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La depressione disegnata

Un capitolo del libro di Allie Brosh, che racconta con rudimentali disegnini e molto umorismo la sua infanzia e le difficoltà della vita

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A settembre è uscito per la casa editrice Magazzini Salani il libro Un’iperbole e mezza: Il mio cane è scemo, il mondo è crudele e io sono sconnessa più che mai, una raccolta dei migliori post del blog Hyperbole and a Half, aperto nel 2009 dalla statunitense Allie Brosh. Nel blog Brosh racconta la sua vita quotidiana e i suoi ricordi di infanzia alternando il testo a rudimentali disegni fatti con Paintbrush – il Paint dei Mac – dove si ritrae come un pesciolino con una pinna gialla e un vestitino rosa. Brosh ha spiegato: «il personaggio che ho disegnato, perché rappresentasse me stessa nelle mie storie, ha un aspetto simile a quello di un animale, e questo mi ha concesso alcune libertà narrative: poter mantenere un certo distacco tra storia e narratore ed essere molto più sciocca. È un’impronta di me stessa, non di come appaio, ma di come sono. In fondo al cuore io sono questa assurda, strana cosa».

Un'iperbole e mezza
Brosh racconta, in modo divertente e ironico, la difficoltà di affrontare la vita quotidiana, il suo cane mentalmente ritardato e la sua depressione, in una serie di post molto famosi e apprezzati. Proprio a causa della depressione Brosh smise di aggiornare il blog per molto tempo, fino a quando nel maggio del 2013 pubblicò un post intitolato “Depressione parte seconda“, che fu visualizzato in un solo giorno da un milione e mezzo di lettori: in centinaia le hanno scritto per ringraziarla mentre molti critici e psicologi hanno sottolineato e l’accuratezza della descrizione della malattia.

Nel novembre del 2013 è stato pubblicato il libro Hyperbole and a Half: Unfortunate Situations, Flawed Coping Mechanisms, Mayhem, and Other Things That Happened, che conteneva alcuni dei suoi post più famosi e dieci nuove storie e che ha venduto oltre 400 mila copie. Di seguito potete leggere il capitolo “Depressione parte prima”, che trovate qui nella versione originale in inglese.

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Certe persone hanno un buon motivo per essere depresse, ma io no.
Un giorno mi sono semplicemente svegliata triste e confusa senza nessunissimo motivo.

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È spiacevole essere tristi senza una ragione. La tristezza può essere quasi piacevole quando hai un modo per giustificarla. Puoi ascoltare una musica triste e immaginarti come il protagonista di un film drammatico. Puoi guardare fuori dalla finestra piangendo e pensare: Che tristezza. Non riesco a capacitarmi di quanto sia triste questa situazione. Scommetto che, se mettessero in scena la mia tristezza, riuscirebbero a far piangere tutto il pubblico di un cinema.

Ma la mia tristezza non aveva uno scopo. Ascoltare una musica triste e immaginare che la mia vita fosse un film mi faceva sentire strana, perché non riuscivo a contemplare l’idea di un film con una protagonista che è triste senza motivo.

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In pratica mi veniva negato il diritto di autocommiserarmi, che è l’unica parte buona della tristezza. E, per un pochino, quella fu una ragione sufficiente per autocommiserarmi.

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Per un po’ quel piangermi addosso mi diede una certa soddisfazione, ma me ne stancai presto. Basta così, pensai. Mi sono divertita abbastanza. Passiamo ad altro. Ma la tristezza non se ne andò.
Cercai di impormi di non essere triste.

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Ma ricorrere alla forza di volontà per superare la tristezza apatica che accompagna la depressione è come per una persona senza braccia cercare di prendersi a pugni per farsi ricrescere le mani. Manca una componente fondamentale del piano, che perciò è destinato a fallire.

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Non riuscendo a impormi di non essere triste, mi ritrovai frustrata e piena di rabbia. In un ultimo, disperato tentativo di riprendere il controllo di me stessa, ricorsi alla vergogna come strumento motivazionale.

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Ma siccome ero depressa, questa tattica più che spronarmi mi fece sprofondare nell’odio.

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Il che mi fece sentire ancora più triste.

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E questo non fece altro che avvilirmi e rendermi ancora più aggressiva.

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E questo mi fece sentire ancora più triste, e così via, sempre di più, sempre di più, fino al punto che l’unico modo per esprimere adeguatamente la mia tristezza fu strisciare molto lentamente sul pavimento.

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