Senato - Voto finale su ddl Riforme Costituzionali

Come sarà il nuovo Senato?

Dopo giorni di emendamenti e correzioni, la riforma costituzionale approvata oggi in prima lettura è fatta così

Senato - Voto finale su ddl Riforme Costituzionali

Il Senato ha approvato in prima lettura il disegno di legge di riforma costituzionale promosso dal governo, con 183 voti favorevoli e 4 astenuti. L’opposizione ha deciso di non partecipare al voto. Il testo di legge ora verrà trasmesso alla Camera, che inizierà l’analisi della legge per proporre nuove modifiche ed emendamenti. Trattandosi di una modifica che riguarda la Costituzione, il disegno di legge sarà poi trasmesso nuovamente al Senato e in seguito alla Camera per la sua seconda lettura.

La riforma è arrivata a questo punto attraverso molte discussioni, modifiche in commissione Affari costituzionali, correzioni ed emendamenti, tanto che sembra esserne passata in secondo piano la sostanza. Insomma, dopo tutto questo e tenendo conto del fatto che la riforma potrebbe non restare così com’è, come sarà il nuovo Senato?

Il Senato sarà composto da 100 senatori (non più 315): 95 saranno ripartiti tra le regioni sulla base del loro peso demografico e saranno scelti dai Consigli Regionali, non eletti dai cittadini (74 saranno consiglieri regionali e 21 saranno sindaci). Si tratta di un aspetto della riforma su cui il governo aveva concentrato di più le sue attenzioni ed è considerata la parte fondamentale di tutta la legge. Gli altri cinque senatori saranno nominati dal Capo dello Stato: andranno a sostituire i senatori a vita.

La durata del mandato coinciderà con quello delle istituzioni territoriali di cui i senatori saranno espressione, e non riceveranno alcuna indennità. Avranno però le stesse tutele dei deputati (immunità): non potranno essere arrestati senza autorizzazione del Senato stesso o essere sottoposti a intercettazione. Nelle settimane scorse era stato uno dei temi più dibattuti con numerose polemiche.

La Camera resterà l’unica assemblea legislativa a votare la fiducia al governo (i deputati rimangono 630). Sarà dunque superato il cosiddetto “bicameralismo perfetto”. La funzione principale del Senato sarà il «raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica», cioè regioni e comuni. Potrà votare solo per riforme costituzionali, leggi costituzionali, leggi elettorali degli enti locali e ratifiche dei trattati internazionali, leggi sui referendum popolari e – grazie all’emendamento della Lega approvato a scrutinio segreto – il diritto di famiglia, il matrimonio e il diritto alla salute.

Tutte le altre leggi saranno di competenza della sola Camera dei deputati. Per respingere le modifiche del Senato, la Camera dovrà esprimersi con la maggioranza assoluta. Infine, se la maggioranza assoluta dei membri sarà d’accordo, il Senato potrà chiedere alla Camera di esaminare un determinato disegno di legge, che dovrà essere messo ai voti entro sei mesi.

Il Senato potrà esprimere proposte di modifica anche sulle leggi che non rientrano nelle sue competenze: i suggerimenti andranno consegnati entro 30 giorni, la legge tornerà quindi alla Camera che deciderà se accoglierli o meno. Il Senato potrà votare anche la legge di bilancio: le proposte di modifica andranno consegnate entro 15 giorni. A fronte di eventuali interventi del Senato, sarà comunque la Camera ad avere in materia di bilancio l’ultima parola, a maggioranza semplice.

Le leggi che regolano l’elezione della Camera e del Senato potranno essere sottoposte al giudizio preventivo di legittimità da parte della Corte costituzionale (che deve pronunciarsi entro un mese) su richiesta di un terzo dei componenti di una Camera.

Si prevede un tetto massimo agli stipendi degli amministratori regionali: non potranno superare quelli dei sindaci del comune capoluogo. Il Senato dovrà esprimersi obbligatoriamente sullo scioglimento dei consigli regionali. Sono state modificate anche le norme sull’elezione dei 15 giudici della Corte Costituzionale: un terzo resta nominato dal capo dello Stato, un terzo dalle supreme magistrature ordinaria e amministrativa, tre dalla Camera e due dal Senato.

Poi c’è il Titolo V. Viene rovesciato il sistema per distinguere le competenze dello Stato da quelle delle Regioni. Passano allo Stato alcune competenze come l’energia, infrastrutture strategiche, grandi reti di trasporto, salute, previdenza.

Il presidente della Repubblica sarà eletto dai deputati e dai 100 senatori. Nei primi quattro scrutini serviranno i due terzi dei voti; nei successivi quattro scrutini i tre quinti; dal nono basta la maggioranza assoluta. Attualmente è previsto il quorum dei due terzi fino al terzo scrutinio, oltre il quale è sufficiente la maggioranza assoluta.

Per i referendum abrogativi serviranno 500 mila firme (o la richiesta di cinque consigli regionali): saranno validi se voterà il 50 per cento più uno degli aventi diritto. Se invece le firme raccolte saranno 800 mila, la soglia per la validità del referendum sarà la maggioranza dei votanti alle ultime elezioni della Camera. È stato inoltre cancellato il controllo preventivo della Consulta, a 400 mila firme raccolte, previsto dal testo uscito dalla commissione. Non sarà ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali.

Serviranno 150 mila per le leggi di iniziativa popolare: meno delle 250 mila previste dal ddl approvato in commissione ma comunque il triplo rispetto le 50 mila attuali. È stato deciso che il referendum possa assumere anche un carattere propositivo e d’indirizzo, cosa finora esclusa.

Solo la Camera dei deputati potrà dare l’autorizzazione a procedere nei confronti del presidente del Consiglio o dei ministri.

Il CNEL, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, sarà soppresso, così come la menzione delle province dalla Costituzione.

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