La “crisi degli ostaggi”, 35 anni fa

La storia raccontata nel film "Argo" iniziò il 4 novembre del 1979: ma il film non racconta cosa accadde alla gran parte degli ostaggi, che furono liberati 444 giorni dopo

Il 4 novembre di 35 anni fa ebbe inizio la cosiddetta “crisi degli ostaggi”, uno degli eventi che più ha condizionato i rapporti tra Stati Uniti e Iran. Pochi mesi dopo la Rivoluzione islamica guidata dall’ayatollah Ruhollah Khomeini, diverse centinaia di studenti attaccarono l’ambasciata statunitense e presero in ostaggio 53 dei suoi dipendenti. È l’altra parte della storia raccontata nel film Argo, per capirci: la storia degli americani che non riuscirono a scappare dall’ambasciata prima del sequestro. La liberazione degli ostaggi avvenne solo 444 giorni dopo, al termine di lunghi negoziati, e la crisi contribuì ad affondare la presidenza di Carter e le sue speranze di rielezione. Gli ostaggi furono liberati il 20 gennaio 1981: in quelle ore Ronald Reagan stava giurando come nuovo presidente.

Quegli anni
Il contesto in cui ebbe inizio questa storia era il pesante antiamericanismo presente in Iran durante la Rivoluzione islamica, iniziata con la fuga dal paese dello scià Mohammad Reza Pahlavi nel gennaio del 1979. Il governo autoritario dello scià era iniziato grazie a un colpo di stato organizzato dalla CIA nel 1953, che rovesciò il governo eletto del primo ministro Mohammad Mosaddegh. Le manifestazioni antiamericane iniziarono quando allo scià venne permesso l’ingresso negli Stati Uniti per essere curato da un grave linfoma, nell’ottobre del 1979: decisione presa da Jimmy Carter dopo molte incertezze e, secondo la sua ricostruzione, per ragioni principalmente «umanitarie» e non politiche. Nessuno fino a quel momento sembrava accorgersi di quel che stava per accadere: in una nota dell’agosto del 1978 la CIA aveva definito l’Iran «non in una situazione rivoluzionaria o pre-rivoluzionaria».

L’assalto all’ambasciata e gli ostaggi
Intorno alle 6.30 del 4 novembre del 1979 alcune centinaia di studenti islamici e attivisti (il numero varia a seconda delle fonti) attaccarono l’ambasciata degli Stati Uniti a Teheran. I soldati addetti al servizio di sorveglianza cercarono di contenere i dimostranti ma dopo circa tre ore dovettero cedere. Gli studenti presero possesso dell’edificio con all’interno i cittadini statunitensi che ci lavoravano. Alcuni di loro, non presenti al momento dell’assalto, vennero rintracciati, catturati e portati in un secondo momento all’interno dell’ambasciata.

Gli ostaggi, con gli occhi bendati, vennero mostrati alle televisioni. Furono avanzate alcune richieste per la loro liberazione: gli studenti iraniani chiesero innanzitutto che il governo degli Stati Uniti consegnasse il deposto scià alle autorità iraniane e che si scusasse per le ingerenze negli affari interni dell’Iran. Il piano iniziale era comunque occupare l’ambasciata solo per un breve periodo di tempo, ma le cose cambiarono dopo che Khomeini aveva dato appoggio all’occupazione – anche per via del grande sostegno popolare – e, secondo alcuni, dopo la reazione del presidente Jimmy Carter di imporre sanzioni economiche, tra cui l’embargo del petrolio iraniano.

Tredici ostaggi, donne e neri, vennero rilasciati a metà novembre in quanto appartenenti a «minoranze oppresse», secondo la definizione degli studenti islamici che li tenevano prigionieri. A luglio venne rilasciato anche Richard Queen, un uomo bianco che nel frattempo si era ammalato di sclerosi multipla. I restanti 52 ostaggi vennero tenuti prigionieri fino al gennaio del 1981 per un totale di 444 giorni di prigionia. Verso la metà estate del 1980 gli ostaggi vennero dispersi per tutto il paese; poi la maggior parte di loro fu trasferita nelle carceri di Teheran per evitare tentativi di fuga o salvataggio, e per migliorare il sistema dei turni di guardia e la distribuzione di cibo.

