Gauck Hosts Environment Week In Bellevue Garden

Il New Yorker contro Vandana Shiva

Un lungo articolo molto critico con l'attivista indiana e la sua lotta agli OGM ha provocato lettere di risposta e contro-risposta, e dopo un mese ancora se ne parla

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Il 25 agosto il New Yorker – una delle riviste più famose e autorevoli del mondo, considerata uno dei simboli del mondo culturale americano di sinistra – ha pubblicato un lungo articolo su Vandana Shiva, un’attivista indiana molto popolare conosciuta – anche in Italia – per le sue battaglie contro la coltivazione di vegetali geneticamente modificati e contro la globalizzazione. L’articolo è stato scritto da Michael Specter, un giornalista americano che tra le altre cose è stato capo della redazione di Mosca del New York Times e di quella a New York del Washington Post e ha generato molte discussioni, repliche e polemiche: di fatto se ne parla ancora, oltre un mese dopo.

L’articolo di Specter – che si era già occupato in passato di biotecnologie e OGM – critica molto Shiva e le sue campagne contro gli OGM, mettendo in discussione molte sue dichiarazioni e smentendo molti dati che Shiva usa per sostenere le sue posizioni. Dopo la pubblicazione dell’articolo, che è stato ripreso e commentato su diversi siti specializzati, Shiva ha risposto a Specter con un’altrettanto lunga risposta, in cui a sua volta contesta diverse cose scritte nell’articolo. In Italia il quotidiano il Foglio si è occupato estesamente della questione, dedicando diversi articoli alla storia – e schierandosi decisamente dalla parte del New Yorker: questa attenzione particolare del Foglio si deve anche al fatto che Shiva collaborerà con Expo 2015 in qualità di Ambassador: farà parte quindi dei personaggi famosi che faranno da “portavoce del messaggio dell’evento” (il tema dell’esposizione infatti è “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”). In vista di Expo 2015 Shiva collaborerà anche con l’università di Milano-Bicocca, «nell’ambito del cluster che all’interno dello spazio espositivo di Expo 2015 sarà dedicato al riso». Dopo la lettera di Shiva, il direttore del New Yorker David Remnick le ha scritto una mail privata, che però poi ha deciso di rendere pubblica: nella mail Remnick difende il lavoro di Specter, rispondendo a molte delle obiezioni di Shiva.

Dall’inizio
Vandana Shiva è indiana e ha 63 anni. Ha conseguito una laurea magistrale (Master of Arts), un dottorato di ricerca in filosofia della scienza (Ph.D.) alla University of Western Ontario, in Canada, e un’altra laurea magistrale (Master of Science) in fisica, alla University of Punjab, in India. Fin dagli anni Settanta ha aderito a movimenti ecologisti e femministi, diventando negli anni Novanta una delle attiviste più popolari e apprezzate del mondo, soprattutto nei paesi occidentali. Nel 1993 ha ricevuto il Right Livelihood Award, un premio che molti chiamano “il premio Nobel alternativo”, ed è stata inclusa nelle liste degli attivisti più importanti del mondo da diverse riviste e giornali, tra cui TimeForbesGuardian. Shiva poi nel corso degli anni ha ricevuto e continua a ricevere decine di premi e di onorificenze da associazioni e università di tutto il mondo. Nel 1987 ha fondato l’organizzazione Navdanya (“nove semi” in hindi), che si occupa di «proteggere la diversità e l’integrità delle risorse viventi, specialmente i semi autoctoni, e promuovere l’agricoltura biologica e l’equo commercio».

