Nove grandi canzoni di Billie Holiday

Da riascoltare oggi, nel centenario della sua nascita, ché la sua voce non si può spiegare

Billie Holiday nacque a Philadelphia il 7 aprile 1915, 100 anni fa. Queste sono le nove canzoni che Luca Sofri, il peraltro direttore del Post, ha scelto per il suo libro Playlist: c’è anche quella che è stata definita la prima canzone di protesta e quella che Holiday paragonava all’anatra arrosto.

Billie Holiday

(1915, Philadelphia, Pennsylvania – 1959, New York City, New York)
Era nata a Philadelphia da due genitori adolescenti, ed ebbe una vita tormentata e romanzesca di sofferenze e fama mondiale. Morì di cirrosi epatica a 44 anni. Il resto è la sua voce, che non si può spiegare.

The man I love
(1935)
«Quando canti canzoni come “The man I love”, o “Porgy”, è come quando ti siedi a tavola e mangi l’anatra arrosto. E io adoro l’anatra arrosto. Io queste canzoni le ho vissute». L’idea di Billie Holiday che canta “The duck I love” è divertente.

Strange fruit
(1939)
Qualche anno fa, «Time» la proclamò la canzone del secolo (scorso). Parla di razzismo e linciaggio, e lo strano frutto è il corpo di un nero ucciso che pende da un albero. Billie Holiday la fece sua, ed è sua, malgrado l’avesse scritta un insegnante e poeta ebreo che si chiamava Abel Meeropol (e che più tardi adottò i figli orfani dei coniugi Rosenberg). Nessun cantante nero si era mai spinto così avanti, e la canzone fu bandita e rifiutata da radio e case discografiche. Ma uscì – un giornalista la definì “la Marsigliese dei neri del sud” – e fu un colpo.
“Southern trees bear strange fruit
Blood on the leaves
Blood at the root

Black bodies swinging in the southern breeze
Strange fruit hanging from the poplar trees
Pastoral scene of the gallant south
The bulging eyes and the twisted mouth
The scent of magnolia sweet and fresh
Then the sudden smell of burning flesh
Here is a fruit for the crows to pluck
for the rain to gather
for the wind to suck
for the sun to rot
for the tree to drop
Here is a strange and bitter crop”

Body and soul
(1940)
Togliamoci subito il dente e ricordiamo che il successo musicale dell’espressione “body and soul” culminò in versione italiana in “Un corpo e un’anima” di Wess e Dori Ghezzi. Eppure, malgrado la banalità dell’idea – abusata prima e dopo Billie Holiday – lei ci mise sopra la sua firma definitiva. “Body and soul”, standard jazz tra i più sfruttati, è ormai roba sua, anche se l’avevano scritta in quattro, nel 1930. L’altra versione importante per la storia del jazz è quella quasi contemporanea di Coleman Hawkins, da antologia dell’improvvisazione.

(In my) Solitude
(1941)
“In my solitude
 you haunt me
 with reveries
 of days gone by”
Canzone di Duke Ellington. Lei dà l’impressione che se anche lui tornasse, sarebbe sola lo stesso.

Stormy weather
(1952)
Una volta, quando c’era meno qualunquismo, a nessuno veniva in mente che la pioggia fosse da addebitare al governo ladro. Ci si prendevano le proprie responsabilità: “Da quando io e il mio uomo non stiamo più insieme, piove tutto il tempo”.

It had to be you
(1955)
“It had to be you, it had to be you
I wandered around, and finally found the somebody who
Could make me be true, and could make me be blue
And even be glad, just to be sad thinking of you”

I’m a fool to want you
(Lady in satin, 1958)
“Sono una stupida a volerti”, è un titolo di realismo encomiabile. Lady in satin fu l’ultimo grande disco di Billie Holiday. Lei non era più quella di un tempo, e proprio perché lei non era più quella di un tempo il disco è sensazionale. Non sta cantando, sta vivendo. Morì l’anno dopo.

The end of a love affair
(Lady in satin, 1958)
“Ora cammino sempre un po’ troppo spedita, e guido sempre un po’ troppo spedita. E sono distratta, è vero: ma che altro puoi fare, alla fine di un amore?”. Bellissimo testo, dove lei fuma un po’ troppo e scherza un po’ troppo, e quando è in un posto affollato le viene da parlare forte e tutti si girano. E le canzoni che chiede di sentire non sono per forza le più belle, ma quelle dove la tromba si scatena. “Ma che altro puoi fare, alla fine di un amore?”.

You don’t know what love is
(Lady in satin, 1958)
“Che ne sai tu dell’amore?”. Non sai cosa sia l’amore, fino a che non capisci il significato del blues.

Mostra commenti ( )