con l’età, il profondo abbattimento e la pena delle cose.
Sicuramente non l’avevo mai vista prima in vita mia. Aveva, come minimo, trent’anni meno di me. Scusami per il garbuglio, il groviglio, la matassa, disse non appena ci fummo salutati. Domandai di quale groviglio, di quale matassa stesse parlando. Non vedi? Ti ho ingarbugliato, i McGuffin non esistono, disse. E spiegò che comportarsi come una matassa, ingarbugliando tutto, le era sembrato il modo migliore per ottenere attenzione, avendo intuito che, vista la mia fama letteraria di eccentrico, una telefonata stravagante poteva risvegliare maggiormente la mia curiosità e raggiungere il difficile obiettivo di farmi uscire di sera.

Doveva vedermi di persona per farmi una proposta, dal momento che, formulandola per telefono, temeva di ricevere una risposta non adeguata. E di quale proposta voleva parlarmi? Era forse quella che dovevano farmi i McGuffin? Anzitutto la rendeva felice, mi disse, sapere di disporre di tempo davanti a sé per potermi spiegare la proposta che le sue referenti, Carolyn Christov-Bakargiev e Chus Martínez, curatrici di Documenta 13, l’avevano incaricata di trasmettermi.
Allora, dissi, i McGuffin sono Carolyn e Chus Martínez. Sorrise. Esatto, disse, ma adesso mi piacerebbe sapere se hai mai sentito parlare di Documenta di Kassel. Ne avevo sentito parlare molto, dissi. Anzi, alcuni amici negli anni settanta erano tornati da lì trasformati, dopo aver visto opere d’arte d’avanguardia eccezionali. Di fatto, Kassel era, per questo e per altri motivi, assolutamente un mito dei miei anni giovanili, un mito ancora intatto; era il mito della mia generazione e, se non mi sbagliavo, anche delle generazioni che erano seguite alla mia, dato che ogni cinque anni lì vi si concentravano opere di rottura. Dietro alla leggenda di Kassel, le dissi infine, c’era il mito delle avanguardie.
Ecco, sono stata incaricata, disse Boston, di invitarti a partecipare a Documenta 13. Come potevo vedere, aggiunse, non mi aveva esattamente mentito quando mi aveva parlato di una proposta irresistibile.

Ero felice di quella proposta, ma contenni l’entusiasmo. Aspettai qualche secondo per domandare che cosa ci si aspettava da uno scrittore come me in una simile mostra d’arte. Per quanto ne sapevo, aggiunsi, gli scrittori non andavano a Kassel. E gli uccelli non vanno a morire in Perù, disse Boston, dimostrando di essere molto pronta in fatto di risposte. Una buona frase mcguffin, pensai. Seguì un breve, intenso silenzio, che lei ruppe. Era stata incaricata di chiedermi di passare tutte le mattine per tre settimane, alla fine dell’estate del 2012, nel ristorante cinese Dschingis Khan, nella periferia di Kassel.
“Chingis cosa?
“Dschingis Khan.”
“In un ristorante cinese?”
“Sì. Per scrivere lì, in pubblico.”
Data la mia inveterata abitudine di scrivere cronache ogni qual volta mi invitano in un luogo strano perché faccia qualcosa di insolito (con il tempo mi sono reso conto che in realtà tutti i luoghi mi sembrano strani), ebbi l’impressione di vivere ancora una volta l’inizio di un viaggio che poteva finire trasformato in un racconto scritto nel quale, come d’abitudine, avrei mescolato perplessità e vita sospesa per descrivere il mondo come un luogo assurdo a cui si arrivava tramite un invito molto stravagante.

Guardai per un momento gli occhi di Boston. Sembrava che avesse formulato la proposta proprio perché alla fine scrivessi un lungo reportage sull’insolito invito a lavorare in un ristorante cinese alla vista del pubblico. Deviò lo sguardo. Tutto qui, disse, non c’era altro, Carolyn e Chus e il comitato curatoriale mi chiedevano solo di sedermi tutte le mattine su una sedia del ristorante cinese e di svolgere la mia attività normale di un giorno qualsiasi a Barcellona. In sostanza, mi chiedevano solo che scrivessi e, questo sì, che cercassi di entrare in relazione con chi faceva il suo ingresso nel ristorante e voleva parlarmi, perché dovevo sempre tenere presente che “interconnettersi” sarebbe stata una filosofia e una raccomandazione molto comune a Documenta 13.
E non dovevo pensare, disse, di essere l’unico scrittore che avrebbe fatto quel numero, visto che avevano deciso di invitarne altri quattro o cinque; europei e americani, forse anche un paio di asiatici.

