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  • mercoledì 12 novembre 2014

La vera ingiustizia

Troppa indignazione spontanea e disinformata contro le sentenze di assoluzione è causata da "un impasto oscuro e impunito", scrive Cesare Martinetti sulla Stampa

In prima pagina sulla Stampa di mercoledì, Cesare Martinetti commenta il crescente numero di sentenze di tribunale che generano estese indignazioni e proteste, spesso comprensibili ma basate su sensazioni e percezioni dell’opinione pubblica che sono molto superficiali rispetto all’approfondimento e alla competenza attribuibili ai giudici che abbiano indagato e valutato a fondo i casi. L’opinione di Martinetti è che “nel nostro Paese è caduto il riconoscimento del potere costituito, sia esso politico, scientifico o, come in questo caso, giudiziario”.

Viviamo sull’orlo dell’indignazione permanente. «Vergognosa» la sentenza dell’Aquila. «Sconvolgenti» le assoluzioni dei boss della camorra nel processo Saviano. Non parliamo di quelle del caso Cucchi. Va da sé che i parenti delle vittime del terremoto hanno il sacrosanto diritto di chiedere giustizia. È ovvio che ci sembra incomprensibile una sentenza che condanna l’avvocato che per conto dei boss ha proferito miserabili minacce contro uno scrittore e assolve i mandanti.
Siamo con il cuore, e non soltanto, accanto alla signora Ilaria che per amore del fratello morto in carcere e con un vivo sentimento di coraggio civile sta battendosi per una causa che dev’essere di tutti.
Ciò detto, però, c’è qualcosa che non va in tutte queste indignazioni che si rivolgono contro giudici legittimi che – salvo prova contraria – hanno pronunciato sentenze legittime in legge e coscienza. Questo qualcosa è che nel nostro Paese è caduto il riconoscimento del potere costituito, sia esso politico, scientifico o, come in questo caso, giudiziario. C’è una domanda di giustizia sommaria. O arriva la sentenza sull’onda di un’accusa costruita sull’indignazione popolare e mediatica, rapida e senza appello, o si castigano in modo esemplare gli imputati del caso anche se ricoprivano nella vicenda un ruolo marginale o subalterno, o è «Vergogna, vergogna, vergogna».

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foto: Bianchi/Lo Debole/LaPresse

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