Shiva, intervistata da Specter, ha raccontato di aver iniziato a occuparsi di OGM alla fine degli anni Ottanta, quando ancora se ne parlava soltanto, dopo aver assistito a una conferenza sulle biotecnologie e sul futuro del cibo. Da allora tiene conferenze sul tema in tutto il mondo, opponendosi alla trasformazione genetica dei semi: uno dei bersagli principali delle critiche di Shiva è la Monsanto, una delle più grosse multinazionali di biotecnologie agrarie. Secondo Shiva la Monsanto – aiutata tra gli altri dalla Banca Mondiale, dall’Organizzazione Mondiale del Commercio e da fondazioni di beneficenza come la Bill and Melinda Gates Organization – sta cercando di imporre un “totalitarismo del cibo” sul mondo. Tra gli argomenti principali di Shiva e in generale di chi si oppone agli OGM c’è la preoccupazione che la loro coltivazione danneggi gli ecosistemi e la biodiversità. Molti sono convinti che l’idea stessa di modificare geneticamente un organismo vada contro le regole della natura, e che in molti casi gli OGM siano dannosi per la salute di chi li consuma.

Secondo Shiva, un altro importante problema della coltivazione degli OGM è lo sfruttamento economico che le multinazionali come Monsanto esercitano sugli agricoltori dei paesi più poveri: in molti casi l’azienda che sviluppa il seme geneticamente modificato ne detiene, dopo averlo brevettato, la proprietà intellettuale. Alcuni sostengono che il sistema economico che regola la vendita di semi OGM ai contadini, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, sia asimmetrico e distrugga l’economia locale. Le conseguenze, sempre secondo Shiva, sono drammatiche: i prezzi a cui sono venduti sono troppo alti, e molti dei contadini che non possono permetterseli arrivano a suicidarsi per le difficoltà economiche.

Le critiche del New Yorker
Secondo Specter, tuttavia, e anche secondo diversi scienziati, molte di queste cose non sono vere. Specter ha scritto spesso in favore dell’impiego delle biotecnologie in agricoltura: nell’articolo sul New Yorker dà molto spazio all’opinione dei moltissimi scienziati e analisti secondo i quali gli OGM sono l’unico strumento per affrontare il fabbisogno alimentare della popolazione mondiale, che è destinato a crescere esponenzialmente: Specter scrive che per soddisfarlo i contadini nei prossimi 75 anni dovranno coltivare più cibo di quanto ne sia stato prodotto in tutta la storia dell’umanità. Ma oltre alla posizione sugli OGM, Specter mette in discussione l’idea stessa di agricoltura di Shiva: nell’articolo parla per esempio della cosiddetta Green Revolution, cioè una serie di innovazioni agricole applicate in India a partire dagli anni Sessanta che prevedevano, tra le altre cose, la produzione di varietà di grano migliorate che rispondessero meglio all’irrigazione e ai fertilizzanti.

Secondo Shiva la Green Revolution distrusse il tradizionale stile di vita indiano, uccidendo molti contadini e fermando le precedenti politiche sull’agricoltura, che si concentravano sul rispetto dell’ambiente e sulla sussistenza. Specter invece sostiene, come molti altri studi, che è solo grazie alla Green Revolution che milioni di indiani non sono morti di fame, per via della crescita demografica. Nel 1966 l’India ha importato 11 milioni di tonnellate di grano; oggi ne produce 200 milioni di tonnellate, che per lo più esporta.

Un’altra cosa su cui Specter e altri studiosi sono in disaccordo con Shiva è la presunta correlazione tra i suicidi tra i contadini indiani e la vendita dei semi di cotone Bt, uno dei prodotti OGM più diffusi in India (dove gli OGM per scopi alimentari sono vietati dalla legge). Il cotone Bt è prodotto da Monsanto ed è un tipo di seme di cotone modificato geneticamente con un batterio naturale, il Bacillus thuringiensis, che produce una tossina in grado di uccidere i parassiti e ridurre l’impiego di pesticidi. In India è coltivato da più di sette milioni di contadini nel 90 per cento dei campi di cotone nel paese. Shiva ha spesso parlato della regione indiana del Maharashtra chiamandola “cintura dei suicidi”, e sostenendo che 284 mila contadini si sono suicidati perché non potevano permettersi di coltivare il cotone Bt: il monopolio che ha costruito Monsanto, secondo Shiva, ha causato un “genocidio”.