Mi faceva piacere che da Kassel reclamassero la mia presenza, ma non la storia di dovermi sedere per tre settimane in un ristorante cinese. Questo mi fu chiaro fin dal primo momento. E pertanto, pur temendo che finissero col ritirarmi l’invito, mi sentii obbligato a dire a Boston che l’offerta mi sembrava troppo avvilente e che quindi dovevo chiederle di riferire a Carolyn Christov-Bakargiev e a Chus Martínez che la sola ipotesi che centinaia di vecchietti tedeschi del Programma della terza età potessero scendere dai pullman per venire in un ristorante a vedere cosa scrivevo e per interconnettersi con me mi aveva lasciato letteralmente e mentalmente slogato.
Nessuno ha parlato di vecchietti tedeschi, mi corresse Boston, all’improvviso un tantino severa. Era vero, nessuno aveva parlato di vecchietti né di Programmi della terza età. A ogni modo, le dissi, mi avrebbe fatto piacere intervenire in un altro modo a Kassel, tenere una conferenza, per esempio, ero disponibile a tenerla anche nella bettola cinese. Una conversazione sul caos nell’arte contemporanea, dissi con fare conciliante. Nessuno ha parlato di caos, precisò Boston. Era vero, nessuno aveva parlato di caos e la cosa più probabile era che io nutrissi un vecchio e grossolano pregiudizio nei confronti dell’arte contemporanea e che appartenessi al gruppo di quelli convinti che l’arte attuale fosse un vero disastro, una presa in giro, o cose del genere.
D’accordo, assentii di colpo, non c’è caos nell’arte attuale, né crisi di idee, né intasamento di sorta. Dissi ciò e poi accettai di andare a Kassel. Immediatamente provai una profonda soddisfazione; non potevo dimenticare che più di una volta avevo sognato che gli artisti d’avanguardia mi consideravano uno di loro e un giorno mi invitavano a Kassel.
Ma, già che c’eravamo, chi erano gli artisti d’avanguardia?

Il viso di Boston iniziò a illuminarsi e ci fu un momento in cui mi sembrò di vederla assolutamente raggiante, probabilmente soddisfatta per aver portato a termine la sua missione di ottenere che accettassi quella proposta.
Io sapevo per quale motivo avevo accettato, ma non era il caso di rivelare proprio tutto. Oltre che per il modo originale e letterario in cui ero stato invitato, avevo accettato perché non avevo mai pensato che quanto mi stavano proponendo un giorno potesse essere alla mia portata – era come se mi avessero offerto di giocare nella mia squadra di calcio preferita: offerta che, anche solo per i miei sessantatré anni appena compiuti, nessuno mi avrebbe mai formulato – e anche perché, da un po’ di tempo a questa parte, da quando avevo superato un crollo provocato dal mio pessimo stile di vita, stavo sperimentando un recupero sotto tutti i punti di vista e, in questo processo, aveva progressivamente acquistato senso l’apertura della mia scrittura verso altre arti diverse dalla letteratura. In altre parole, avevo smesso di essere ossessionato solo dalla materia letteraria e avevo aperto i giochi ad altre discipline.

Stando così le cose, per l’uomo che invecchiava e non faceva nulla per nasconderlo, andare a Kassel significava incontrare il fascino di un mondo per lui nuovo. Poteva darsi che lì mi sarei imbattuto in idee diverse dalle solite e forse sarei riuscito ad avere, se avevo la pazienza del girovago, una visione approssimativa della situazione dell’arte contemporanea all’inizio del xxi secolo. Avevo inoltre la curiosità di vedere se c’erano molte differenze tra l’avanguardia letteraria del momento – di dubbia esistenza – e l’avanguardia dell’arte, che si dava appuntamento ogni cinque anni a Documenta. In campo letterario, lo spirito avanguardistico aveva perso peso, per non dire che probabilmente si era estinto, anche se poteva darsi che fosse rimasto ancora qualche progetto poetico di interesse. Ma succedeva la stessa cosa nel mondo delle arti, in cui periodicamente a Kassel si festeggiava la grande fiera antimercantile della vera innovazione? Perché Documenta aveva fama di non essere troppo contagiata dalle leggi del mercato.

