Il complicato 2014 di Bitcoin

Perché in un anno la valuta virtuale ha perso metà del suo valore, nonostante abbia cominciato ad essere accettata anche da grandi aziende

Negli ultimi giorni sono usciti diversi articoli sulla complicata situazione di Bitcoin, la valuta elettronica virtuale che nel corso del 2013 aveva aumentato notevolmente il proprio valore e diffusione, in parte anche grazie all’attenzione dei media sul fenomeno. Il 2014, al contrario, per Bitcoin è stato un anno fondamentalmente negativo, per vari motivi fra i quali la bancarotta del principale mercato online dove si potevano scambiare Bitcoin con una valuta “vera” – Mt. Gox – e un generale aumento della diffidenza nei suoi confronti.

A oggi, per acquistare un bitcoin ci vogliono circa 334 dollari (circa 271 euro), mentre nel gennaio del 2014 ce ne volevano circa 750 (e addirittura 900, durante un picco di quei giorni): si tratta di un calo del 52 per cento, un dato più grave sia del crollo del rublo (che attualmente viene cambiato in dollari al 46,5 per cento in meno rispetto a inizio anno) sia del calo del peso argentino, che in questi mesi ha perso il 24 per cento del proprio valore.

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Fra le cause del declino di Bitcoin, il Guardian cita i guai giudiziari che hanno riguardato oltre a Mt.Gox anche Charlie Shem, fondatore e capo di un’associazione che promuove l’utilizzo di Bitcoin e di un mercato online per convertirli, arrestato in gennaio e accusato di «aver convertito un milione di dollari in Bitcoin per reati legati al traffico di narcotici», oltre a una serie di attacchi informatici e furti subiti in primavera da alcuni utenti. Secondo TechCruch, inoltre, ha contribuito alla sua relativa espansione la difficoltà di utilizzo per chi non è ancora molto pratico, molto superiore a quella delle comuni carte di credito. Mentre il numero complessivo di “portafogli” virtuali (cioè degli account con chiavi private che permettono di conservare i bitcoin) è salito a 6,5 dagli 1,3 milioni dello scorso anno, il numero di quelli che effettivamente contiene dei bitcoin è compreso fra 250mila e 500mila: questo fa pensare che molti abbiano aperto un account per acquistare bitcoin, ma che poi siano stati scoraggiati dalla difficoltà di utilizzo.

Una delle cause “strutturali” citata da molti e nota da tempo, però, potrebbe essere il fatto che Bitcoin non è controllato da nessun governo, un’entità che grazie a strumenti politici ed economici è in grado per esempio di fare pressioni sulle banche, o regolare la quantità di moneta da immettere in circolazione. Se ancora esiste Bitcoin, sostiene il Washington Post, è perché proprio le autorità di controllo di ciascuno stato non hanno deciso cosa fare a riguardo: nel caso decidessero che il suo utilizzo costituisca una minaccia, “introdurrebbero regole e farebbero approvare leggi per escluderlo dal sistema finanziario regolare”.

Altri ancora, però, hanno sottolineato che nuovi mercati di Bitcoin sono stati aperti nell’ultimo anno negli Stati Uniti, e che in generale la valuta è ora accettata anche da aziende rispettate come il noto gruppo editoriale Time Inc. e Microsoft. Nel 2014, poi, sono state avviate decine di start up che si occupano di Bitcoin. Tim Lee, su Vox, ha spiegato che Bitcoin potrebbe sfruttare il fatto di essere già ampiamente diffuso per concentrare i suoi sforzi per diventare un sistema di pagamento, piuttosto che insistere per rimanere valuta: di modo da mettere in difficoltà i sistemi di pagamento elettronico “tradizionali” come il bancomat o la carta di credito, ancora piuttosto costosi e resi complicati da diversi passaggi burocratici.

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