Molti studiosi però sostengono che, in realtà, la coltivazione di cotone Bt ha giovato notevolmente all’agricoltura indiana: Specter scrive che i contadini che lo coltivano spendono il 15 per cento in più per il raccolto, ma il 50 per cento in meno sui pesticidi. Da quando si è iniziato a coltivare il cotone modificato, poi, la produzione è aumentata di più del 150 per cento, e inoltre il minore uso di pesticidi giova alla salute dei contadini. Soprattutto, dice Specter, in molti pensano che non ci sia una situazione di particolare emergenza per quanto riguarda i suicidi tra i contadini in India. Specter cita uno studio di Ian Plewis, dell’università di Manchester, che dice che negli ultimi anni i suicidi tra i contadini in India non sono affatto aumentati: il tasso di suicidi tra loro è paragonabile a quello dei contadini francesi e minore di quello tra gli indiani che svolgono altri lavori. Plewis arriva a suggerire addirittura che la coltivazione di cotone Bt, stando ai dati, ha avuto un effetto positivo sul tasso di suicidi.

La risposta di Vandana Shiva
Nella sua risposta Shiva rifiuta questa ipotesi, ribadendo la correlazione tra suicidi e cotone Bt. Sostiene anche che è solo grazie alle sue battaglie legali contro Monsanto che si è impedito che i prezzi dei semi diventassero insostenibili per i contadini (nonostante, secondo Shiva, i prezzi siano aumentati notevolmente a causa del monopolio). Proprio alcune delle leggi a tutela dei contadini citate da Specter per ridimensionare la drammaticità delle condizioni dell’agricoltura in India sono state pensate da Shiva stessa, come scrive nella sua replica. Shiva mette anche in dubbio l’efficacia del cotone Bt, sostenendo che molti raccolti sono stati persi dai contadini a causa delle piogge, e che questo ha portato molti di loro al suicidio (i contadini indiani intervistati da Specter invece non incolpano dei suicidi il cotone Bt, ma la debolezza del sistema creditizio e assicurativo a cui hanno accesso). Per molti contadini è impossibile, per come è strutturato il mercato, comprare semi che non siano quelli di cotone Bt, e quindi non hanno altra scelta se non quella di adattarsi al monopolio di Monsanto: Shiva insiste molto su questo punto nella sua risposta, soffermandosi a lungo sulla spiegazione di come Monsanto sia arrivata a controllare interamente il mercato dei semi in India – anche quello dei pesticidi e dei fertilizzanti, perché sono venduti dalle stesse persone che vendono i semi di cotone Bt – e sulle conseguenze economiche sugli agricoltori.

Dice Shiva: Monsanto ha prima eliminato la concorrenza, promettendo ai contadini maggiori raccolti e risparmi sui pesticidi, per poi alzare i prezzi in un secondo momento. I contadini quindi iniziano la coltivazione dopo essersi indebitati e dopo aver comprato a credito fertilizzanti e pesticidi. I parassiti del cotone presto sviluppano resistenza alla tossina contenuta nel cotone Bt e i raccolti sono quindi infestati da nuovi tipi di parassiti, costringendo i contadini a utilizzare più pesticidi, rovinando il suolo. Un suolo più povero porta poi a raccolti minori e a ulteriori perdite economiche per i contadini. E se decidono di cambiare tipo di semi, possono solo scegliere tra altri venduti da Monsanto, con le stesse conseguenze. Secondo Shiva, Specter ha volutamente ignorato questi e altri aspetti negativi della coltivazione Bt in India, per «fare da eco al tentativo di Monsanto di nascondere le catastrofiche implicazioni del monopolio sui semi e il fallimento del cotone Bt in India, mentre prova a fare il suo ingresso sui nuovi mercati africani proclamando il suo successo in India».

In un discorso a Winnipeg, in Canada, Shiva ha sostenuto che il glifosato, un diserbante prodotto da Monsanto che viene spesso usato nelle coltivazioni OGM, ha provocato l’aumentare di disturbi e malattie come autismo, diabete e Alzheimer. La prova, secondo Shiva, è che il grafico rappresentante l’aumento dei casi riscontrati di queste patologie è sovrapponibile a quello della crescita dell’applicazione del glifosato. Specter fa notare che dedurre che due cose che accadono contemporaneamente siano necessariamente l’una causa dell’altro è un classico esempio di fallacia logica: la correlazione non è causalità. Infatti finora nessuno studio scientifico ha provato la correlazione tra il glifosato e queste malattie. La crescita dei casi di autismo corrisponde quasi esattamente, per esempio, anche a quella della vendita di prodotti biologici, di quella di televisioni ad alta definizione o del numero di americani che va a lavorare in bicicletta. Il glisofato è tossico ma in generale lo è meno degli altri diserbanti che potrebbero essere usati al suo posto.