Volevo andare a Documenta, le dissi, ma senza dover stare al Dschingis Khan, perché lì mi sarei sentito senz’altro fuori posto, completamente spaesato. Boston mi guardò, sorrise con indulgenza, disse che avevo pronunciato la parola chiave, dato che la Documenta di Carolyn Christov-Bakargiev e Chus Martínez pensava proprio di dispiegare tutta l’artiglieria pesante sull’idea di spaesamento, desiderava situare gli artisti fuori dai loro domicili cerebrali abituali.
Non volli verificare cosa fosse per lei esattamente un domicilio mentale, ma cercai invece, questo sì, di sapere se c’era ancora qualche minima possibilità che mi proponessero un’attività diversa rispetto alle mattinate assurde nel ristorante cinese. Era meglio che non mi rifiutassi di stare al Dschingis Khan, mi disse, perché sarebbe stato la base operativa di una serie di scrittori invitati e io non potevo essere diverso dagli altri; poteva comunque anticiparmi che tutto sarebbe stato lieve, me lo poteva garantire, e che mi sarebbe rimasto tempo d’avanzo per dedicarmi a ciò che meglio sapevo fare: per dedicarmi a osservare, a guardarmi intorno, a camminare come uno sfaccendato profondo; sapevano – perché così l’aveva inteso tutto il comitato curatoriale, dopo avermi letto, – che a me piaceva essere una sorta di viandante erratico in continuo perplesso vagabondaggio.
Sorrisi, senza sapere bene perché. Ti ridurremo la condanna cinese, disse all’improvviso. Non capisco, le risposi. Senti, disse, facendo ricorso al potere che Carolyn Christov-Bakargiev e Chus Martínez mi hanno dato, ti riduco da tre a una settimana il tempo che dovrai trascorrere nel ristorante cinese.

Grazie a quanto mi raccontò, mi resi conto che il Dschingis Khan non si trovava in un luogo molto centrale di Kassel bensì, al contrario, a sud del parco di Karlsaue, che a sua volta confinava già con la zona boscosa. In altre parole, il ristorante cinese si trovava nella periferia di Kassel. Prendere o lasciare. Prendere non era una cattiva opzione per me perché, dopo essere stato al ristorante cinese, avrei potuto fare grandi passeggiate nel parco, nel bosco, sarebbe stata un’esperienza diversa, potevo vedere cose insolite, persino scoprire (sorrise) qual era la soluzione al mistero dell’universo…
Quella proposta aveva una logica ben poco stringente, per non dire che non ce l’aveva proprio; l’invito a un ristorante cinese della periferia di Kassel aveva certamente un’aria un tantino strampalata, ma mancava un anno al viaggio e quindi pensai o volli credere che forse nel lasso di tempo che mancava, alle curatrici (o bisognava chiamarle agenti, o commissarie d’esposizione? Non ero molto ferrato in materia) sarebbero venute in mente altre cose da farmi fare là.
“A proposito: alla fine qualcuno mi rivelerà il mistero dell’universo?” domandai.
La sua risposta, modulata da una voce che non aveva perso il suo fascino in tutta la sera, fu piuttosto astuta. Tanto che le chiesi il permesso di annotarla su un tovagliolo, come le dissi, per poterla poi ammirare per tutta la vita.
“Il fatto è che senza i McGuffin,” disse Boston, “possiamo fare ben poco, al limite cantare do, re, mi, do, c’è vento e pioverà. Ma la cena si è conclusa.”

Sembrava che avesse controllato quanto tempo doveva durare esattamente la cena. A ogni modo, fu molto meglio che tutto si concludesse così perché a casa, prima di uscire, avevo preso una pastiglia euforizzante che in quei giorni stava cercando di brevettare un mio vecchio compagno di scuola, il dottor Collado (cambio il cognome per non rivelare l’identità di questo caro e un po’ frustrato inventore di droghe dall’aria medicinale).
Avevo preso quella pastiglia con la speranza che mi aiutasse a controllare la mia angoscia serale. E se è vero che all’inizio la pastiglia su di me aveva funzionato, era già da un po’ che gli effetti erano scemati e la mia situazione stava per diventare pericolosa perché iniziavo a notare l’emergere del mio cupo stato d’animo di tutte le sere e le notti, il mio profondo lato malinconico. E, inoltre, temevo che da un momento all’altro Boston mi domandasse dove avevo lasciato quella presunta forte angoscia che, come le avevo confessato, mi raggiungeva con molta puntualità di pomeriggio e che rendeva consigliabile che non uscissi di casa… Ero terrorizzato da quella domanda, a maggior ragione ora che notavo che la mia malinconia avanzava senza freni. Arrivai persino a temere che la mia faccia si trasformasse in quella di Mr. Hyde, e quindi mi sembrò un’ottima idea che la serata volgesse al termine quanto prima.

© 2014 Enrique Vila-Matas

© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano

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