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Violare il copyright è naturale

Almeno fino a che non si cambiano le regole sul Diritto d'Autore, scrive Massimo Mantellini nel suo nuovo libro

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Massimo Mantellini è uno dei più assidui studiosi italiani di internet, titolare di un proprio blog da dodici anni (e di uno sul Post dalla sua nascita): nei giorni scorsi è uscito per Minimum Fax un suo libro di riflessioni su diversi temi legati alla Rete e ai cambiamenti che ha indotto, intitolato La vista da qui. Questo è il capitolo dedicato alle questioni del Diritto d’Autore.

Sul Copyright
Ma possiamo farlo? Possiamo prendere una poesia che ci è piaciuta e ricopiarla su un blog? Possiamo fare su internet, in maniera spontanea e libera, ciò che ai tempi del liceo facevamo con le audiocassette? Possiamo insomma raccontare noi stessi utilizzando i libri, la musica, le opere d’arte come mediatori sentimentali e attraverso questo tipo di contenuti altrui diventare noi stessi dei piccoli produttori culturali? La risposta è no, non possiamo. Se decidiamo di farlo ugualmente, con ogni probabilità violeremo la legge sul diritto d’autore. E poiché è indubbio che di doveri verso gli altri ne abbiamo molto bisogno, ma di diritti per noi stessi ancora di più, la legge sul diritto d’autore, dopo internet, dovrà essere cambiata.

Mi spiace dirlo così nettamente ma fino a quando tali norme non verranno riviste, entro certi limiti, sarà naturale violarle. Non mi riferisco ovviamente alle forme di pirateria industriale che generano lucro per chi le organizza, e nemmeno mi oppongo all’idea che il sistema dei diritti debba essere considerato in sé come forma plausibile di retribuzione degli artisti. Alludo invece alla nostra essenza di animali sociali, all’idea di un sistema di valori nel quale prima viene la diffusione della conoscenza, poi la tutela degli aventi diritto. Prima l’archivio incidentale, poi la retribuzione degli artisti e degli editori.

Se dopo tutto questo siete perplessi (se lo siete lo capisco: sono vent’anni che i media ci raccontano dei gravi danni che la pirateria su internet ha inflitto agli artisti e alla creatività) provo a spendere due semplici parole sul perché questo sistema di «condivisione prima e retribuzione poi», nel momento in cui il supporto perde valore e la duplicazione digitale impera, diventa inevitabile.

Niente nella nostra società è completamente autentico. La musica che componiamo, le poesie che scriviamo, i manoscritti di Agostino che conserviamo, tutto quanto è figlio e risultato di qualcosa che esisteva prima e che ci è stato tramandato. La linfa creativa degli artisti è in buona misura il materiale di pubblico dominio che li ha preceduti. In tempi di riproducibilità digitale, più noi allontaniamo il libero utilizzo del nostro patrimonio culturale da parte di tutti, più imponiamo un danno alla creatività, all’arte e alla conoscenza.

Brevi aneddoti partigiani sul copyright

Il mio amico Claudio Sanfilippo14 nel 1995 ha pubblicato un disco bellissimo. Quell’album, che si intitolava Stile Libero,15 vinse la Targa Tenco per il miglior disco di esordio e per ragioni complicate ma per nulla inusuali rimase negli scaffali dei negozi di dischi per pochi mesi. Poi, come capita a tutti i dischi che non incontrano il successo del pubblico, scomparve dall’orizzonte. Io, che a quei tempi non conoscevo l’autore, ebbi la fortuna di acquistarlo nel suo breve intervallo di emersione commerciale e da allora lo conservo gelosamente. Stile Libero è un ottimo esempio, uno fra i tanti, di un lavoro di valore che non genera ormai alcun guadagno per nessuno e che viene escluso dalla pubblica fruizione a causa di norme troppo rigide che sfavoriscono gli autori. Ogni tanto telefono a Sanfilippo e gli chiedo: «Senti Claudio, ma Stile Libero lo ripubblichi o no?» «No», mi risponde sconsolato, «non è possibile».

Facciamo un altro esempio. Se decidete di cantare «Tanti auguri a te» in un luogo pubblico, in un ristorante durante un pranzo di compleanno, sappiate che dovreste corrispondere una somma di denaro alla Warner/Chappel, che detiene i diritti sulla canzone; questo anche se il brano è stato composto da due maestre d’asilo nel 1893, anche se nessuna di loro e nemmeno gli eredi hanno mai incassato un centesimo di diritti sulla canzone.16 Voi dovrete pagare in ogni caso. La legge è legge e la Warner ogni anno incassa circa due milioni di dollari per i diritti su «Happy Birthday to You». Un esempio di come i diritti degli intermediari abbiano abbattuto quelli degli artisti.

