“Humans of New York”, in Iraq

Il fotografo di uno dei progetti più amati e seguiti su Internet si trova a Erbil, dove sono iniziati i bombardamenti americani contro lo Stato Islamico

Humans of New York è uno dei photoblog più conosciuti e apprezzati su Internet, con quasi 9 milioni di “mi piace” su Facebook e 400 mila iscritti su Tumblr. È stato creato dal fotografo Brandon Stanton di Atlanta, in Georgia, che dopo aver perso il lavoro come agente di borsa decise di dedicarsi alla sua passione per la fotografia. Nell’estate del 2010 ebbe l’idea di realizzare una sorta di “catalogo esaustivo degli abitanti di New York”: fotografare “10 mila newyorkesi e sistemarli su una mappa”. Dopo alcuni mesi di lavoro il progetto prese una piega diversa: Stanton decise invece di fotografare le persone che incontrava in strada, accompagnandole con una loro frase, un aneddoto, una loro breve storia.

Nel novembre 2010 aprì la pagina Facebook, che in breve tempo divenne tra i progetti fotografici più popolari e amati dai lettori, e uno dei rari posti su internet dove il cinismo e il disincanto lasciano invece il posto a commenti di vicinanza e affetto per le persone ritratte, che raccontano i loro desideri, le loro preoccupazioni e i loro ricordi più personali. Oltre ad aver vinto numerosi premi, nell’ottobre del 2013 Stanton ha anche pubblicato un libro, Humans of New York, che nel giro di un mese è salito al primo posto della classifica del New York Times dei libri di non fiction più venduti. Nel dicembre dello stesso anno la rivista Time l’ha inserito nella lista delle 30 persone sotto i 30 anni che stanno cambiando il mondo.

Il 6 agosto Stanton ha iniziato un viaggio in giro per il mondo con le Nazioni Unite, che durerà 50 giorni e in cui attraverserà oltre 40 mila chilometri. Stanton continuerà a fare quello che ha sempre fatto per Humans of New York: fotografare le persone che incontra, chiacchierare con loro, e scoprire storie e aneddoti interessanti. Come ha spiegato, «dato che l’itinerario prevede solo 10 paesi, sarebbe piuttosto folle dire che questi ritratti e queste storie rappresentano in qualche mondo “il mondo”, o l’umanità nella sua interezza. Il punto del viaggio non è dire “qualcosa” sul mondo. È piuttosto visitare alcuni posti lontani e ascoltare quante più storie possibile»· L’obiettivo è anche sensibilizzare le persone sugli Obiettivi di sviluppo del Millennio (Millennium Development Goals), otto obiettivi che i paesi dell’ONU si sono impegnati a realizzare per il 2015, come sradicare la povertà estrema e la fame, promuovere la parità dei sessi e l’autonomia delle donne e ridurre la mortalità infantile.

La prima tappa del viaggio è l’Iraq e il 7 agosto Stanton è arrivato a Erbil, la capitale del Kurdistan iracheno che si trova nel nord-est del paese. Quel giorno ha pubblicato due fotografie: in una c’è una bambina che parla più lingue di tutti i membri della sua famiglia perché “in strada gioca con tutti i bambini” e in un’altra c’è un uomo su una sedia a rotelle.

– «I momenti più felici della mia vita sono ogni volta che vedo mia madre felice»
– «Qual è la volta in cui l’hai vista più felice?»
– «Quando ero un bambino, dei medici tedeschi ci dissero che potevo farmi operare in Italia, e le mie gambe avrebbero funzionato di nuovo. Era così felice che si mise a piangere. Ma non abbiamo mai avuto i soldi per andarci»·
(Erbil, Iraq)

L’uomo gli ha poi mostrato una foto sul cellulare in cui aveva montato con Photoshop la sua testa su un corpo sano, per vedere come sarebbe stato se avesse potuto stare in piedi.

