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Google e i primi effetti del “diritto all’oblio”

È iniziata la rimozione di decine di link ad articoli "non più rilevanti" dal motore di ricerca, come indicato dalla Corte europea: ma ci sono moltissima confusione e qualche paradosso

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Google ha iniziato a inviare ai siti dei giornali online – e non solo – le notifiche sull’avvenuta rimozione di alcuni loro articoli dalle sue pagine dei risultati, in osservanza della discussa sentenza della Corte di giustizia dell’Unione Europea sul cosiddetto “diritto all’oblio”. A metà maggio, la Corte ha stabilito che i cittadini europei hanno il diritto di chiedere ai motori di ricerca (Google è il più usato di tutti in Europa) di eliminare dalle loro pagine dei risultati i link verso cose che li riguardano, nel caso in cui li ritengano “inadeguati, irrilevanti o non più rilevanti, o eccessivi in relazione agli scopi per cui sono stati pubblicati”. La Corte ha stabilito che i link devono essere rimossi dalle pagine dei risultati, ma che possono comunque continuare a esistere online, seppure resi molto più difficili da trovare.

Alcune settimane dopo la sentenza, Google ha messo online uno strumento per chiedere la rimozione dei link, ricevendo in pochi giorni decine di migliaia di richieste da parte di cittadini europei. Dalla scorsa settimana è iniziata la cancellazione dei link: diversi siti di informazione hanno iniziato a occuparsene, lamentando poca chiarezza e trasparenza del sistema.

BBC e Guardian
Il giornalista economico Robert Peston di BBC ha scritto di avere ricevuto una notifica da Google sulla rimozione dalle pagine dei risultati di un suo post del 2007, nel quale si era occupato di Stan O’Neal, ex capo della banca di investimenti Merrill Lynch costretto a dimettersi quando emersero dettagli su alcune operazioni finanziarie spregiudicate che aveva portato avanti per conto della banca. Il messaggio ricevuto da Peston è automatico e molto sintetico:

Avviso di rimozione da Google Search
Ci spiace informarla che non siamo più in grado di mostrare le seguenti pagine del suo sito in risposta ad alcuni tipi di ricerche nelle versioni europee di Google.

La notifica non chiarisce quali siano le esatte chiavi di ricerca che rendono impossibile il ritrovamento dell’articolo nelle pagine dei risultati di Google, cosa che aggiunge ulteriore confusione: con alcune chiavi di ricerca il post di Peston risulta normalmente indicizzato, con altre chiavi sparisce dalla pagina dei risultati. Le cose cambiano inoltre se si usano le stesse chiavi di ricerca su versioni diverse di Google, quella per il Regno Unito o la versione internazionale, per esempio.

Peston ha fatto qualche controllo in più e alla fine si è reso conto che la richiesta di rimozione del link inviata a Google non è probabilmente partita da Stan O’Neal. Cercando quel nome, il suo post continua a essere visibile nella pagina dei risultati e nel testo non veniva citata nessun’altra persona. Il contenuto è stato quindi rimosso dalla pagina dei risultati di Google in seguito alla richiesta di qualcun altro, il cui nome compare probabilmente nella sezione dei commenti del post.

James Ball del Guardian segnala che il suo giornale fino a ora ha ricevuto sei diverse notifiche per altrettanti articoli, rimossi dalle pagine dei risultati di Google. Tre sono legati alla storia di Dougie McDonald, un arbitro che nel 2010 mentì sulle motivazioni che lo avevano spinto a dare un rigore in una partita di calcio: ci furono grandi polemiche, che alla fine lo portarono a dimettersi. Se si cercano il suo nome più quello del giornale, nelle versioni europee di Google non compaiono diversi risultati che può invece vedere chiunque utilizzi Google da un paese fuori dall’Europa.

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Ball ricorda che il suo giornale per ora non ha nessuna possibilità di fare appello contro la rimozione dei link, che di fatto comporta una limitazione alla libera circolazione delle informazioni online:

Qualcuno potrebbe sostenere che certe vicende dovrebbero svanire dagli archivi: che dire di chi ha commesso un piccolo crimine a 18 anni, che ha poi messo la testa a posto e pagato per i suoi errori? Se qualcuno a 30 anni scoprisse che una ricerca online gli impedisce di trovare un lavoro, non potrebbe avere ragione nel ricorrere al diritto all’oblio? Forse, ma è una cosa su cui si dovrebbe discutere. E questo tipo di decisioni editoriali spettano di sicuro agli editori, non a Google.

