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  • domenica 19 ottobre 2014

Gli attacchi aerei contro l’IS funzionano?

Non troppo: il problema ha a che fare con la natura stessa della guerra che si sta combattendo in Iraq e Siria, e con il fatto che non ci sono soldati statunitensi sul campo

Lo scorso 15 ottobre l’amministrazione statunitense ha finalmente dato un nome alle operazioni militari contro lo Stato Islamico (IS) in Siria e Iraq: dopo settimane di indecisione, il nome scelto è stato “Operazione Inherent Resolve“, che si può tradurre più o meno come “Operazione soluzione dedicata”. Dal 16 giugno 2014, data di inizio degli attacchi americani sull’IS in Iraq (l’inizio degli attacchi in Siria è del 22 settembre) fino a metà ottobre, ci sono stati più di 250 “attacchi” per un totale di 3.800 sortite (una sortita è l’invio di un singolo aeroplano per una determinata missione), comprese anche le sortite degli aerei di rifornimento. In tutto sono state utilizzate 800 tra bombe e missili per colpire più di 320 bersagli diversi.

I risultati degli attacchi aerei non sono chiari. In Iraq sembra che gli attacchi abbiano aiutato le forze curde e irachene a respingere l’IS dal Kurdistan – la regione autonoma nel nord dell’Iraq abitata principalmente da curdi – a riconquistare la diga di Mosul e a difendere quella di Haditha, che si trova a circa a 340 chilometri a sud da Mosul. D’altro canto sembra che a Ramadi, città irachena assediata dall’IS e considerata strategicamente molto importante, gli attacchi aerei non abbiano fermato l’assedio dei miliziani. Sembra inoltre che finora gli attacchi aerei non siano stati in grado di ricacciare indietro del tutto l’IS da Kobane, città curda nel nord della Siria. I risultati raggiunti finora dall'”Operazione Inherent Resolve”, sostengono diversi esperti, sono molto scarsi e l’intera operazione si sta dimostrando uno spreco di soldi.

I risultati degli attacchi
Secondo i dati diffusi dal dipartimento della Difesa, a settembre l’aviazione americana era riuscita a distruggere 88 veicoli civili armati (i famosi pick-up), 33 veicoli militari (quasi tutte jeep Humvee che l’IS ha catturato all’esercito iracheno), 22 altri veicoli, 15 veicoli pesanti (blindati e carri armati), 21 posizioni armate (cioè posizioni di artiglieria, mitragliatrici e cannoni antiaerei) e 29 altre posizioni (una definizione generica che indica probabilmente edifici o trincee senza armi pesanti).

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Non si tratta di una lista particolarmente impressionante, soprattutto considerato che, secondo il Washington Post, le operazioni sono costate fino ad ora tra i 780 e i 930 milioni di dollari e continueranno a costare circa 300 milioni di dollari al mese. L’amministrazione americana, però, ha più volte sottolineato che le operazioni aeree non hanno come scopo la distruzione dello Stato Islamico, ma soltanto l’indebolimento delle sue milizie. Il segretario del dipartimento della Difesa, Chuck Hagel, ha spiegato diverse volte che la sconfitta dell’IS potrà avvenire soltanto con l’intervento di forze di terra locali, come l’esercito iracheno e le milizie curde (o quelle turche).

Qual è il problema
Uno dei problemi principali per cui gli attacchi aerei hanno difficoltà a risolvere da soli la situazione è che gli Stati Uniti non hanno, almeno ufficialmente, personale di terra sul campo che possa aiutare i piloti a identificare quali bersagli colpire. Secondo quanto rivelato dal comandando centrale dell’esercito americano in Medio Oriente, Nord Africa, Asia Centrale, Afghanistan e Iraq (CENTCOM), esistono accordi per cui l’esercito iracheno e le milizie del Kurdistan iracheno possono indicare bersagli all’aviazione americana. Quello di identificare bersagli per l’aviazione, però, è un ruolo complicato che non è possibile insegnare in pochi giorni a un miliziano che non conosce le tattiche e gli strumenti moderni.

