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La vecchiaia del baseball

di Marc Fisher - The Washington Post

Il "passatempo nazionale", e uno dei simboli degli Stati Uniti e della loro cultura, prospera: ma i ragazzi lo seguono sempre meno, perché intorno sta cambiando tutto

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Rob Albericci si era accorto dell’aria che tirava. Aveva visto le difficoltà della squadra giovanile di baseball di suo figlio Austin, che non riusciva ad arruolare abbastanza bambini per giocare una partita di Little League. Aveva visto la squadra di football di Austin aumentare le sue pretese dai giocatori, e le pressioni sui ragazzi perché si concentrassero su uno sport soltanto, e si specializzassero ancora prima di arrivare alla pubertà. E aveva visto una brusca sterzata delle passioni di suo figlio.
Il padre aveva provato a convincere il figlio a continuare col baseball: perché i rischi di farsi male sono minori che nel football, perché il baseball è “lo sport delle persone intelligenti”, e perché il baseball era il primo sport che li aveva legati. «Lo facevo battere», racconta il padre guardando il figlio muscoloso con la tenerezza riservata al più esile dei ragazzini: «Lo portavo alle gabbie e lanciavamo e battevamo. Lui voleva sempre smorzarla».

Ma Austin, che ora ha 15 anni ed è una matricola al liceo di Demarest, New Jersey, non lo ha ascoltato. Certo, riconosce che «battere una palla che arriva a novanta miglia all’ora è la cosa più difficile che esista nello sport». E ammira il baseball: «Non c’è niente di meglio di un doppio gioco nella Top Ten di “SportsCenter”, il programma di ESPN». Ma ora che si è ritirato Derek Jeter, nessun giocatore della sua lista di idoli è più in attività. Austin non ce la fa più con lo squilibrio del baseball tra attesa e azione.
«Gran parte del tempo stavo là da esterno centro a chiedermi “Quando mi arriverà una palla?”», dice. «I giocatori di baseball stanno tutto il tempo a pensare a cosa succederà, a immaginare ogni scenario: “Se non faccio in tempo a lanciare in seconda, provo in prima?”. Il baseball è tutto pensieri, e io faccio una vita diversa dal baseball. Nel basket e nel footoball vivi l’attimo. Devi essere rapido. E tutto quello che faccio, io lo faccio in fretta».

Il nuovo commissioner della Major League Baseball, il campionato professionistico statunitense, è Rob Manfred: ascolta quello che ha detto Austin e sospira. “È un ragazzo intelligente. Sono esattamente le questioni che dobbiamo affrontare, perché il più grande indicatore della tua passione per lo sport è che tu ci abbia giocato da bambino». Sono ormai decenni che il baseball è “il passatempo nazionale” solo attraverso le lenti nostalgiche della storia, e però oggi è un business prospero. I profitti sono a quote da record, l’afflusso di pubblico è intenso nei trenta stadi della Major League e in quelli delle serie minori, i giocatori di baseball guadagnano il cinquanta per cento in più di quelli di football. Ma da quando è entrato in carica, quest’anno, Manfred ha cominciato a dare un allarme: il baseball deve occuparsi della sua perdita di contatto con i giovani o rischierà di perdere una generazione di fans.
Mentre inizia il 140esimo campionato dalla fondazione della National League, il pubblico del baseball sta invecchiando. Gli spettatori televisivi hanno più anni in media di quelli di ogni altro sport maggiore, e in tutti gli Stati Uniti il numero dei ragazzini che giocano a baseball continua a calare da due decenni.

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Rob Manfred, nuovo commissioner della Major League Baseball ; Washington Post, Michael S. Williamson

Il baseball ha sfidato le previsioni di una sua fine – per saturazione, per il declino dell’America delle piccole città, perché gli americani rimpiangono il passato – dagli anni Venti. E intanto resta il secondo sport più giocato dai ragazzi, dopo il basket. «Il baseball è un prodotto di intrattenimento in straordinaria salute», dice Manfred.  Ma l’estesissimo impatto delle nuove tecnologie sul modo di giocare dei bambini e l’accelerazione della vita contemporanea cospirano contro gli sport in generale e contro il baseball in particolare

Stando ai dati Nielsen sugli ascolti, il 50 per cento del pubblico televisivo del baseball ha almeno 55 anni: era il 41 per cento dieci anni fa. ESPN, il canale che trasmette le partite di baseball, football e basket, dice che l’età media del pubblico di baseball è assai più alta: 53 anni per il baseball, 47 per il football (anche questa in crescita intensa) e 37 per il basket, che ha mantenuto l’età media stabile. I giovani si appassionano meno a seguire il baseball di una volta. Per la prima volta il sondaggio annuale di ESPN sui trenta atleti preferiti dai giovani americani non ha compreso nessun giocatore di baseball. Rispetto alla media complessiva, gli adulti oltre i 55 anni dicono di avere una forte passione del baseball in un numero superiore dell’11%; quelli tra i 18 e 34 anni, il 14% in meno. I ragazzi tra i 6 e i 17 sono diventati dal 7% al 4% del pubblico dei playoff di baseball in due anni.