Il giorno successivo, l’8 agosto, gli Stati Uniti hanno iniziato a bombardare alcune postazioni di artiglieria dello Stato Islamico, il territorio tra Iraq e Siria conquistato dall’organizzazione di estremisti islamici sunniti dell’ISIS, non lontano da Erbil, per proteggere la popolazione cristiana e le minoranze minacciate dall’avanzata dei miliziani. Stanton si trova ancora in Iraq e ha continuato a fotografare e postare le storie delle persone, trasformandosi di fatto in un giornalista di guerra: le persone ritratte sono spesso profughi, famiglie preoccupate per i parenti che hanno lasciato indietro, bambini che di notte hanno gli incubi delle bombe e molti yazidi, una minoranza di lingua curda che crede in una religione sincretica, composta dai principali culti nati in Medio Oriente e che i musulmani accusano di “adorare il diavolo”.

Alcune immagini sono state scattate a Erbil, altre a Dohuk, che si trova a 160 chilometri a nord-ovest di Erbil, dove si sono rifugiati molti yazidi, ritratti insieme alle famiglie locali: famiglie al mercato, ragazzini che studiano per diventare medici, e altri che vanno a nuotare.

Questi bambini fanno parte della minoranza irachena degli yazidi, una delle tante minoranze considerate sacrificabili dai miliziani dell’ISIS. Negli ultimi giorni l’ISIS è arrivato nei loro villaggi e distrutto le loro case. Decine di migliaia di persone si sono rifugiate nelle montagne vicine. L’ISIS se n’è accorto e ha circondato le montagne con le armi, bloccato tutte le strade, aspettando che muoiano di sete nel caldo di 48 gradi. Questi bambini fanno parte di alcune famiglie che in qualche modo sono riuscite a scappare. Mentre i loro genitori erano nel panico per i parenti intrappolati nelle montagne, i bambini hanno trovato un posto tranquillo dove giocare. Li ho trovati mentre sbattevano alcune lattine. Gli ho chiesto cosa stavano facendo. “Stiamo costruendo una macchina”, hanno detto. “Che cosa carina – ho pensato – immaginano che le lattine siano macchine”.

Quando sono tornato, cinque minuti dopo, avevano fatto dei fori nelle quattro lattine. Usando due fili di metallo come assi, avevano trasformato le lattine in ruote, e le avevano attaccate a una cassetta di plastica nelle vicinanze. Avevano costruito una macchina.
(Dohuk, Iraq, 8 agosto)

– «Avevo un negozio di cellulari e computer in Siria. Distrutto completamente durante i combattimenti. Sono venuto qua in cerca di lavoro, ma non potevo portare la mia famiglia con me. Quando me ne sono andato, ho baciato mio figlio e gli ho detto che stavo andando via e non sapevo dove stavo andando. Piangeva così forte che l’abbiamo chiuso in casa mentre dicevo addio a mia moglie. Non ho ancora incontrato il mio secondo figlio.»
– «Quali sono i ricordi più felici di tuo figlio?»
– «Ogni volta che andavo al lavoro, mi correva dietro. E ogni volta che tornavo a casa, mi correva incontro»
(Erbil, Iraq, 10 agosto)

Di solito inizio a parlare con una serie di domande standard, che penso porteranno a una varietà di aneddoti sulla vita delle persone: i momenti più felici, i più tristi, cose così. Ma con le persone che fuggono dalla guerra, è assolutamente impossibile discutere qualsiasi cosa al di là del momento presente. Le circostanze in cui si trovano sono così potenti, non c’è proprio spazio nelle loro teste per altri pensieri. La conversazione si incaglia subito, perché qualsiasi argomento oltre la loro disperazione presente sembra indelicato e inappropriato. Ti rendi conto che senza la sicurezza fisica, non possono esistere altri strati dell’esperienza umana. «Tutto quel che fanno tutto il giorno è piangere per le loro case», mi ha detto.
(Dohuk, Iraq, 8 agosto)

«C’erano decine di loro e solo quattro di noi. Hanno preso tutte le mie pecore»(Dohuq, Iraq, 8 agosto)

Humans of New York si può seguire oltre che su Facebook, su Twitter, e su Tumblr.

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