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Ci sarà mai la fine delle religioni?

Non ci sono mai state così tante persone nel mondo che non credono in un dio, ma forse è la nostra stessa mente il più grande ostacolo alla fine della fede

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Il numero di persone che dicono di essere atee è in continuo aumento in tutto il mondo, tanto da fare ipotizzare che nella storia dell’uomo non ci siano mai state così tante persone che non credono in un dio come ai giorni nostri. Secondo un sondaggio realizzato un paio di anni fa da Gallup International su un campione di oltre 50mila persone in 57 paesi del mondo, la percentuale di persone che sostengono di essere religiose è passata dal 77 al 68 per cento tra il 2005 e il 2011, mentre quelli che dicono di essere atei sono aumentati del 3 per cento. Nel complesso, dice la ricerca di Gallup, in tutto il mondo si può stimare con un buon grado di approssimazione che il 13 per cento della popolazione sia atea (in Italia l’8 per cento), con un altro 23 per cento che si considera “non religiosa”.

Partendo da questi dati, Rachel Nuwer ha scritto un lungo articolo su BBC Future chiedendosi se il progressivo aumento di non credenti porterà un giorno alla fine delle religioni. Predire il futuro non è naturalmente possibile, ma l’andamento del numero di fedeli degli ultimi anni e altri indicatori possono dare qualche indizio su come potranno andare le cose per chi crede e per chi è ateo nei prossimi secoli.

Stato sociale
Tra studiosi e ricercatori ci sono ancora teorie molto diverse, e talvolta in contraddizione, su cosa porti le persone a smettere di credere in una divinità. Quasi tutti concordano comunque sul fatto che la religione diventa meno importante nelle società dove ci sono altre cose, più pratiche e concrete, a rassicurare la popolazione. I paesi che hanno il tasso più alto di atei di solito sono quelli dove c’è una buona stabilità di tipo economico, politico e sociale. Questi elementi danno sicurezze sufficienti da rendere meno frequente il ricorso a promesse e rassicurazioni sovrannaturali come quelle fornite dalla religione. Altre cose, come la tecnologia e livelli di istruzione più alti, contribuiscono a far aumentare il numero di persone che non sentono la necessità di credere in un dio.

Per rendersene conto, spiega Nuwer, basta osservare come sono cambiate le cose in paesi come Giappone, Regno Unito, Canada, Corea del Sud, Paesi Bassi, Germania e Francia, dove un secolo fa la religione era una parte importante della vita della maggior parte della popolazione e sono ora invece tra i paesi con la percentuale più bassa di credenti. Si tratta di paesi in cui ci sono alti livelli di istruzione, stabilità sociale e nel complesso sistemi sanitari che garantiscono livelli di salute più alti. A questa tendenza globale si applicano comunque delle eccezioni, perché a seconda dei paesi il passaggio verso l’ateismo avviene a velocità diverse per motivi storici e sociali. Negli Stati Uniti, per esempio, il tasso di persone che dicono di essere credenti è ancora alto; tra il 2007 e il 2012 c’è stato un aumento degli atei dall’1,6 al 2,4 per cento.

Come spiegano diversi psicologi sociali, le garanzie offerte da uno stato sociale efficiente non sono comunque sempre sufficienti, soprattutto quando si analizzano le storie dei singoli individui. Nel caso di eventi improvvisi e imprevisti che causano malattie o la morte di una persona cara, per esempio, in molti scoprono o riscoprono la fede e sentono la necessità di ricorrere alla religione per trovare conforto. In questo i sistemi secolarizzati non riescono ancora a competere. Nuwer fa l’esempio del terremoto che si verificò in Nuova Zelanda nei pressi di Christchurch nel 2011. Mentre buona parte del paese si dichiara da tempo atea, fu registrato un picco nel numero di persone che dicevano di essere credenti tra la popolazione che aveva subito direttamente gli effetti del terremoto.

Mente e religione
Gli aspetti sociali non sono però gli unici a governare l’andamento della religiosità nei vari paesi del mondo: molto dipende anche da come è fatto il nostro cervello e dal modo che abbiamo di pensare. Secondo la “Teoria del processo duale” utilizziamo due modi di pensare, che per praticità possiamo chiamare sistema 1 e sistema 2. Quest’ultimo si è evoluto soprattutto in tempi relativamente recenti: è quello che ci fa pensare e organizzare le cose in modo logico. Il sistema 1 è invece la parte di pensiero intuitiva, che segue l’istinto e che attua diversi automatismi: è una sorta di meccanismo di sopravvivenza, ci permette di riconoscere le cose viventi da quelle inanimate, ci fa evitare un alimento quando è avariato e ci permette di riconoscere facilmente le facce delle persone che più hanno importanza per la nostra esistenza.

