Non scrivere di me

La giornalista Livia Manera Sambuy racconta in un libro i suoi incontri con scrittori americani: in questo estratto, quello con David Foster Wallace in un McDonald's

In verità non credo che a Dan importasse niente che Foster Wallace avesse preso da John Barth un certo modo di introdurre la voce dell’autore nel racconto, o una certa maniera di mescolare realismo e fabulazione da Richard Brautigan, o il permesso di scrivere frasi lunghissime da Donald Barthelme. Non penso nemmeno che sapesse che aveva assorbito il senso dell’intrigo e del complotto dai romanzi di Don DeLillo, o che aveva amato Thomas Pynchon al punto da arrivare a provare per lui un odio edipico. Ma so che, per paradosso, questo ragazzo mite che mi stava accompagnando, e che assomigliava a centinaia di migliaia di altri ragazzi americani dalle vite convenzionali, ritrovava nello humour grottesco di Foster Wallace l’America in cui si era formato. E riconosceva in questo scrittore ironico, disperato e brillante fino all’implosione, alcune caratteristiche estreme della sua generazione. Normalmente, l’imprevedibilità di questo successo avrebbe dovuto lusingare Foster Wallace. Ma lui era fuori della normalità. “Si vede che gli yuppy leggono,” aveva commentato sarcastico rispondendo alla lettera di un amico che si era congratulato con lui del successo di Infinite Jest. “L’ho sempre saputo di piacere ai nerd,” aveva detto a me dopo aver dato un’occhiata a Dan.
Parlando di libri e delle inchieste della Better Government Association, Dan e io eravamo arrivati alla stazione di servizio con una ventina di minuti di anticipo sull’appuntamento: ma Foster Wallace era già là ad aspettarci con l’aria di uno che non vede l’ora di andarsene. La prima cosa che avevo pensato vedendomelo davanti abbronzato, in bermuda, camicia azzurra, Timberland slacciate e bandana rosa, era stata quanto fosse più attraente di persona che in fotografia, dove di solito aveva un aspetto da orco triste e maleodorante. Non soltanto il ragazzo dalla peluria bionda che avevo davanti aveva un viso gentile con i lineamenti irrisolti da bambino, ma aveva anche un’aria educata e linda. Quando gli avevo chiesto cosa volesse ordinare dal menu che ci guardava illuminato da sopra il banco, mi aveva risposto stupefatto: “Mangiare qui? Non sono mica matto”.
“Ma allora perché ha voluto che ci incontrassimo da McDonald’s?”
“Perché questo McDonald’s è a metà strada tra Chicago e Bloomington. Quando i miei genitori si sono separati, è qui che ci incontravamo. E poi non potevo certo chiederle di venire a Bloomington, perché sapevo che si sarebbe persa e sarebbe stata uccisa e sarebbe stata colpa mia.”

Lo aveva detto senza ironia, con un’aria tristemente angosciata, mentre Dan si offriva di prendere delle bibite e una vaschetta di patatine al banco. E sempre senza sorridere, ma stavolta in modo sprezzante, aveva aggiunto: “Lei dev’essere una persona importante, perché dovevo alla mia agente tre favori: me ne ha abbuonati due, purché facessi quest’intervista”. Gli avevo spiegato che il suo editore italiano aveva un libro da lanciare – Brevi interviste con uomini schifosi, appunto e che era il mio giornale, il “Corriere della Sera”, a essere importante. Ma lui se ne fregava. Gli avevo anche detto che Einaudi aveva già pubblicato la raccolta La ragazza dai capelli strani. E che il libro era piaciuto moltissimo ad alcuni scrittori italiani che conoscevo. “Qualunque cosa abbiano pubblicato, non sono i racconti che ho scritto,” si era innervosito. “Niente contro i traduttori. Solo che quello che scrivo è molto idiomatico, molto americano, e a me sembra intraducibile. Brevi interviste, per esempio, è un libro che non si può assolutamente tradurre.”
“Be’, lo stanno traducendo…”
“Si vede che pubblicheranno una descrizione del libro, che non è il vero libro.”