Gli ostaggi erano stati dichiarati “ospiti” ed era stato assicurato che sarebbero stati trattati da tali. Più tardi la situazione si rivelò essere stata molto diversa. Le condizioni in cui vennero trattenuti furono molto dure: percosse, finte esecuzioni, mani legate per giorni o settimane, lunghi periodi di isolamento, divieto per mesi di parlare l’uno con l’altro o di stare in piedi, camminare o lasciare lo spazio in cui si trovavano se non per andare in bagno. Dalle diverse testimonianze raccolte risulta che tutti hanno descritto la sensazione di una imminente minaccia di esecuzione. Un ostaggio, un medico dell’esercito americano, portò avanti per protesta uno sciopero della fame per diverse settimane. Sembra anche che due ostaggi abbiano tentato il suicidio: uno di loro tentò di tagliarsi le vene dei polsi dopo aver rotto in bicchiere, un altro cercò di rompersi la testa contro una porta. Quattro ostaggi, infine, tentarono di fuggire: vennero scoperti e puniti con lunghi periodi di isolamento.

Sei persone tra quelle che al momento dell’attacco si trovavano all’interno dell’ambasciata riuscirono a fuggire e a trovare rifugio, dopo essersi nascosti per alcuni giorni, a casa dell’ambasciatore canadese Ken Taylor e con l’aiuto del diplomatico John Sheardown. Il 28 gennaio del 1980 riuscirono a lasciare l’Iran grazie alla collaborazione dell’ambasciatore e del diplomatico, che fornirono loro dei documenti falsi. I sei si finsero una troupe intenzionata a girare un film. Una volta estradati John Sheardown fu premiato con l’Ordine del Canada, la massima onorificenza dello stato riservata ai civili. La storia di questi sei ostaggi è stata raccontata nel film Argo. John Sheardown, che non trova però spazio nel film, è morto a Ottawa nel dicembre del 2012: aveva 88 anni.

I tentativi di salvataggio
Nell’aprile del 1980, dopo aver a lungo rifiutato quest’opzione preferendo una trattativa «cauta e prudente», il presidente americano Carter autorizzò un’azione militare per provare a liberare gli ostaggi dall’ambasciata: i negoziati si erano infatti protratti per mesi senza portare a nulla. L’operazione, preparata per mesi, fu però un completo disastro. I militari avevano la loro base nel deserto iraniano e alcuni problemi tecnici impedirono agli elicotteri di arrivare al punto di raccolta: la missione venne annullata. Mentre i militari stavano lasciando l’Iran, un elicottero si schiantò al decollo contro un aereo da trasporto, causando la morte di otto soldati.

Khomeini disse che fu un intervento divino in loro sostegno. La televisione iraniana raccontò il fallimento del salvataggio con toni trionfali e Carter perse 20 punti di gradimento nei sondaggi nell’arco di pochi giorni. Per mesi non successe poi sostanzialmente nulla, anche se Carter si sforzò fino all’ultimo giorno in carica di ottenere la liberazione attraverso i negoziati. Venne anche progettato un secondo tentativo di salvataggio, ma quando arrivò il momento della sua attuazione alla Casa Bianca sedeva un altro presidente.

La svolta
L’avvenimento decisivo per la risoluzione della crisi fu l’inizio della guerra tra Iran e Iraq, nel settembre del 1980. Al governo iraniano iniziarono infatti a pesare le sanzioni economiche e i miliardi di dollari bloccati dagli Stati Uniti in diversi conti bancari nel mondo. Nel frattempo lo scià era morto negli Stati Uniti, e così venne a cadere la possibilità di soddisfare la richiesta iraniana che l’ex capo di stato venisse rimpatriato. Anche questa fase di trattative fu però lenta e complicata, e portata avanti attraverso la mediazione dell’Algeria. Alla fine gli Stati Uniti acconsentirono a una nuova condizione posta dall’Iran per il rilascio degli ostaggi: sbloccare molte proprietà iraniane e avviare lunghe discussioni tecniche con le banche americane ed europee per permetterlo. L’annuncio di un accordo fu trovato da Carter poco prima delle cinque del mattino del 19 gennaio 1981: due mesi dopo aver perso le elezioni, poco prima di lasciare la Casa Bianca a Ronald Reagan.

Fino agli ultimi minuti disponibili prima dell’arrivo dei Reagan, la mattina di martedì 20 gennaio 1981, Carter rimase con i suoi collaboratori a lavorare per la liberazione degli ostaggi, aspettando le notizie sul trasferimento del denaro. Era necessario concludere prima del giuramento di Reagan, altrimenti i responsabili della trattativa sarebbero cambiati e tutto sarebbe dovuto ricominciare da capo. Quello stesso giorno due aerei con piloti algerini e gli ostaggi a bordo partirono da Teheran e dopo dieci giorni, tra tappe e controlli, arrivarono negli Stati Uniti.

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