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  • mercoledì 24 settembre 2014

Cosa diavolo succede in Yemen?

Un gruppo sciita ha conquistato San'a' e poi trovato un accordo per un nuovo governo: ma potrebbe non bastare per riportare la pace in uno dei paesi più poveri del Medio Oriente

Da qualche giorno la stampa internazionale è tornata a occuparsi dello Yemen, uno dei paesi più poveri del Medio Oriente: geograficamente si trova nel sud-ovest della penisola arabica, sul Golfo di Aden. In Yemen la situazione politica è molto instabile dalla cosiddetta “primavera araba” del 2011, che portò all’allontanamento del potere dell’ex presidente yemenita Ali Abdullah Saleh, che alcuni ritengono essere ancora l’uomo più potente di tutto il paese. Nelle ultime settimane le cose in Yemen sono ulteriormente peggiorate: ci sono stati scontri molto violenti tra diverse fazioni e l’esercito governativo e i ribelli sciiti del nord hanno preso il controllo di tutti gli edifici governativi più importanti di San’a’, la capitale. Domenica scorsa si è raggiunto un accordo per formare un nuovo governo, che però non sembra avere molte possibilità di cambiare in meglio la situazione. Ecco come si è arrivati a questo punto.

Dove eravamo rimasti
Lo Yemen ha circa 23 milioni di abitanti e un’economia che dipende in larga parte dalle estrazioni di alcuni piccoli pozzi petroliferi (che dovrebbero esaurirsi entro il 2017). È considerato uno “stato fallito”: un paese cioè dove la macchina pubblica è corrotta e inefficiente, il governo centrale non riesce a controllare l’intero territorio nazionale ed è costretto a scontrarsi con milizie private, gruppi terroristici e tribù ostili. La grave crisi politica in Yemen è notevolmente peggiorata dal gennaio 2011, all’inizio della cosiddetta “primavera araba”, quando in tutto il paese cominciarono una serie di proteste contro il regime di Saleh. Durante le proteste si divise anche l’esercito: una parte continuò a rimanere leale a Saleh, mentre un’altra cominciò a far riferimento al generale Ali Mohsen al-Ahmar, un islamista sunnita che divenne poi consigliere militare del nuovo presidente (e che ancora oggi è uno dei nemici principali degli sciiti). La divisione dell’esercito fu molto importante per la storia recente dello Yemen, perché indebolì l’intero apparato di sicurezza nazionale e favorì il rafforzamento dei gruppi ribelli e terroristici.

Alla fine del 2011 Saleh accettò di ritirarsi dal potere in cambio dell’immunità e nel febbraio del 2012 si tennero le prime elezioni nella storia del paese. Abd Rabbo Mansur Hadi, ex vicepresidente di Saleh, divenne il nuovo presidente. Da allora però le cose si sono parecchio complicate. Nel nord del paese gli Houthis, un gruppo di ribelli di religione sciita, hanno intensificato gli sforzi per cacciare il governo dal loro territorio (gli Houthis organizzano delle rivolte contro il governo centrale dal 2004, con l’obiettivo di ottenere più autonomia nella loro provincia). Anche il sud del paese ha i suoi gruppi di insorti, ma di religione sunnita. Il governo, inoltre, è fortemente osteggiato da Islah, un movimento politico religioso sunnita molto simile ai Fratelli Musulmani egiziani. A tutto questo bisogna aggiungere che il paese è una delle più forti basi di al Qaida al mondo e per questo le aree remote, in particolare nel sud, sono continuamente colpite dagli attacchi dei droni americani.

Cosa è successo nelle ultime settimane
Gli Houthis, che hanno la loro base nelle montagne nella provincia nel nord dello Yemen (Saada) sono riusciti ad avanzare verso la capitale yemenita San’a’, che si trova nell’ovest del paese. Nel corso dell’estate il sostegno nei loro confronti è aumentato tra la popolazione civile per diverse ragioni: per esempio il 29 luglio il governo ha rimosso i sussidi al carburante per finanziare una serie di riforme economiche che avrebbero dovuto migliorare la grave situazione del paese. Il prezzo del carburante è raddoppiato, alimentando ancora di più l’insoddisfazione di parte della società yemenita nei confronti del governo. Nel settembre si sono intensificati gli scontri tra Houthis e truppe leali al generale Ahmar (più alcune milizie sunnite) a San’a’, in cui sono rimaste uccise diverse decine di persone.

Domenica 21 settembre gli Houthis hanno firmato un accordo con il governo yemenita per mettere fine agli scontri: l’accordo è stato raggiunto dopo che i combattenti Houthis avevano preso di fatto il controllo di San’a’, occupando diversi edifici governativi e le case dei leader del partito sunnita Islah, seconda forza politica del paese. L’accordo, che è stato appoggiato anche dalle Nazioni Unite, prevede la formazione di un governo misto, che però rispetto al precedente dà molti più poteri ai combattenti sciiti: il nuovo governo sarà formato dagli Houthis, dice l’accordo, mentre i separatisti del sud nomineranno un nuovo primo ministro. Gli Houthis hanno ottenuto anche la garanzia che i sussidi al carburante saranno reintrodotti, mentre si sono rifiutati di accettare la ritirata delle loro forze a nord di San’a’.

Non è ancora chiaro come si svilupperà ora la situazione: diversi analisti credono che l’instabilità dello Yemen non verrà risolta con l’accordo di pace, nonostante gli Houthis si siano presentati negli ultimi mesi sempre più come rappresentanti degli interessi nazionali e meno come rappresentanti delle rivendicazioni sciite. I loro oppositori li hanno comunque accusati di avere ricevuto grande sostegno dall’Iran – paese a maggioranza sciita – che avrebbe mandato loro anche armi e grandi quantità di denaro. Non è chiaro nemmeno come il nuovo governo si posizionerà a livello internazionale, visto che i leader degli Houthis si sono espressi in diverse occasioni contro gli attacchi americani coi droni che colpiscono ormai da diverso tempo obiettivi di al Qaida nel sud del paese.

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