Ice Bucket Challenge, i video con la gente che si tira il ghiaccio addosso

Li vedete apparire continuamente su Facebook e sono legati a una riuscita ma discussa campagna di beneficenza

Si chiama “Ice Bucket Challenge”: nelle ultime settimane, come forse vi è capitato di vedere su Facebook o Twitter, molte persone hanno pubblicato dei video in cui vengono ripresi mentre si gettano sulla testa un secchio contenente acqua e ghiaccio. Lo hashtag collegato a questo tipo di video è spesso #IceBucketChallenge, traducibile in italiano come “la sfida dei secchi pieni di ghiaccio”. I video fanno parte di una specie di sfida a scopo benefico. Come spiega il Washington Post, il gioco funziona a “inviti”: quando una persona nomina un’altra, questa è tenuta o a donare cento dollari entro 24 ore alla ALS Association, un’organizzazione statunitense no profit che sostiene la ricerca sulla sclerosi laterale amiotrofica (SLA), una gravissima malattia neurodegenerativa, oppure a filmarsi mentre si getta in testa un secchio pieno di ghiaccio, “nominando” successivamente altre persone che dovranno compiere la stessa scelta.

L’iniziativa di Ice Bucket Challenge ha avuto grande successo: la ALS Association, che è stata fondata nel 1985 e si occupa di assistere i malati di SLA, ha comunicato il 12 agosto di avere raccolto nelle precedenti due settimane circa quattro milioni di dollari, quasi il quadruplo di quanto aveva raccolto nello stesso periodo lo scorso anno (ma circolano stime anche più basse, riguardo le entrate del 2013). La SLA colpisce gradualmente i motoneuroni, le cellule cerebrali che coordinano l’attività muscolatoria volontaria, e inibisce progressivamente la capacità dei malati di camminare e compiere gesti complessi come masticare e parlare. È attualmente incurabile; negli Stati Uniti è accessibile un unico farmaco che rallenta il decorso della malattia, senza però curarne le cause o prevenirla.

Non è chiaro da chi sia partita l’idea di Ice Bucket Challenge: alcuni siti di news, riportando ciò che ha detto la stessa ALS Association, l’hanno attribuita all’ex giocatore di baseball Pete Frates, a cui è stata diagnosticata la malattia nel 2012. Secondo Slate, però, la sfida è stata ideata da un gruppo di atleti fra cui i golfisti americani Rickie Fowler e Keegan Bradley – e non era legata in alcun modo alla ALS Association, a cui sarebbe stata collegata in un secondo momento.

In questi giorni sono circolati moltissimi video realizzati da personaggi parecchio noti, nei quali vengono mostrati mentre si gettano addosso del ghiaccio (qui, TIME ha raccolto i migliori dieci video sul tema): fra questi ci sono il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg, il politico Chris Christie e l’attore e cantante Justin Timberlake. Ethel Kennedy, la moglie del senatore Robert F. Kennedy, aveva anche “nominato” il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, che però ha rifiutato spiegando invece di voler dare un contribuito economico all’ALS Association.

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A favore, contro
Dopo il successo dell’iniziativa, sui giornali americani sono circolate moltissime opinioni a riguardo. Caitlin Dewey, sul Washington Post, ha scritto che sebbene la cosa sia «stupida» e permetta di «mettere in piazza il proprio altruismo», bisogna riconoscere che abbia «funzionato bene», permettendo di versare dei soldi a un’associazione che si occupa di terapia e assistenza della malattia: «e se il prezzo da pagare sono un paio di stupidi video sulla mia timeline di Facebook, pazienza».

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WIll Oremus, su Slate, dopo aver spiegato che i soldi raccolti sono «una buona notizia» per i 12mila malati statunitensi e che la sfida in sé non è poi così pericolosa, scrive che «è tuttavia difficile mandare via il pensiero che per la maggior parte delle persone che pubblicano questi video su Facebook, Vine e Instagram, la parte relativa alla beneficenza rimane accessoria. Ricordate: per il modo in cui è costruita la cosa, la doccia gelata è l’alternativa a donare dei soldi veri. Alcune delle persone hanno cercato di aggirare la cosa chiedendo che anche le persone che si filmano donino 10 dollari. Detto questo, molti partecipanti spendono probabilmente più soldi per comprare il ghiaccio confezionato piuttosto che per la ricerca sulla SLA».

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Una delle critiche più interessanti è stata pubblicata sul magazine online Quartz da William McAskill, il vicepresidente di un’organizzazione noprofit – “Giving What We Can” – che si occupa di selezionare con criteri di merito ed efficacia altre no profit a cui versare i soldi dei propri soci. McAskill sostiene che poiché spesso le persone “stanziano” un fondo fisso dei propri guadagni da destinare in beneficenza, l’iniziativa in favore della ALS Association ha indirizzato i soldi verso un’unica organizzazione, sottraendo fondi a tutte le altre. Quelle persone avrebbero donato comunque, a tante organizzazioni diverse; ora hanno donato tutte alla stessa organizzazione, sapendone poco e niente, e non daranno altro ad altri. McAskill spiega che fino a che la motivazione di simili campagne è un’occasionale investimento benefico che solleva chi lo fa, saranno sempre più inefficaci di iniziative che creino coinvolgimenti più duraturi e consapevoli.

«Se ipotizziamo che anche solo metà dei tre milioni raccolti dalla ALS Association sarebbero stati comunque destinati in beneficenza, e se la ALS Association avesse una capacità di usare bene quei soldi inferiore alla metà della capacità di altre no profit, allora questa raccolta fondi avrebbe davvero fatto dei danni. È possibile che succeda anche in questo caso: anche se alcune organizzazioni benefiche sono estremamente efficaci, molte di esse ottengono molto poco. Non è dato saperlo, se non dopo una seria ricerca».