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  • venerdì 1 maggio 2015

La guerra in Vietnam finì 40 anni fa

Fu una delle più lunghe e sanguinose del Novecento, diede origine a un enorme movimento pacifista e diventò la prima grande sconfitta militare nella storia degli Stati Uniti

Il 30 aprile del 1975, quarant’anni fa, si è conclusa la guerra in Vietnam, uno dei conflitti più lunghi e sanguinosi del Novecento, e che diede origine a estese manifestazioni pacifiste di protesta: nel mondo è anche diventata la-guerra-del-Vietnam, cioè il simbolo di un conflitto ingiusto e brutale. È stata la guerra più rilevante combattuta dagli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale ed è stata anche al centro di buona parte della cultura pop dell’epoca e degli anni successivi, raccontata in una miriade di libri, canzoni, film, articoli di giornale e fotografie. Secondo Daniel Hallin, esperto di comunicazione politica dell’Università di San Diego, è stata anche il primo conflitto in cui «i giornalisti accompagnarono ufficialmente le forze militari, senza essere oggetto di censura».

La guerra fu combattuta prevalentemente nel Vietnam del Sud: da una parte c’era l’esercito del Vietnam del Nord, guidato dalla dittatura comunista di Ho Chi Minh, dall’altra l’esercito del Vietnam del Sud, dove dopo la guerra di Indocina era stato instaurato un regime anti-comunista guidato da Ngô Đình Diệm e sostenuto dagli Stati Uniti. Nella guerra furono coinvolti anche i vicini Laos e Cambogia e diversi alleati internazionali: Cina e Unione Sovietica a sostegno di Hồ Chí Minh, Stati Uniti e alleati occidentali con Ngô Đình Diệm. La guerra durò dal 1960 al 1975 con il progressivo coinvolgimento degli Stati Uniti soprattutto a partire dal 1962, sotto l’amministrazione democratica di John Fitzgerald Kennedy e poi, dal 1968, con il suo successore Lyndon Johnson. Si concluse con la caduta di Saigon, capitale del Vietnam del Sud, conquistata dall’esercito di Ho Chi Minh: fu anche la prima e più grossa sconfitta militare degli Stati Uniti durante la Guerra Fredda.

Com’è iniziato tutto
Sin dall’Ottocento l’attuale territorio del Vietnam faceva parte dell’Indocina francese. All’inizio del Novecento nacquero in Indocina diversi movimenti indipendentisti tra cui quello guidato dal leader comunista Hồ Chí Minh, che fondò un’organizzazione filo-comunista chiamata Viet Minh, legata alle potenze comuniste cinese e sovietica. Durante la Seconda guerra mondiale l’Indocina venne occupata dal Giappone e la Francia tentò di riconquistarla incontrando la dura resistenza del movimento nazionalista Viet Minh. Ne derivò una nuova guerra, quella d’Indocina, che andò avanti dal 1945 al 1954 e che finì con una sconfitta dei francesi e un rafforzamento di Hồ Chí Minh e del movimento dei Viet Minh. La Conferenza di pace di Ginevra si concluse nel luglio 1954: la penisola indocinese venne divisa nei quattro stati indipendenti di Laos, Cambogia, Vietnam del Nord e Vietnam del Sud, questi ultimi separati lungo il 17° parallelo. Nel Vietnam del Nord si costituì una repubblica popolare di tipo comunista guidata da Hồ Chí Minh e dal movimento Viet Minh (con capitale Hanoi), mentre il Vietnam del Sud rimase sotto il governo dell’imperatore vietnamita Bao Dai, sostenuto dalla Francia. Era anche stato previsto che il Vietnam sarebbe poi stato riunificato e che nel 1956 si sarebbero tenute libere elezioni.

Nel 1955 Ngô Đình Diệm depose l’imperatore e proclamò la Repubblica del Vietnam, una dittatura anti-comunista e cattolica che venne appoggiata dagli Stati Uniti, i quali volevano arginare l’espansione del comunismo nella regione. Il regime di Diệm si dimostrò molto oppressivo e nel 1960 venne fondato il Fronte di liberazione nazionale – i cui combattenti diventarono i famosi Vietcong – un movimento di Resistenza che puntava a liberare il Sud e a riunificare il paese sotto il governo comunista di Hồ Chí Minh.

Il coinvolgimento americano
In pochi anni Diệm sostituì la classe dirigente del paese con persone a lui fedeli – dunque cattoliche – ridistribuì le terre, ordinò segretamente di saccheggiare i monasteri buddhisti e vietò di esporre pubblicamente la bandiera buddhista. Uno dei più famosi atti di protesta contro il regime fu il suicidio del monaco buddhista Thích Quảng Đức, che si diede fuoco in una piazza di Saigon per attirare l’attenzione sui crimini compiuti da Diệm. La foto circolò in tutto il mondo e divenne in breve tempo il simbolo della protesta contro il regime estremista cattolico di Diệm.

Vietnam Monk (AP Photo/Malcolm Browne)

Nel 1962 il presidente statunitense John Fitzgerald Kennedy inviò dei soldati americani per addestrare l’esercito del Vietnam del Sud, spinto anche dall’indebolimento della posizione statunitense a livello mondiale dopo la crisi dei missili a Cuba. Gli sforzi di Kennedy erano diretti a rafforzare politicamente, economicamente e soprattutto militarmente il regime del Sud, sperando nella sua trasformazione in uno stato democratico in grado di affrontare il movimento guerrigliero dei vietcong. Le cose andarono diversamente: il governo di Diệm, durante gli anni della presidenza Kennedy, scivolò sempre più verso l’autoritarismo e la corruzione e gli Stati Uniti decisero dunque di sostenere un nuovo colpo di stato che rovesciò e uccise Diệm, ma che portò al potere un regime altrettanto corrotto e inefficace.