I titoli di studio e le riviste scientifiche
Nel suo articolo, Specter racconta che quando chiese a Vandana Shiva se avesse mai effettivamente lavorato come fisica, come molti la descrivono, lei gli rispose di cercare su internet. Specter dice di averlo fatto, senza trovare niente, e scrive che Shiva ha studiato fisica “as an undergraduate”, una specie di laurea triennale; Shiva ha risposto di aver conseguito in realtà un Master of Science, una laurea magistrale, e si è lamentata dell’interesse a suo parere eccessivo sulla sua carriera professionale. Il direttore del New Yorker, David Remnick, ha risposto che è lecito chiedere se effettivamente abbia mai lavorato come fisico a una persona che è stata spesso definita, anche nella terza di copertina di diversi suoi libri, come “uno dei principali fisici indiani”.

Remnick all’inizio della sua lettera scrive:

Dal momento che lei ha detto che l’intera comunità scientifica è stata comprata e pagata da Monsanto, ho paura che sarà difficile discutere significativamente sulle sue accuse che l’articolo contenesse “asserzioni disoneste e che tenta deliberatamente di stravolgere la realtà.”

Come spiega Specter, infatti, Shiva in un recente discorso ha spiegato che non crede agli studi che sostengono che gli OGM non sono nocivi: sarebbero pagati dalla Monsanto, che metterebbe in giro false ricerche e che controllerebbe l’intera letteratura scientifica nel mondo. Secondo Shiva «non c’è scienza indipendente rimasta al mondo», e riviste come NatureScienceScientific American sono «estensioni della propaganda» delle multinazionali di biotecnologieSpecter fa notare come, nonostante la Monsanto sia molto ricca, la compagnia petrolifera americana Exxon Mobil è sette volte più grande e ciononostante non è stata in grado di alterare il consenso scientifico sul fatto che il consumo di combustibili fossili sia una delle cause principali dell’inquinamento e del cambiamento del clima. Inoltre, scrive Remnick, le multinazionali del tabacco spendono molti più soldi per le attività di lobbying a Washington di quanti ne spende la Monsanto, ma è comunque difficile trovare uno scienziato che promuova il fumo.

Nella sua risposta, Shiva contesta anche molte altre cose secondarie scritte da Specter nell’articolo, per esempio il luogo dove si sono incontrati a New York: un bar secondo Specter, la lobby di un albergo secondo Shiva (invece era il bar della lobby, dice Remnick). Contesta anche alcuni aspetti stilistici dell’articolo di Specter, che secondo lei ha «un pregiudizio etnografico che si inserisce perfettamente nella strategia di aiutare apparentemente l’India mentre in realtà si strappano, come i colonizzatori, capitale e risorse naturali dalle colonie». Nella conclusione, poi, Shiva scrive che «l’assassinio mediatico è sempre stato uno strumento utilizzato da chi non riesce a difendere il suo messaggio». Al termine della sua risposta Remnick invece scrive di essere dispiaciuto per le minacce di morte e le molestie che Shiva riceve per via della sua attività, ma aggiunge:

«È stato con grande sconcerto, poi, che ho appreso che solo poche settimane fa ha pubblicato sul suo sito la proposta – fatta da Mike Adams, che gestisce il sito NaturalNews – che gli editori, i giornalisti e gli scienziati che supportano la biotecnologica agraria e che hanno “aderito alla macchina del genocidio nazista dei giorni nostri” debbano essere “giudicati per crimini contro l’umanità”. Sono felice di vedere che ora ha rimosso quel terribile sermone dal suo sito».

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