Il modello economico del baseball è diverso da quello degli altri sport. Il suo pubblico televisivo è soprattutto locale e capace di spendere. Negli 11 mercati in cui va meglio – i primi sono St. Louis, Detroit, Cincinnati e Boston – le partite della squadra di casa sono i programmi televisivi più visti per tutta l’estate. E lo sport si sta muovendo aggressivamente verso la cultura digitale: la sua app per dispositivi mobili – “At bat”, prodotta dalla MLB – è la più popolare app sportiva degli Stati Uniti. Ma in un’epoca in cui le culture locali stanno cedendo terreno a una cultura digitale nazionale, il baseball rischia di perdere spazio nel dibattito nazionale.
«Se il baseball non si muove in qualche modo, probabilmente resterà dov’è per un’altra decina d’anni», sostiene Rich Luker, uno psicologo e ricercatore che si occupa di sondaggi sportivi di ESPN da due decenni: «Ma tra vent’anni si troverà in un ruolo secondario nella vita americana, condannato all’irrilevanza come Tower Records o Blockbuster».

In un pomeriggio di marzo a Closter, New Jersey, in mezzo a mucchi di neve che resistono all’arrivo della primavera, genitori ansiosi si stringono su una stretta panca della Northern Valley Baseball Academy, una palestra che impiega allenatori con esperienze nei college e nel baseball professionistico. Ogni paio di minuti, un padre o una madre si avvicina a un allenatore, per avere notizie sulle possibilità di suo figlio.
L’impressione è di una grande partecipazione, ma l’apparenza inganna: fino all’anno scorso Closter aveva un suo campionato di Little League. E anche le città vicine di Demarest e Haworth. Ma un drastico calo dei bambini che si iscrivevano alle squadre di baseball ha portato alla creazione di un solo campionato per le tre città, una scelta che i responsabili delle Little League dicono essere sempre più frequente in tutti gli Stati Uniti.
«È un declino costante da dodici anni, l’1 o 2% ogni anno», dice il vicepresidente Patrick Wilson: «C’è una generazione di genitori che non ha un rapporto con lo sport perché non ha giocato a sua volta: e se non hai giocato, è meno probabile che tu porti tuo figlio in cortile a fare un paio di lanci».
Nelle tre città del New Jersey quelli che amano il baseball restano molto appassionati, e in questa parte più ricca dello stato ci sono famiglie che sostengono un centro in cui i corsi privati costano 90 dollari l’ora. Ma la Baseball Academy è stata costretta ad affittare degli spazi ai campionati di calcio, creando sonori mugugni tra gli allenatori del baseball.
«Si lamentino pure», dice il proprietario, «ma è il calcio che fa pagare i conti».

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Lucas Sands, 7 anni, è uno dei bambini di Closter che giocano nella Little League unificata con due città vicine; Washington Post, Michael S. Williamson

Nel campionato iniziato da poco, la MLB ha deciso di spingere i suoi giocatori milionari a darsi un po’ una mossa. Sperando di stare al passo con una generazione che vive di messaggi istantanei e video in diretta, il baseball quest’anno ha istituito un timer in campo che limiterà gli intervalli tra i nove inning della partita a due minuti e venticinque secondi, e introdotto una nuova regola che impone ai battitori di restare nello spazio di battuta, per limitare le perdite di tempo tra un lancio e l’altro.
Il baseball professionista ha concluso che se una partita può essere ridotta rispetto alla media di tre ore e due minuti dell’anno scorso (erano due ore e trentatré nel 1981), forse una cultura impaziente lo apprezzerà. Ma molti esperti di baseball dicono di non vedere prove che il problema o la soluzione stiano nella velocità. Le partite di football sono spesso più lunghe ancora, e in pochi se ne lamentano, dice un economista che studia il business del baseball, Michael Haupert: «Il problema non è la velocità, ma la sensazione che non succeda niente».

Secondo Haupert sarebbe più efficace potenziare il gioco in attacco, per esempio abbassando l’altezza del monte di lancio, limitando gli spostamenti in difesa e i cambi di lanciatore, proposte in discussione nei campionati professionistici e dei college.
Ma i problemi del baseball hanno a che fare almeno altrettanto con i più generali cambiamenti nella società: il gioco fa fatica in tempi di nuove organizzazioni familiari, di crescente specializzazione nello sport e declinanti identità locali.