Chi ha chiesto cosa?
Nel caso in cui un link sia rimosso dalla pagina dei risultati in seguito a una richiesta sul diritto all’oblio, Google segnala l’avvenuta rimozione a chi ha fatto la ricerca con questo messaggio: “Alcuni risultati possono essere stati rimossi nell’ambito della normativa europea sulla protezione dei dati”. L’avviso contiene anche un link per raggiungere una pagina in cui sono spiegate le nuove regole applicate in seguito alla sentenza della Corte europea. Non è però possibile trovare altre informazioni sullo specifico link rimosso: non si può sapere chi lo abbia chiesto, né da quando sia stato tolto. Come nel caso di O’Neal raccontato da Peston, può quindi accadere che non si trovi un articolo su Tizio anche se lo stesso Tizio non ne ha mai chiesto la rimozione, perché la richiesta è stata effettuata invece da Caio poiché il suo nome compariva nel medesimo articolo.

Meno oblio
Per ora, il risultato più evidente della messa in pratica della sentenza della Corte europea è che si parla molto di più di vecchi articoli e vecchie storie che il tempo da solo aveva già consegnato a una sorta di oblio. BBC, Guardian e altre testate online hanno pubblicato articoli nei quali si dà conto della rimozione dei link, inserendo collegamenti ai contenuti rimossi e riassumendo le vicende delle persone di cui parlano. In alcuni casi, se si cercano nome e cognome delle persone che probabilmente hanno usato il modulo per il diritto all’oblio di Google, si trovano nelle pagine dei risultati i link ai nuovi articoli in cui si parla dei collegamenti rimossi che li riguardano.

Come scrive Danny Sullivan, su Marketing Land, si potrebbe arrivare a particolari circoli viziosi: “Soprattutto per le persone un minimo note, chiedere la rimozione di un link da una grande testata porterà probabilmente quel giornale a scrivere un articolo sulla richiesta, articolo che potrà essere rimosso solo facendo domanda con una nuova richiesta, che probabilmente porterà alla scrittura da parte della testata di un nuovo articolo e così via”. Il modulo di Google prevede che si possa fare domanda di rimozione per un singolo link che viene mostrato in seguito all’inserimento di una specifica serie di parole chiave: è quindi necessaria una domanda per ogni link.

Google non è naturalmente responsabile della situazione alquanto caotica creata dalla sentenza della Corte europea. La società si era opposta alla rimozione di un link nella sua versione spagnola anni fa, cosa che portò a una serie di ricorsi da parte della persona interessata e infine alla decisione di maggio, inappellabile, che continua a essere molto dibattuta e criticata. Davanti alla sentenza definitiva, Google ha preferito avviare da subito una collaborazione, mettendo in piedi un modulo online per permettere a qualsiasi cittadino europeo di chiedere la rimozione di un link che lo riguarda.

Chi controlla
Il problema è che per come è fatta la sentenza spetta direttamente a Google stabilire se un link debba essere rimosso o meno dalla sua pagina dei risultati. I siti coinvolti non hanno possibilità di fare valere le loro ragioni, e devono limitarsi ad accettare il fatto che un loro contenuto non è più raggiungibile dal motore di ricerca. Google si è impegnata a “bilanciare i diritti sulla privacy della persona con il diritto di tutti di conoscere e distribuire le informazioni” e sta spendendo grandi risorse, con centinaia di legali, per valutare le migliaia di domande che continua a ricevere. Ma la decisione di che cosa rimuovere o meno, hanno osservato in molti, non dovrebbe spettare a Google, semmai a un soggetto terzo e indipendente.

Questa condizione è diventata evidente negli ultimi giorni in seguito alle rimozioni dei primi link, e le principali testate online europee iniziano a rendersene conto. L’invio delle prime notifiche da parte di Google ha portato alla pubblicazione di diversi articoli sul tema, e nelle prossime settimane potrebbero esserci iniziative per provare a cambiare le cose riguardo al diritto all’oblio, facendo pressione sulle istituzioni europee. Ball del Guardian ha proposto di creare un nuovo account twitter del suo giornale per pubblicare in tempo reale le notifiche ricevute da Google, con l’indicazione dei relativi link rimossi dalle pagine dei risultati.

Come hanno fatto notare diversi osservatori, con la sua sentenza la Corte ha dimostrato di essere poco lungimirante: fotografa la situazione per come è adesso, in cui fare una ricerca online equivale sostanzialmente a usare un solo motore di ricerca, Google, che detiene circa il 90 per cento del mercato europeo. Impedire a Google di linkare un determinato contenuto “non più rilevante” può avere senso, perché è sufficiente per rendere praticamente introvabile quel contenuto, ma in un mercato più aperto che cosa accadrebbe? Il risultato è che per ora se cercheremo su Google il nome della persona che ha fatto ricorso non troveremo elencata quell’informazione; se cercheremo sul sito del giornale il suo stesso nome, sì.

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