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  • venerdì 20 marzo 2015

L’attacco col sarin nella metro di Tokyo, 20 anni fa

Morirono 13 persone, più di 6.000 vennero intossicate: il capo della setta responsabile dell'attacco è stato condannato a morte nel 2004, ma è ancora vivo

Il 20 marzo del 1995, vent’anni fa, un gruppo di persone liberò del gas nervino dentro la metropolitana di Tokyo, in Giappone. Morirono 13 persone, 54 furono gravemente ferite e gli intossicati furono più di seimila. Vent’anni dopo per quell’attentato sono state processate 14 persone, cinque delle quali sono state condannate a morte, ma nessuna è ancora stata uccisa. Questa mattina i lavoratori della metropolitana giapponese hanno osservato un minuto di silenzio alla stazione Kasumigaseki, per ricordare le vittime dell’attacco.

Quello del 1995 è il caso più famoso di attentato terroristico in cui venne utilizzato il sarin, un particolare tipo di gas nervino, sintetizzato nel 1938 da alcuni scienziati tedeschi mentre stavano cercando di creare un pesticida. Il sarin non ha né odore né colore o sapore, ed è molto tossico: causa violenti conati di vomito, fuoriuscita di feci e urina e spasmi muscolari. Basta un’esposizione piccolissima per portare entro un minuto alla morte per soffocamento.

Quella mattina, poco prima delle otto, dieci persone piazzarono vari sacchetti di plastica in alcune delle stazioni più frequentate di Tokyo, sulla Linea Chiyoda, sulla Linea Marunouchi e sulla Linea Hibiya. I sacchetti contenevano gas sarin in forma liquida. Nei minuti successivi gli attentatori fecero dei fori sui sacchetti senza farsi notare, usando degli ombrelli con attaccati degli spilli, e il gas cominciò lentamente a diffondersi nell’aria: il sarin allo stato liquido evapora molto in fretta. Tra le 7,50 e le 8,10 furono piazzati tutti i sacchetti e la gente cominciò a mostrare i primi sintomi dell’avvelenamento, fra cui svenimenti, perdita temporanea della vista e irritazione: nel giro di dieci minuti arrivarono i primi soccorsi e le varie stazioni furono evacuate entro le 8.35.

La polizia giapponese scoprì che gli attentatori facevano parte del movimento Aum Shinrikyo, che venne fondato nel 1987 da Shoko Asahara e mescolava insieme principi del buddhismo, dell’induismo, del cristianesimo e visioni apocalittiche. Nel 1992 Asahara pubblicò un libro in cui si definiva Cristo, l’Agnello di Dio, e si diceva in grado di portare su di sé i peccati del mondo. In seguito annunciò l’arrivo dell’Apocalisse: secondo questa teoria nel 1997 gli Stati Uniti avrebbero attaccato il Giappone e scatenato la Terza guerra mondiale, in cui sarebbero morti tutti gli uomini tranne i fedeli di Aum Shinrikyo. La setta crebbe molto rapidamente e si stima che nel 1995 avesse 10 mila fedeli in Giappone e 30 mila in Russia.

La polizia iniziò a perquisire le principali sedi del culto nel paese: fu così che trovarono ordigni esplosivi, armi chimiche, armi biologiche, un elicottero militare, laboratori per produrre LSD e metanfetamine, milioni di dollari in oro e contanti e persone rinchiuse in celle. La setta venne dichiarata organizzazione terroristica e 150 fedeli vennero arrestati per diverse imputazioni. Nel frattempo Asahara era fuggito: venne arrestato dalla polizia il 15 maggio e nello stesso giorno fu recapitato un pacco bomba al governatore di Tokyo, che fece saltare le dita della mano della sua segretaria.

Asahara venne processato e condannato a morte per impiccagione nel 2004, ma la difesa fece ricorso contro la sentenza: recentemente è stato rifiutato l’appello e Asahara è in attesa dell’esecuzione della condanna. Le ragioni precise dell’attentato non sono ancora chiare: secondo le indagini gli attentatori scoprirono che la polizia aveva intenzione di perquisire le sedi del culto e ordinarono l’attacco per distogliere l’attenzione. La pubblica accusa affermò invece che Asahara voleva destabilizzare il Paese con una serie di attentati per condurre un colpo di stato e diventare re del Giappone. La difesa ha sempre sostenuto che Asahara fu tenuto all’oscuro dell’attacco da alcuni membri del movimento e negli anni ha sempre tentato di appellarsi contro la sentenza. Altri 13 membri della setta sono stati processati, quattro dei cinque esecutori materiali sono stati condannati a morte e uno all’ergastolo, per aver confessato, ma nessuna di queste sentenze per ora è stata applicata. Il movimento ha cambiato nome in Aleph, ora conta un centinaio di adepti ed è tenuto sotto sorveglianza dalla polizia.

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