Nel frattempo, e già dal 1961, gli Stati Uniti avevano avviato una serie di operazioni di spionaggio sul territorio nordvietnamita: la mattina del 4 agosto 1964 si verificò uno scontro tra motovedette nordvietnamite e un pattugliatore statunitense. Circa 20 anni più tardi si scoprirà che quello che passò alla storia con il nome di “Incidente del Tonchino” fu un’operazione appositamente creata per l’attacco statunitense al Vietnam del Nord senza una formale dichiarazione di guerra. Tre settimane dopo la morte di Diệm venne assassinato anche Kennedy, e Lyndon Johnson confermò che gli Stati Uniti avrebbero continuato ad appoggiare il Vietnam del Sud, militarmente ed economicamente. Il coinvolgimento americano nel conflitto aumentò notevolmente con Lyndon Johnson. Nel 1965, dopo l’incidente del Tonchino, Johnson ordinò bombardamenti aerei nel nord e poco dopo inviò migliaia di soldati. Nel 1966 i soldati americani in Vietnam divennero quasi 400mila.

In questo periodo gli Stati Uniti impiegarono armi chimiche considerate molto nocive come il napalm e l’Agent Orange, un erbicida che avrebbe dovuto distruggere i raccolti e indebolire i guerriglieri Vietcong e i soldati del nord, ma che conteneva anche sostanze altamente tossiche che provocano cancro, aborti e altri gravi problemi di salute. Un’altra famosissima foto della guerra fu scattata nel 1972 proprio in seguito a un bombardamento al napalm su Trang Bang, un paese vicino al confine con la Cambogia. Nella foto si vede una bambina di nove anni correre nuda su una strada dopo che il suo vestito era stato bruciato in pochi secondi dal Napalm.

bambina vietnam (AP Photo/Nick Ut)

L’offensiva Têt e i movimento pacifisti
Nel 1968 il Vietnam del Nord e i Vietcong lanciarono la cosiddetta offensiva Têt, attaccando contemporaneamente trenta obiettivi militari nel Sud. Fu un momento di svolta nel conflitto, dovuto anche alla copertura che ne diedero i giornali americani, presentandolo di fatto come una sconfitta degli Stati Uniti: da questo momento in poi sempre più cittadini americani smisero di sostenere la guerra e contribuirono alla nascita di un enorme movimento di protesta che chiedeva la fine del coinvolgimento del loro paese nel conflitto. Già da alcuni anni la diffusione della musica rock era andata di pari passo con un crescente movimento pacifista, e diversi artisti e band si schierarono pubblicamente contro la guerra. Nel 1969 fu scritta e pubblicata forse la canzone più famosa legata al movimento pacifista: “Give Peace a Chance” (“date una possibilità alla pace”), scritta dall’allora membro dei Beatles John Lennon. Già nel novembre dello stesso anno fu cantata da migliaia di persone che parteciparono a una grossa manifestazione di protesta contro la guerra del Vietnam a Washington.

Dopo l’offensiva Têt, la posizione degli Stati Uniti e quella del loro presidente cambiarono. Il 31 marzo Johnson, in un famoso discorso alla nazione, annunciò la decisione di non ricandidarsi alla presidenza e di cominciare a ridurre l’intensità della guerra. Nei mesi successivi ebbero inizio a Parigi i colloqui di pace (13 maggio 1968). Il 31 ottobre il presidente Johnson annunciò alla nazione che aveva ordinato una completa cessazione di «tutti i bombardamenti aerei, navali e di artiglieria sul Vietnam del Nord». Il 1968 quindi si concluse con la cessazione dei bombardamenti sul Vietnam del Nord, con gli Stati Uniti che avevano rinunciato alla vittoria militare, e con l’inizio di complessi e difficili colloqui di pace. Poi arrivò Richard Nixon. Il nuovo presidente elaborò una nuova strategia in politica estera, la cosiddetta “dottrina Nixon”, che prevedeva di proseguire la guerra in modo differente, senza darne notizia all’opinione pubblica e facendo ricorso a trattative, atti di terrorismo e guerriglia e azioni sostanzialmente segrete; e di estendere il conflitto anche in Laos e Cambiogia per indebolire il Vietnam del Sud.

Il ritiro degli Stati Uniti e la fine della guerra
La dottrina Nixon venne messa in atto gradualmente a partire dal gennaio 1969, ma una serie di eventi portò a un nuovo rovesciamento della situazione. Le proteste contro la guerra continuarono ad aumentare e i risultati sul campo non furono quelli sperati. Dopo continue rispettive incursioni e complicate trattative, gli accordi di pace di Parigi vennero infine firmati il 17 gennaio 1973. In seguito alle dimissioni dell’allora presidente americano Richard Nixon a causa dello scandalo del Watergate, il Vietnam del Nord ruppe gli accordi, intensificò gli attacchi e lanciò un’ultima massiccia offensiva nell’aprile del 1975. Il 30 aprile del 1975 i nordvietnamiti conquistarono la capitale Saigon, portando alla fine della guerra e alla riunificazione del Paese.

Nel conflitto morirono in tutto oltre tre milioni di soldati e civili nordvietnamiti; 58.220 soldati statunitensi, a cui si aggiungono oltre 1.900 dispersi; e circa 250 mila soldati sudvietnamiti. Dal 1965 al 1975 gli Stati Uniti investirono nel conflitto 250 miliardi di dollari, pari a oltre 1000 miliardi di dollari odierni.

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