Aveva lo sguardo talmente teso dietro gli occhiali tondi che veniva spontaneo cercare di farlo sentire a suo agio. “Guardi,” gli avevo spiegato, “io non sono venuta fino a qui per farle un interrogatorio o imbarazzarla. Non ho nessuna domanda insidiosa da porle e non intendo metterla in difficoltà. Vorrei solo parlare insieme di narrativa, la sua, e magari di quella di altri autori che trova interessanti.” Ma se speravo che il mio discorso sortisse un effetto tranquillizzante mi sbagliavo.
“Voi giornalisti siete tutti uguali,” mi aveva apostrofato lui con disprezzo quando avevo estratto un bloc-notes dalla borsa. “Dite di non essere preparati e poi tirate fuori gli appunti.”
Cominciavamo male. Oppure no. Cominciavamo bene. Senza volerlo, avevo toccato un nervo scoperto.
“Perché odia tanto le interviste?”
“Perché una delle ragioni per cui gli scrittori di narrativa diventano scrittori di narrativa è che nulla di veramente importante può essere detto in modo diretto.”
Su questo ero pronta a dargli ragione, ma sapevamo tutti e due che esistevano eccezioni.
“Alcuni scrittori si rifiutano di rispondere e basta,” aveva continuato, con l’aria di dire: ed è esattamente quello che dovrei fare, salire in macchina a tornarmene a casa. “Ma i miei genitori mi hanno educato in un certo modo e quindi non riesco proprio a essere scortese. Solo che poi se rimango qui comincio a preoccuparmi per lei, mi chiedo se riuscirà a tirarne fuori un buon articolo, se pensa che quello che dico funzionerà. Oppure…”
“Oppure?”
“Oppure mi metto a inventare le risposte di sana pianta, perché penso che una bugia potrebbe essere più interessante della verità. Insomma,” aveva sospirato cominciando a sudare, “è troppo stressante.”
Poi mi aveva guardata con gentilezza: “Pensa di fumare una sigaretta? Perché se pensa di fumarla vorrei vederla fumare. Io ho appena smesso”.

Mentre Dan ascoltava in silenzio in fondo al tavolo di fòrmica bianca, ci eravamo messi a parlare di fiction, ma anche quello era un percorso accidentato. Piano piano vedevo che Foster Wallace cominciava a rilassarsi, ma appena abbordavamo un argomento nuovo – la sua ammirazione per William Gaddis, o la fascinazione provata da ragazzino per i libri di Julio Cortázar – si comportava come un ustionato costretto a muoversi in un ambiente pieno di spigoli. Quando avevo menzionato che presto anche Infinite Jest avrebbe avuto un’edizione italiana, mi aveva interrotto con un gesto della mano abbronzata, come per dire: non voglio saperne niente. “A me dicono il meno possibile di quello che fanno i miei editori. Ho un’agente che è quasi una seconda madre, e lei mi dice solo il necessario, perché altrimenti do fuori di matto. La gente mi chiede, hai un mercato in Italia, o in Francia? Ma io non voglio sapere se ho un mercato in Italia o in Francia! Quella editoriale è una torta così piccola, e invece tutti ne parlano come se fosse Hollywood. Che libro scriverai, quanto è grande la tua quota di mercato, hai sentito di quell’editor che è stato licenziato perché i suoi libri non vendevano abbastanza? La gente non la smette mai… A tutti i literary party di questo paese, l’avrà notato anche lei, non si parla d’altro… Tutto questo non ha niente a che vedere con lo scrivere. È solo ego da liceali. È come chiedersi: chi esce con la ragazza più carina? Così almeno era al liceo che ho frequentato io, prima che a scuola iniziassimo a spararci addosso.”
Cominciavo a notare che chiudeva il cerchio di qualunque argomento con una nota acuta o dolorosa, come questa allusione alla strage di Columbine di pochi mesi prima, quando due teenager avevano massacrato a fucilate tredici ragazzini in una scuola del Colorado.

Parlava con un tono pacato, ma rimaneva terribilmente teso. “Non mi dica quello che scriverà o come lo scriverà. Non lo voglio sapere. Lei mi pare una persona affidabile, e ha una faccia gentile. Se comincio a pensare al lavoro che sta facendo, mi metto a cercare di indovinare i suoi pensieri, allora le rispondo in un certo modo… e insomma, la cosa si fa complicata… e alla fine mi viene da urlare, oppure da piangere, tanto è complicata. Mettiamola così: lei è una persona carina che è venuta a mangiare un po’ di patatine con me, e basta.”

© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano

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