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  • sabato 25 ottobre 2014

Il Barcellona vuole l’indipendenza della Catalogna?

Sembrerebbe di sì - sicuramente la vogliono alcuni suoi giocatori - nonostante i possibili effetti negativi su status e casse della società

Il 10 ottobre scorso la società polisportiva spagnola del Barcellona – nota soprattutto per la sua squadra di calcio, tra le più vincenti al mondo – ha formalmente espresso il suo appoggio all’indipendenza della Catalogna aderendo all’“Accordo Nazionale sul Diritto a Decidere”, un gruppo a favore del voto sull’indipendenza. Barcellona è la capitale della comunità autonoma spagnola della Catalogna e una delle quattro province oltre a Girona, Tarragona e Lerida. La società a capo della squadra di calcio è soltanto una delle società di Barcellona che hanno recentemente aderito al gruppo che sostiene l’indipendenza. Carles Vilarrubi, vicepresidente del Barcellona, ha in parte cercato di ridimensionare il significato dell’adesione spiegando che si tratta di una scelta in linea con l’identità storica del club, motivata anche dalle circostanze: «Non bisogna interpretarlo come un ingresso nel dibattito politico, ci stiamo soltanto allineando all’opinione pubblica», ha detto Vilarrubi.

Bloomberg ha cercato di considerare e calcolare i rischi economici che la società del Barcellona potrebbe correre se davvero la Catalogna diventasse indipendente: in quel caso il Barcellona potrebbe essere espulso dalla Primera División, cioè la Liga, il più importante campionato di calcio spagnolo. Il Barcellona – il cui motto, molto noto, è “Més que un club” (“più di una squadra di calcio”) – ha basato sui successi in ambito nazionale e internazionale gran parte del suo successo: alcuni ritengono che un’ipotetica competizione non nazionale ma soltanto catalana potrebbe essere un ostacolo per il mantenimento del suo status attuale (tra il 2005 e il 2013 il Barcellona ha vinto sei titoli spagnoli e tre Champions League, la più importante competizione calcistica per club in Europa). Sarebbe la fine della rivalità storica contro il Real Madrid, per esempio, che rappresenta da decenni l’aspetto sportivamente più interessante nel campionato spagnolo.

Bloomberg calcola che un’eventuale esclusione del Barcellona dal campionato spagnolo potrebbe comportare una perdita di tifosi nel mondo e minori ricavi dal merchandising e dai contratti con gli sponsor (tra cui Qatar Airways e Nike): attualmente il Barcellona genera un mercato da 530 milioni di euro in vendite annuali. Per volume di vendite è la società di calcio più ricca al mondo dopo il Real Madrid. Il 7 ottobre scorso il presidente della Liga spagnola Javier Tebas ha detto che, a causa della legge spagnola, Barcellona ed Espanyol – un’altra squadra catalana di Barcellona che gioca nella massima divisione – sarebbero obbligatoriamente esclusi dal campionato se la Catalogna diventasse indipendente. Il vicepresidente del Barcellona, Vilarrubi, ha detto di non essere preoccupato da una simile eventualità: «Con 70 milioni di fan su Facebook, 500 milioni e passa di euro in vendite commerciali, più Messi e Neymar, non penso che avremmo problemi a trovare qualcuno contro cui giocare».

In tempi recenti, molti tifosi del Barcellona (ma non tutti) hanno più volte manifestato il loro sostegno al governo regionale della Catalogna nella richiesta di indipendenza. Ramon Miravitllas, autore del libro “La funzione politica del Barcellona”, ha raccontato per esempio che durante le partite giocate in casa dal Barcellona, al minuto 17:14 del primo tempo, una parte dei tifosi allo stadio Camp Nou comincia a gridare in coro “Independencia!”. Si tratta di un riferimento al 1714, l’anno in cui il re di Spagna Felipe V sconfisse le truppe catalane alla fine della Guerra di sucessione spagnola e chiuse il parlamento della regione. Altri tifosi hanno mostrato a volte uno striscione con la scritta “La Catalogna non è Spagna” e sventolato bandiere simbolo dell’indipendenza, a strisce gialle e rosse e con una stella bianca su sfondo blu.

Anche alcuni giocatori della squadra, in varie occasioni, hanno manifestato parere favorevole all’indipendenza della Catalogna. L’11 settembre scorso, il centrocampista Xavi Hernandez, indossando una bandiera catalana sulle spalle, ha partecipato per le strade di Barcellona a una grande manifestazione per la richiesta del referendum sull’indipendenza. Quel giorno il difensore Gerard Piqué ha pubblicato su Twitter una foto di lui e suo figlio mentre partecipavano a quella stessa manifestazione.

 

In un’intervista con il giornale La Vanguardia, il 9 ottobre scorso, il difensore brasiliano Dani Alves è sembrato più cauto, esprimendo alcuni dubbi sul fatto che la comunità catalana sia del tutto consapevole delle ripercussioni e delle conseguenze che un’indipendenza dalla Spagna potrebbe comportare.

La Catalogna è una regione nordorientale della Spagna di quasi otto milioni di abitanti (circa il 19 per cento della popolazione del paese, che produce il 19 per cento del suo PIL): possiede una propria fortissima identità culturale e storica, a cominciare dalla lingua, il catalano. Dispone già di un proprio parlamento nell’ambito di un complesso sistema di autonomie, che da tempo lavora allo svolgimento di un referendum consultivo sull’indipendenza, la cui programmazione è sempre stata piuttosto complicata. Era stato annunciato dal parlamento catalano alla fine del 2013, in base a una dichiarazione di sovranità che la Corte Costituzionale aveva però dichiarato illegittima. Poi, poche settimane fa, lo stesso governo regionale della Catalogna ha annullato il referendum previsto per il prossimo 9 novembre, ma il presidente della Catalogna Artur Mas ha comunque annunciato e proposto “elezioni plebiscitarie” alternative per capire la volontà dei catalani sul futuro politico della loro comunità.

Alcuni tifosi del Barcellona durante la partita di campionato contro il Granada, il 27 settembre 2014.
(David Ramos/Getty Images)

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