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  • giovedì 25 settembre 2014

Federico Aldrovandi, nove anni fa

La storia del diciottenne che il 25 settembre del 2005 fu ucciso a Ferrara da quattro poliziotti, e di tutto quel che accadde dopo

Federico Aldrovandi venne ucciso a Ferrara la mattina del 25 settembre di nove anni fa: aveva diciotto anni. Il 6 luglio del 2009 quattro poliziotti giudicati responsabili dell’omicidio vennero condannati a tre anni e mezzo di carcere, la maggior parte dei quali coperti dall’indulto. Scontarono sei mesi di pena residua e dopo circa un anno tornarono in servizio, tra gli applausi dei colleghi. Nel giugno del 2014 si è concluso anche un secondo filone processuale, quello per i depistaggi dalle prime indagini di una delle storie di cronaca più seguite e discusse degli ultimi anni.

Il 25 settembre del 2005
La notte del 25 settembre 2005 Federico Aldrovandi trascorse una serata con gli amici a Bolo­gna e decise di fare l’ultimo pezzo di strada verso casa a piedi. Vicino a viale Ippodromo, a Ferrara, circolava in quel momento una pattuglia della polizia con a bordo Enzo Pontani e Luca Pollastri, che si imbatterono in Aldrovandi. I due parlarono in seguito del ragazzo come di un «invasato violento in evidente stato di agitazione»: dissero di essere stati aggrediti e chiamarono rinforzi. Alla prima pattuglia se ne aggiunse quindi una seconda, con a bordo Paolo Forlani e Monica Segatto. Ci fu uno scontro molto violento, tanto che si spezzarono due manganelli dei poliziotti. Alle 6.04 la prima pattuglia contattò la centrale operativa chiedendo l’invio di un’ambulanza. Secondo i tabulati la chiamata da parte del 113 a Ferrara Soccorso arrivò alle 6.10: l’ambulanza e un’auto medica arrivarono sul posto dopo qualche minuto. Aldrovandi era «riverso a terra, prono con le mani ammanettate dietro la schiena». Non era cosciente e non rispondeva.

Il decesso venne con­sta­tato direttamente sul posto alle 6.16 del mattino: la famiglia venne avvisata dopo cinque ore, intorno alle 11. Come ha raccontato la madre di Federico, Patrizia Moretti, da tre ore lei e il marito stavano chiamando Que­stura e ospe­dali per avere noti­zie del figlio che non era rientrato a casa. La stampa locale raccontò il fatto dicendo che Aldrovandi era morto per un malore; poi si diffuse la notizia che aveva assunto sostanze stupefacenti e che questo avrebbe contribuito alla crisi e alla morte per overdose. Lo zio di Aldrovandi, infermiere all’ospedale di Ferrara, vide all’obitorio il corpo del nipote co­perto di ferite e «tutto storto». I genitori iniziarono a non ritenere credibile la morte per malore. Le indagini erano in corso.

Il 2 gen­naio del 2006 la madre di Federico aprì un blog dedi­cato al figlio. Iniziarono ad arri­vare migliaia di com­menti e messaggi. Libe­ra­zione e il mani­fe­sto cominciarono a seguire la storia, poi arrivarono anche gli altri giornali e le televisioni. Titti De Simone, allora par­la­men­tare di Rifondazione, interrogò in Parlamento l’allora mini­stro Giovanardi, che ammise l’uso vio­lento dei man­ga­nelli ma con­ti­nuò a sostenere la tesi degli agenti, che si dissero aggrediti da Aldrovandi. Il 20 febbraio del 2006 arrivarono i risultati di una perizia medico legale:

«La causa e le modalità della morte dell’Aldrovandi risiedono in una insufficienza miocardica contrattile acuta dovuta all’aumentata richiesta di ossigeno indotta dallo stress psico-fisico per la marcata agitazione psico-motoria e gli sforzi intensi posti in essere dal soggetto durante la colluttazione e per resistere alla immobilizzazione, all’ipotetica depressione respiratoria secondaria alla assunzione di oppiacei e alle turbe della ventilazione polmonare prodotte dalla restrizione fisica in posizione prona con le mani ammanettate dietro la schiena»

La conclusione fu però che «le sostanze rilevate dall’indagine tossicologica (alcool etilico, ketamina, morfina) non erano idonee nel determinare la morte». Qualche settimana dopo venne depositata la perizia dei consulenti della famiglia. La morte sarebbe avvenuta per «insufficiente assunzione di ossigeno produttiva di insufficienza miocardia acuta». L’evento era insomma stato causato da una restrizione fisica che aveva impedito a Aldrovandi di respirare. Per quanto riguarda l’assunzione di droghe, la quantità trovata nel corpo di Aldrovandi risultò la stessa della prima perizia e dunque non sufficiente a causare l’arresto respiratorio.

L’inchiesta e i processi
Nel marzo del 2006 i quattro agenti presenti la notte del 25 settembre vennero iscritti nel registro degli indagati per omicidio colposo. Il 16 giugno di quello stesso anno si tenne il primo incidente probatorio di fronte al giudice per le indagini preliminari alla presenza di una testimone oculare: una donna camerunese, Annie Marie Tsagueu, residente in viale Ippodromo, raccontò di aver visto alcune fasi dello scontro. Venne disposta una nuova perizia, eseguita a Torino e depositata in novembre: escluse definitivamente un legame tra la morte e l’assunzione di sostanze psicotrope da parte di Aldrovandi. Nel gennaio del 2007 i quattro poliziotti vennero rinviati a giudizio per omicidio colposo.