La mancanza di osservatori a terra è particolarmente problematica nel conflitto attuale, dove i bersagli dell’aviazione americana, cioè i miliziani dell’IS, non dispongono di molti equipaggiamenti pesanti, come carri armati e pezzi di artiglieria, facili da identificare anche dal cielo. Le milizie dell’IS si spostano soprattutto a bordo di pick-up su cui sono state montate mitragliatrici. Le loro forze sono armate alla leggera e si possono confondere facilmente tra la popolazione civile. Inoltre, dopo i primi giorni di attacchi aerei, i miliziani hanno cominciato a non spostarsi più in grandi convogli facili da individuare e da attaccare, ma in gruppi più piccoli.

Colpire con precisione le milizie dell’IS è particolarmente difficile anche per il tipo di aerei impiegati fino ad ora. Si tratta soprattutto di F-18 decollati dalle portaerei, F-16 ed F-15. Sono stati impiegati anche i pesanti bombardieri B-1 e in Siria sono stati utilizzati i moderni F-22 (un parente più grande e più costoso dell’F-35: un jet invisibile ai radar che costa circa 350 milioni di dollari). I piloti di questi aerei viaggiano a grandi altezze e a una velocità di diverse centinaia di chilometri all’ora. Senza osservatori a terra che indichino loro i bersagli devono fare affidamento soltanto su un piccolo schermo grande quanto una custodia per CD che mostra le immagini del terreno sotto di loro (uno schermo simile a quello che potete vedere nel video qui sotto).

In queste condizioni è possibile infliggere gravi danni quando si incontra il nemico in campo aperto: CENTCOM ha detto che l’obiettivo principale degli attacchi intorno a Kobane è bloccare i rifornimenti dell’IS alle truppe impegnate nei combattimenti. È molto più difficile individuare i nemici e colpirli mentre sono già impegnati in un combattimento urbano, dove la linea del fronte è incerta e in continuo movimento. Il video sotto mostra un bombardiere B-1 che sorvola in cerchio la città di Kobane: a quanto risulta, l’aereo ha volato per diverse ore in attesa di identificare un bersaglio prima di sganciare alcune bombe.

Anche a causa di queste difficoltà, il primo ottobre il CENTCOM ha annunciato che in Iraq sono stati inviati alcuni elicotteri Apache. Si tratta di apparecchi che volavano molto più vicino al suolo e ad una velocità molto più ridotta rispetto ai jet da combattimento (visto che sono elicotteri possono anche rimanere fermi sul posto, o muoversi trasversalmente rispetto al bersaglio). Queste caratteristiche li rendono un’arma molto più adatta ad affrontare un nemico armato alla leggera e difficile da individuare come le milizie dell’IS. Gli elicotteri però, proprio a causa della loro lentezza e della quota a cui operano, sono più vulnerabili al fuoco di terra (l’IS è già riuscita ad abbattere una decina di elicotteri dell’esercito iracheno). Inoltre hanno un raggio d’azione limitato: sono in grado di colpire le milizie dell’IS dalle basi in Iraq, ma senza la possibilità di utilizzare le basi in Turchia non possono arrivare fino in Siria.

Fino ad ora gli aerei americani sono partiti dalla portaerei George W. Bush, che naviga nelle acque del Golfo Persico (e da cui decollano i jet F-18), e da una serie di basi aeree in Kuwait, Bahrain, Qatar, Emirati Arabi Uniti (basi a Cipro e in Giordania sono state usate dagli aerei di Regno Unito, Belgio e Paesi Bassi). Si calcola che in tutto gli Stati Uniti abbiano impegnato alcune migliaia di uomini nell’operazione, tra piloti e tecnici, mentre sul campo sono schierati altri 1.600 soldati con ruolo di consiglieri militari dell’esercito iracheno e delle milizie curde.

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