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  • mercoledì 25 febbraio 2015

Dove eravamo rimasti con “House of Cards”

La terza stagione di "House of Cards" è cominciata venerdì, negli Stati Uniti e anche in Italia: un ripassone per chi non si ricorda la fine della complicatissima seconda stagione

La terza stagione di House of Cards, famosa serie tv americana sulla politica con Kevin Spacey, è stata diffusa venerdì 27 febbraio su Netflix. I primi due episodi saranno trasmessi in Italia su Sky Atlantic in lingua originale – e sottotitolati in italiano – dalla mezzanotte del 27 febbraio; negli Stati Uniti invece gli abbonati a Netflix – un popolare servizio di streaming on demand di film e serie tv – potranno vedere gli episodi tutti in una volta (fare quella cosa che gli americani chiamano binge-watching, insomma).

House of Cards è una delle serie tv più popolari, premiate e apprezzate degli ultimi anni: è scritta da Beau Willimon e racconta le vicende di Frank Underwood, uno scaltro politico americano interpretato da Kevin Spacey, che all’inizio della serie vuole vendicarsi del presidente degli Stati Uniti per non aver ottenuto la nomina a segretario di Stato. L’altro personaggio principale della serie è Claire Underwood (Robin Wright) che interpreta la moglie di Frank Underwood. House of Cards si basa su un’omonima miniserie televisiva trasmessa nel 1990 da BBC, a sua volta adattamento di un romanzo scritto da Michael Dobbs, ex membro del partito conservatore britannico. House of Cards è insomma una serie tv di politica, strategie e complotti, ma la trama ruota attorno a molti dei principali temi politici della nostra epoca: il ruolo delle intelligence e delle lobby, i rapporti tra politica e media, l’evoluzione del giornalismo.

Se vi appassionano queste cose e vi interessa una serie tv ben scritta e recitata che le racconti – nonché un fenomeno della cultura popolare degli ultimi anni – fate bene a recuperare House of Cards. Se avete già visto le prime due stagioni, questo è il punto in cui eravamo rimasti: per farsi trovare pronti. Se non l’avete vista, occhio: da qui in poi ci sono spoiler per chi non ha visto la seconda stagione.

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La seconda stagione era cominciata con Frank Underwood appena diventato vicepresidente, dopo il riuscito complottone messo in piedi nella prima stagione. Ed era cominciata con un primo grosso colpo di scena: l’assassinio della giornalista Zoe Barnes, che stava indagando sulla morte del deputato Peter Russo, gettata sotto un treno della metropolitana. Underwood decide di lavorare per promuovere una giovane deputata ed ex soldatessa, Jacqueline Sharp, a capo della maggioranza al Congresso e soprattutto comincia a occuparsi di rapporti commerciali con la Cina insieme al Segretario di Stato Catherine Durant: una questione importante per l’amministrazione, dato che sta molto a cuore a un potente milionario – Raymond Tusk – che è anche uno dei più influenti consiglieri del presidente Walker.

Underwood fa il doppio e il triplo gioco in più di un’occasione per far spazientire sia Tusk che Walker e metterli uno contro l’altro: e durante questo trafficare finisce per portare all’interruzione dei rapporti diplomatici tra Stati Uniti e Cina, per far arrabbiare un importante imprenditore cinese – Xander Feng – interessato alla costruzione di un ponte sul canale Long Island Sound e per scoprire che lo stesso Feng è in affari con Tusk. I rapporti tra Tusk e Walker precipitano, al punto che a un certo punto la società energetica di Tusk per ritorsione toglie la corrente elettrica allo stadio dove Frank Underwood sta per fare il lancio cerimoniale prima di una partita di baseball; e Underwood subito dopo suggerisce al presidente di commissariare le centrali energetiche di Tusk.

Ma la situazione non si ricompone, anzi: Tusk e Feng cominciano in segreto a finanziare gli spot televisivi dei Repubblicani contro Walker, danneggiando la sua popolarità, e Underwood lo scopre. Nel frattempo però anche una giornalista – Ayla Sayyad del Wall Street Telegraph – si accorge di qualcosa: e cioè che Tusk e Feng sono effettivamente in affari. Ma più il guaio va avanti e più le cose non si risolvono, anche perché nel frattempo Walker si mostra sempre più indeciso e cedevole. Durante una delle tante liti e discussioni, la capo dello staff del presidente Linda Vasquez si dimette. In tutto questo alla fine Underwood convince il presidente che la cosa migliore da fare per tirarsi fuori dai guai sia acconsentire al benedetto progetto del ponte.