La prima udienza del processo venne fissata nell’ottobre del 2007. Vi furono diverse testimonianze e ipotesi di depistaggio dalle indagini; venne mostrato un video di dodici minuti girato dalla polizia scientifica sul luogo dell’evento, prima dell’arrivo del medico legale e quando Aldrovandi era già morto disteso sull’asfalto (gli agenti presenti sul posto si scambiavano delle considerazioni ed emersero delle divergenze con le foto scattate dal medico legale); furono interrogati gli agenti che dichiararono che Aldrovandi «stava benissimo prima dell’arrivo dei medici» e vi furono due nuove perizie. La sentenza accolse infine la tesi del professor Gustavo Thiene, cardiopatologo dell’Università di Padova, secondo cui la morte fu dovuta ad asfissia per compressione toracica. La pressione esercitata sul tronco di Aldrovandi dagli agenti determinò lo schiacciamento del cuore.

L’accusa chiese una condanna a tre anni e otto mesi per i poliziotti che avevano ecceduto nel loro intervento, che non avevano raccolto le richieste di aiuto del ragazzo, che avevano infierito su di lui nello scontro usando i manganelli che poi si erano spezzati. Il 6 luglio 2009 il giudice del tribunale di Ferrara condannò per omicidio colposo a tre anni e sei mesi di reclusione i quattro poliziotti indagati, riconoscendo un «eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi». La Corte d’Appello di Bologna confermò la pena stabilita in primo grado dal tribunale di Ferrara e nel giugno del 2012 la Cassazione rese definitiva la sentenza: Aldrovandi morì «per il trauma a torace chiuso», provocatogli con «percosse da schiacciamento quando era già ammanettato». In tutto questo vi fu da parte degli agenti «cooperazione colposa per via della comune scelta di azione, della consapevolezza di agire insieme che avrebbe imposto di controllare anche quello che facevano i colleghi e di regolarlo. Invece gli agenti hanno trasceso colposamente i limiti consentiti al loro intervento».

I poliziotti condannati in via definitiva beneficiarono dell’indulto, che copriva 36 dei 42 mesi di carcerazione previsti. Il 29 gennaio del 2013 il Tribunale di sorveglianza di Bologna stabilì il carcere per la pena residua di quei 6 mesi. Due mesi dopo Monica Segatto, l’unica donna del gruppo, venne scarcerata sulla base del decreto Severino e le vennero concessi i domiciliari. Per gli altri tre la stessa richiesta venne respinta. Nel gennaio del 2014, tre dei quattro poliziotti (eccetto uno a causa di una cura per “nevrosi reattiva”) ritornarono in servizio occupandosi in ufficio di cose amministrative per la polizia in sedi lontane da Ferrara.

Gli applausi
Dopo la prima sentenza, i sindacati della polizia avevano lanciato una campagna per confutare la decisione del tribunale di primo grado e chiedere la revisione del processo. Nel marzo del 2013 il COISP aveva organizzato un sit-in di solidarietà con i colleghi condannati sotto l’ufficio di Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi, che aveva commentato dicendo: «Non ho parole». Nell’aprile del 2014 avvenne poi un episodio molto discusso: durante una delle sessioni del congresso del Sindacato autonomo di polizia (SAP) al Grand Hotel di Rimini, i delegati dell’organizzazione dedicarono un applauso di diversi minuti a tre dei quattro agenti condannati in via definitiva per la morte di Aldrovandi.

Il portavoce del SAP, Massimo Montebove, aveva giustificato il lungo applauso spiegando che «rispettiamo le sentenze, ma abbiamo voluto esprimere solidarietà a questi ragazzi e a tutti coloro che fanno questo lavoro», aggiungendo anche di non avere provato «nessun imbarazzo». Gianni Tonelli, che del SAP è segretario generale, aveva detto che i suoi colleghi erano stati «ingiustamente condannati» e che «hanno patito un danno infinito»: «C’è un ragazzo morto? Tutti i giorni muoiono persone giovani sulle strade ma non per questo la colpa è delle strade».

Il risarcimento e la seconda inchiesta
Il 9 ottobre del 2010 venne stabilito, a favore della famiglia di Federico Aldrovandi, un risarcimento di circa due milioni di euro, in cambio dell’impegno a non costituirsi parte civile nei procedimenti ancora aperti. La Corte dei conti fece richiesta che la somma venisse pagata dai poliziotti e dispose il blocco del quinto degli stipendi e la confisca dei beni per i quattro agenti.

Nel frattempo era stata aperta presso la Procura di Ferrara una seconda inchiesta per vari reati, come falso, omissione e mancata trasmissione di atti a carico di altri agenti. Nel giugno del 2014 c’è stata una condanna definitiva a loro carico, confermando l’ipotesi iniziale dell’accusa nel primo processo dell’intralcio alle indagini. La Cassazione ha annullato per prescrizione la condanna a dieci mesi di reclusione per favoreggiamento e omissione di atti di ufficio contestata all’agente Marcello Bulgarelli, mentre ha confermato la condanna a otto mesi per l’altro imputato, Marco Pirani, per non aver inserito nel fascicolo del pubblico ministero il registro delle telefonate arrivate al 113 quando Aldrovandi morì.

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