Nel 2005 scadevano i diritti su Topolino ma la Disney, com’era prevedibile, decise di attrezzarsi per tempo. Nel 1998, insieme ad altri editori e intermediari, riuscì a convincere il Senato americano a estendere di ulteriori vent’anni il copyright negli Stati Uniti. In questa maniera fu possibile salvare i diritti su Topolino (e su molte altre opere dell’ingegno che sarebbero dovute diventare di pubblico dominio nel 2005) per gli anni a venire, esattamente fino al 2025, e con essi i conti della Disney Inc. Questo nonostante il fatto che per anni Walt Disney abbia sfruttato come ispirazione per le sue produzioni opere di pubblico dominio, dalle favole dei fratelli Grimm o di Andersen (Biancaneve e i sette nani, Cenerentola, La sirenetta) a lavori di scrittori come Victor Hugo (Il gobbo di Notre Dame): ora la Disney vuole vietare che altri possano fare lo stesso con il personaggio di Mickey Mouse.

Lawrence Lessig, a nome di alcune associazioni culturali che davanti alla Corte Suprema si opponevano a questa ennesima estensione, propose alla Corte un calcolo prodotto dal professor Mark Lemley dell’Università della California, che io cito ogni volta che posso e che con Topolino c’entra apparentemente assai poco. Si tratta di un conteggio rapido che rende molto bene un’idea altrimenti difficile da capire.17 Nel 1930 sono stati editi in America 10.027 libri; quanti di questi erano ancora in circolazione nel 2000? Il numero esatto è 174. I restanti 9853 libri non generavano quindi alcun introito per i loro autori o per i loro eredi. Se nel 2005, come previsto dalla precedente norma, quei 9853 libri fossero passati nel pubblico dominio avrebbero potuto essere stampati da chiunque, ma anche messi online, trascritti, utilizzati liberamente senza alcuna limitazione. Moltiplicate quel numero per i vent’anni della nuova copertura, moltiplicateli per il novero di altri contenuti (musica, testi teatrali, film, ecc.) e otterrete il peso esatto di quanta cultura condivisa è stata sottratta ai cittadini per tutelare gli interessi della Walt Disney Corporation e di altri soggetti analoghi.

Dietro a questi aneddoti e a centinaia di altri vive un’idea molto semplice: i detentori del copyright sognano la trasformazione del diritto d’autore in diritto di proprietà. Lo desiderano talmente tanto che ormai quasi sono riusciti a ottenerlo: per fare un esempio, negli ultimi cinquant’anni del secolo scorso la durata del copyright è stata aumentata negli Stati Uniti undici volte. Così le attuali norme coprono ormai quasi un secolo di intervallo dopo la morte dell’autore; in casi particolari come quello di «Tanti auguri a te» anche di più. Contemporaneamente il controllo della ricchezza generata è diventato appannaggio degli intermediari a danno degli artisti, e questo è accaduto in maniera così invasiva che ormai l’industria dell’intrattenimento utilizza la notorietà dei propri artisti per difendere pubblicamente i propri interessi. Ma soprattutto è successa un’altra cosa: silenziosamente l’interesse economico dell’industria ha trasformato una bella legge che da duecento anni combinava sapientemente l’interesse comune e gli interessi economici degli artisti in una norma vecchia e ingiusta. Poi è arrivata internet e ha fatto il resto.

Il diritto d’autore nasce e si afferma all’inizio del Settecento come un diritto temporaneo, e tecnicamente lo è tuttora. Temporaneo è la parola chiave per comprendere di cosa stiamo parlando. Le ragioni di questo limite temporale, che originariamente era di quattordici anni, saldano due esigenze importanti ma di valore differente: quella della condivisione della conoscenza e quella della retribuzione degli artisti. Per un certo numero di anni agli autori verrà corrisposto un compenso come retribuzione del loro talento. Questo elimina intanto la centralità invadente del mecenate ma soprattutto, ai tempi dello Statuto di Anna,18 apre le porte al futuro (compreso quello degli editori), avvicina la creazione artistica a un processo sia personale che professionale. Terminato l’intervallo previsto dalla norma, i prodotti del talento artistico diventano di pubblico dominio: chiunque potrà riutilizzarli liberamente, da quel momento e per sempre.