Secondo diversi studiosi, il sistema 1 è stato anche il responsabile della nascita e dell’evoluzione delle religioni, perché spinge a vedere istintivamente delle forze vitali ovunque andiamo, anche se queste non sono presenti (il meccanismo è definito come “dispositivo iperattivo di rilevamento agenti”). Ciò permetteva agli esseri umani dei millenni passati di evitare pericoli nascosti, come animali predatori mimetizzati nell’ambiente circostante e pronti ad attaccare, ma al tempo stesso ci ha resi molto sensibili a vedere e credere in cose di cui non abbiamo esperienza diretta: da una persona cara morta e di cui “sentiamo” la presenza all’idea di un dio, di solito buono, giusto e potente, che ci osserva dall’alto.

Il sistema 1 è anche responsabile della difficoltà di vedere corpo e mente come parte di una cosa sola. È una tendenza che si verifica quasi sempre e in età piuttosto precoce: i bambini sviluppano l’idea di avere un’anima immortale, che in qualche modo esisteva prima della loro nascita e che continuerà a esistere anche dopo. E questa idea, piuttosto elementare, è comune ed è alla base di molte religioni in giro per il mondo. Molti ricercatori teorizzano quindi che la religione sia il prodotto del processo duale e delle nostre inclinazioni naturali a trovare un senso alle cose che ci circondano.

Gli atei devono quindi fare i conti con il modo innato in cui pensa parte della loro mente e di solito l’istruzione e il contatto con la scienza sono i modi migliori per farlo. La scienza aiuta a correggere il sistema 1 ma non è comunque un processo semplice, perché non possiamo avere esperienza diretta di tutto ciò che dicono le evidenze scientifiche. Dobbiamo per esempio accettare che la Terra gira, anche se in maniera diretta non possiamo mai rendercene conto in modo efficace. Così come dobbiamo accettare che l’evoluzione va per conto suo e che non c’è un “disegno” o uno “scopo” per l’Universo, anche se istintivamente il nostro modo di pensare ci dice diversamente. In un certo senso, la scienza è un processo cognitivamente innaturale e quindi più faticoso da seguire rispetto alla religione, che offre concetti semplici e più vicini alla tendenza dei nostri processi mentali di trovare uno scopo.

Credenze alternative
Nel progressivo distanziamento dalla religione della popolazione mondiale ci sono poi molte ed evidenti contraddizioni. Ci sono milioni di persone che si dichiarano atee ma che al tempo stesso credono alle superstizioni, ai fantasmi, agli oroscopi, all’idea del karma, alla telepatia e alla reincarnazione, spiega Nuwer. Inoltre molti non credenti sviluppano passioni per cose che secondo la psicologia sociale sono molto vicine alla religione, come il tifo sfrenato per una squadra, lo yoga oppure vivere secondo i dettami di “Madre Natura”, con tutte le fissazioni soprattutto alimentari che ne derivano.

La religione, soprattutto nei tempi passati, si è diffusa e ha prosperato anche perché contribuiva alla coesione e alla cooperazione all’interno delle società. L’idea minacciosa di un dio che vede tutto e punisce chi non si comporta bene ha contribuito, in molti casi, a far nascere e mantenere un senso di responsabilità sociale verso gli altri. Uno studio in tema condotto su 600 società tradizionali in giro per il mondo ha messo in evidenza che nei posti in cui le condizioni climatiche sono più difficili le popolazioni locali tendono a credere a un dio moralizzatore, che premia chi aiuta il prossimo.

Il futuro delle religioni
La storia delle religioni, della loro diffusione e della varietà in cui si presentano potrebbe offrire serie sterminate di esempi, ma anche dai pochi citati da Nuwer si hanno indizi a sufficienza per capire che probabilmente la religione non scomparirà mai del tutto dal nostro pianeta. In millenni di storia ha dimostrato di sapere esistere e rinnovarsi grazie alla paura e all’amore, due dei sentimenti più forti e difficili da controllare per ogni essere umano. In futuro potrebbero attenuarsi fino a quasi sparire le grandi religioni monoteiste, o l’induismo, ma cose come la superstizione e la generica spiritualità continueranno a far parte della nostra esistenza.

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