L’impegno in attività sportive dei bambini americani è diminuito in generale, circa metà di loro non fa nessuno sport di squadra (cresce solo il lacrosse). Ma col baseball smettono prima ancora che con gli atri sport. Una ragione è che il maggiore investimento nell’orientamento dei giocatori giovanissimi e nella loro formazione ha finito per allontanare quelli meno dotati o meno interessanti a un’attività professionistica. E il baseball è sempre più uno sport mediamente costoso e con impegni intensissimi in termini di tempo, che demotiva presto i ragazzi con maggiori difficoltà a colpire una palla, mentre incentiva quelli più forti.
Un altro ostacolo all’allargamento della base di frequentazione giovanile del baseball è dato forse dai cambiamenti che hanno modificato la struttura delle stesse famiglie americane. In una sua estesa ricerca Ogden ha scoperto che lo sport attira oggi un seguito più ricco, bianco e suburbano di una volta. E un altro dato mostra che il 95% di chi gioca all’università viene da famiglie con i genitori biologici conviventi, in un’epoca in cui solo il 46% degli americani sotto i 18 anni è cresciuto in simili contesti tradizionali. Secondo Ogden «è una generazione che non ha giocato coi propri padri, e questo è anche l’elemento della distanza tra il baseball e gli afroamericani. I ragazzi non vengono avvicinati al baseball».
La quota di giocatori neri nei campionati maggiori è scesa dal 19% del 1986 all’8% dell’anno passato. Nelle squadre universitarie di Prima Divisione sono solo il 2,6%. Allo stesso tempo, sta crescendo invece la partecipazione dei latinos, sia tra i professionisti che tra i fans.

A una scuola di baseball creata in un quartiere nero di Washington dalla squadra dei Nationals per attrarre i bambini verso lo sport, il responsabile Tal Alter spiega che gli studenti arrivano con entusiasmo ma pochissima esperienza col gioco e una sua conoscenza «minima nel migliore dei casi». «Pochissimi hanno già tenuto in mano una mazza o messo un guanto, prima. Non è mancanza di interesse, ma di risorse: il baseball ne richiede molte, genitori disponibili, attrezzatura, campi dove giocare. Il nostro lavoro è colmare queste assenze». Il mese scorso i Nationals hanno regalato le divise della squadra a tutti i 4.500 giocatori delle Little League cittadine.

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Bambini di Washington con le divise regalate dalla squadra dei Nationals; Washington Post, Michael S. Williamson

Ma le barriere sono anche sociali e culturali. Un giovane insegnante della scuola spiega che quando si appassionò al baseball, alle scuole medie, tutti i suoi amici nel quartiere erano appassionati di basket e di football. «Ero una specie di emarginato. Per ottenere che dei compagni si iscrivessero alla squadra e poter giocare dovevo fare lunghe opere di convinzione, il baseball era quasi un tabù. Uno sport da bianchi. I bambini bianchi lo imparavano dia loro padri: io mio padre non l’ho mai conosciuto. È tuo padre che ti regala la tua prima mazza, il tuo primo guanto. A mia madre non importava se andavo agli allenamenti». Per i suoi amici il baseball è troppo tranquillo, riflessivo: e anche altri allenatori notano come le celebrazioni enfatiche e spettacolari che rendono popolari alcuni campioni di basket o football, sono criticate nel baseball. Dice John McCarthy, un vecchio insegnante di Washington: «Il baseball ha una cultura molto conservatrice, nella quale non si attira l’attenzione su se stessi. Giochi ogni giorno, fai la tua parte. È una cultura meno celebrativa, e questo è un problema per molti ragazzini di oggi»

La dinamica padre-figlio per la trasmissione della passione nel baseball è vista come essenziale da tutti gli esperti, mentre per altri sport funziona più spesso la formazione nelle scuole o l’imitazione dei compagni: «Se nessuno ti insegna l’arte della battuta, che ha bisogno di tempo e di lezioni precoci, non imparerai più tardi», spiega il proprietario della Baseball Academy.
Il commissioner Manfred ha imparato a giocare in una piccola cittadina idilliaca dove i bambini giocavano nel cortile di casa coi loro padri, dove il prato aveva i segni delle basi, dove palle da allenamento sperdute punteggiavano il giardino come fiori in attesa di sbocciare. Però è lucido: «Gli anni Sessanta non torneranno. La società è cambiata. I giorni in cui i tuoi ti mandavano al parco per otto ore senza preoccuparsi di niente sono andati».

Il baseball ha vissuto per quasi un secolo senza cambiare carattere, nel suo ruolo di legame tra le generazioni, nella sua identità di simbolico sport americano caratterizzato da una sfida individuale uno-contro-uno inserita all’interno di un gioco di squadra. Ma può uno sport basato sulla riflessione e sull’attesa prosperare in una società assetata di azione e risultati continui?
I dirigenti del baseball sono fiduciosi che lo sport sopravviverà, come fece dopo una crisi di partecipazione negli anni Cinquanta. I giovani hanno sempre voluto esprimere una distanza e un’emancipazione dalle passioni e dai valori dei loro genitori, ma finora ogni generazione è tornata sui campi dei padri.

Questa volta la risposta verrà da ragazzi come Austin Albericci, il giovane del New Jersey che ha lasciato il baseball per il football e che – per la delusione di suo padre – non si siede più con lui a guardare gli Yankees in tv. Austin ha accantonato il baseball per ora, ma immagina di poterci tornare. «Se avrò un figlio, deve assolutamente provare il baseball. Mio padre lo amava, vuol dire qualcosa».

©Washington Post 2015

(Nella foto: un campo di Closter, New Jersey, che un tempo ospitava partite di Little League e ora è usato solo per il gioco occasionale, Washington Post photo by Michael S. Williamson)

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