Gli estremisti della proprietà intellettuale19 ritengono che questo sia sbagliato, che in un’epoca nella quale la duplicazione digitale e lo sviluppo delle reti hanno favorito in modo incredibile la circolazione di musica, di film e delle opere d’ingegno in genere, il sistema economico venga fortemente indebolito. Affermano inoltre che il prezzo che pagheremo nei prossimi anni sarà quello di una minor occupazione nel comparto editoriale e soprattutto di un impoverimento del patrimonio artistico.

Il mio interesse di cittadino è che gli artisti possano essere messi in condizione di vivere del proprio lavoro. Ma il mio interesse è anche che il frutto del talento di pochi diventi poi patrimonio di tutti e che questo avvenga in tempi ragionevoli, così che tutti possano riutilizzarlo. Entrambi questi interessi erano un tempo tutelati dalla legge sul copyright, entrambi, probabilmente, oggi non lo sono più. Per queste ragioni la normativa del diritto d’autore, specie dopo il grande stravolgimento causato dallo sviluppo della rete, dovrà essere cambiata.

Come questo tecnicamente potrà avvenire è molto difficile da dire, anche se alcuni punti sono ineludibili fin da ora.

1) Il ruolo degli intermediari dovrà ridursi (e per intermediari non mi riferisco solo ai «vecchi» intermediari come le case discografiche, gli editori o le major del cinema, ma anche i «nuovi» intermediari, quelli nati con internet, i fornitori di piattaforma come Apple o Amazon, Google o altri che verranno).

2) L’architettura condivisa di rete non potrà essere ignorata, la sua attitudine strutturale a essere un ambiente di scambio bidirezionale e paritario, allergico a rigide imposizioni, non potrà essere ignorata.

3) I sistemi di ripartizione dei diritti, quelli gestiti dalle cosiddette collecting societies, dovranno essere profondamente riformati. Un modo come un altro per dire che la siae così come l’abbiamo conosciuta fino ad ora non potrà più esistere.

È evidente che anche solo questi tre punti fondanti e di tipo ideologico per un riordino del copyright in rete porterebbero a scardinare il sistema attuale in modo non dissimile da come il commercio elettronico ha rivoluzionato la vendita al dettaglio.

A oggi questa discussione nemmeno è iniziata per ragioni intuibili, in buona parte legate alla perdita di una rendita di posizione da parte dei soggetti forti che hanno dominato il mercato. Tuttavia quello che doveva succedere è già successo. Per le altrettanto inevitabili conseguenze sembra che dovremo attendere ancora un po’.

14. Claudio Sanfilippo, cantautore milanese, ha scritto brani per Mina, Eugenio Finardi, Pierangelo Bertoli e altri. Il suo sito web è www.claudiosanfilippo.it.
15. Claudio Sanfilippo, Stile Libero, Edel/bmg, 1995. [ 32 ]
16. La melodia della canzone «Happy Birthday to You», il brano più famoso al mondo in lingua inglese, fu composta da due sorelle maestre d’asilo statunitensi, Mildred J. Hill e Patty Smith Hill, nel 1893. La prima versione con parole e musica che si conosca è stata stampata nel 1912. La prima registrazione per i diritti del brano risale al 1935. Nel 1988 la Warner/ Chappel Music ha acquistato la compagnia che ne possedeva il copyright per 25 milioni di dollari. Le dispute sul fatto che la canzone sia o non sia più protetta dal copyright sono tuttora in atto. Secondo la Warner il copyright di «Happy Birthday to You» si estinguerà nel 2030, a 137 anni dalla data di composizione da parte delle due maestre d’asilo del Kentucky.
17. La memoria del professor Lemley fu presentata alla Corte Suprema insieme a molte altre da Lawrence Lessig nel caso Eldred v. Ashcroft in relazione al Sonny Bono Copyright Term Extension Act del 1998; la Corte Suprema rigettò l’istanza. (http://www.nytimes.com/2002/02/19/national/ 19WIre-ScotuS.html)
18. Lo Statuto di Anna è stata la prima legge sul copyright in Gran Bretagna. È stato promulgato nel 1709 ed è entrato in vigore il 10 aprile 1710. Esso è generalmente considerato il primo statuto completo sul copyright. Prende nome dalla regina Anna, durante il cui regno fu promulgato; oggi è considerato l’origine della legge sul copyright. (Fonte: Wikipedia)
19. ip extremists, gli estremisti della proprietà intellettuale, sono stati spesso così definiti da Lawrence Lessig, fondatore di Creative Commons, nelle sue conferenze e nei suoi testi. Secondo Lessig tali estremisti rallentano l’innovazione. Il punto di vista di costoro sarebbe riassunto nell’estrema polarizzazione fra massima protezione dei diritti e anarchia. (http://www. computerworld.com.au/article/103128/lessig_wary_ip_extremists_/)

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