La giornalista continua a indagare e ricostruisce un legame tra l’imprenditore cinese, Tusk e l’amministrazione Walker, ipotizzando l’esistenza di un giro di denaro proveniente dall’estero allo scopo di condizionare direttamente i lavori del Congresso e le decisioni di Walker (e la costruzione del ponte, quindi). Quando pubblica il suo articolo, succede un gran casino: Walker è costretto (su consiglio di Underwood) a incaricare un procuratore speciale di aprire un’inchiesta sulla vicenda allo scopo di liberare la Casa Bianca da ogni sospetto. Walker decide inoltre (sempre su consiglio di Underwood) di essere molto trasparente nel corso dell’inchiesta e consegnare al procuratore i suoi travel logs, le informazioni sui suoi spostamenti: documenti che però contengono gli orari dei suoi incontri con un consulente matrimoniale. Il procuratore lo scopre, Walker si arrabbia e se la prende con Underwood. Intanto anche Feng è nei guai per via dello scandalo, e Underwood convince il Segretario di Stato a offrirgli asilo e immunità negli Stati Uniti in cambio di una sua testimonianza nell’inchiesta. Ne risulta un ulteriore gran casino e la decisione del Congresso di avviare una procedura di impeachment contro Walker.

Lo stesso Walker è messo sempre peggio: accusato di complicità in questa storia di riciclaggio internazionale, vengono fuori i guai del suo matrimonio ma soprattutto salta fuori che il reverendo che gli faceva da consulente era stato addestrato dalla Casa Bianca riguardo cosa dire e cosa non dire al procuratore – soprattutto sul non dire che aveva prescritto al presidente degli ansiolitici per affrontare quel momento complicato. Pure il suo ex alleato Tusk non se la passa meglio, impelagato sempre di più nelle accuse di riciclaggio, anche se spera che arrivi una grazia da Walker. Nel frattempo Underwood fa l’ennesimo doppiogioco: da un lato si finge dalla parte di Walker, dall’altro dice alla capo della maggioranza, Jacqueline Sharp, che bisogna portare a termine l’impeachment per salvare il partito e il paese da un presidente ormai tragicamente impopolare.

Walker promette a Tusk la grazia, purché decida di testimoniare contro Underwood, ma è ormai debolissimo: e infatti quando Underwood con una lettera strappalacrime gli promette solidarietà e sostegno, Walker non può fare altro che cedere e chiedere a Underwood di aiutarlo a evitare l’impeachment. Cosa che Underwood ovviamente non fa, sebbene faccia finta; ma acconsentendo riesce a convincere Walker a ritirare l’offerta per Tusk, che a quel punto infuriato decide di scaricare il presidente davanti al procuratore, anche a costo di denunciare i suoi reati. Infatti lo arrestano. Ma non è lui quello che se la passa peggio: nel frattempo il Congresso si appresta a votare l’impeachment e Walker non ha altra scelta che dimettersi. Underwood diventa presidente, cerca di riallacciare i rapporti con la Cina, revoca l’accordo per l’immunità di Feng.

Uno dice: basta così, no? Invece no, perché durante tutto questo va ancora avanti un’altra metà della storia, quella che riguarda i tentativi di Underwood di ostacolare le indagini sulla morte di Peter Russo e Zoe Barnes. Tra giornalisti goffi, giornalisti giovani e giornalisti esperti, e hacker che si rivelano essere informatori dell’FBI, Underwood riesce a insabbiare la cosa senza grandi fatiche; la grana più grossa è contenere Rachel, la prostituta che nella prima stagione l’aveva aiutato a incastrare Peter Russo. Della pratica si occupa il suo braccio destro, Doug, che la confina in un appartamento e finisce per innamorarsene, se non fosse che Rachel a sua volta si innamora di Lisa, una ragazza che conosce a un gruppo religioso di sostegno. Doug si ingelosisce, le scopre che fanno sesso, chiede a Rachel di tagliare i ponti con Lisa, a un certo punto decide di farla trasferire: ma lei teme di essere uccisa e durante il viaggio approfitta di un imprevisto per scappare e tirare una pietra in testa a Doug, lasciandolo a terra privo di sensi.

Altre cose notevoli che succedono nella seconda stagione: Frank e Claire hanno un rapporto sessuale a tre con la guardia del corpo di Frank, Meechum; Claire trova e denuncia in tv un generale dell’esercito che l’aveva stuprata ai tempi del college, e da lì comincia un articolato tentativo legislativo per una legge sulle violenze sessuali; Claire convince la first lady che suo marito, il presidente Walker, ha una relazione con la sua principale collaboratrice, Christina, e il loro matrimonio va in crisi; viene introdotto un nuovo personaggio, Seth Grayson, una specie di lobbista-consulente-maneggione piuttosto inquietante che dopo un periodo di doppiogiochismo – non ci si può fidare mai di nessuno, in House of Cards – comincia a collaborare con gli Underwood; viene fuori la relazione extra-coniugale di Claire con il fotografo Adam Galloway, ma gli Underwood riescono a insabbiarla; il gestore del gran locale di costolette diventa popolare grazie alla frequentazione di Underwood ma fa un pasticcio cercando di farci lavorare suo figlio e perde il negozio.

E questo è un riassunto.

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