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  • Sabato 21 giugno 2014

In Iraq si muovono le milizie sciite

Migliaia di volontari sciiti hanno marciato a Baghdad, Najaf e Basra, pronti a combattere contro l'ISIS (e vogliono che il primo ministro iracheno se ne vada)

Negli ultimi tre giorni migliaia di miliziani sciiti hanno sfilato per le strade di diverse città dell’Iraq vestiti con uniformi militari e sventolando bandiere irachene e stendardi verdi (un colore considerato sacro dai musulmani). La parata è stata considerata da molti esperti un segno che il paese si sta avvicinando a una vera e propria guerra di religione tra la maggioranza sciita e la minoranza sunnita. Nelle ultime settimane, l’ISIS, una milizia di fondamentalisti sunniti (qui abbiamo spiegato per bene di che si tratta), ha occupato una grossa fetta della parte settentrionale dell’Iraq (a maggioranza sunnita) insieme ai gruppi e alle milizie sunnite locali. Le vittorie e l’avanzata dell’ISIS hanno spinto molti sciiti ad arruolarsi nell’esercito iracheno – che ormai molti ritengono uno strumento in mano al primo ministro sciita Nuri al-Maliki – mentre altri hanno riformato e riattivato le milizie che parteciparono alla guerra civile cominciata subito dopo l’invasione americana dell’Iraq del 2003.

Le parate di venerdì sono state promosse da Muqtada al-Sadr, religioso sciita e leader di partito (la sua formazione ha un’ottantina di rappresentanti nelle due camere del parlamento iracheno). Al-Sadr e la sua milizia, l’esercito del Mahdi, combatterono una guerriglia contro il governo iracheno e le truppe americane per diversi anni dopo la caduta del regime di Saddam Hussein. Secondo il corrispondente di BBC in Iraq, la dimostrazione di forza da parte delle milizie – che sembrano sotto il controllo di al-Sadr più che del governo – rappresenta un problema per il primo ministro Nuri al-Maliki, perché è la prova di un ulteriore divisione della fazione sciita.

Negli ultimi giorni la posizione di Maliki è diventata molto difficile. Venerdì la principale autorità religiosa per gli sciiti iracheni, l’ayatollah Ali al-Sistani – considerato in genere più moderato di al-Sadr – ha chiesto ai politici di formare un governo che goda di “ampio sostegno” tra la popolazione. Il discorso di al-Sistani è sembrato una critica indiretta al primo ministro iracheno. Maliki, nominato primo ministro nel 2006, negli ultimi anni ha portato avanti una serie di politiche a favore degli sciiti che gli hanno alienato la minoranza sunnita del paese. Ad esempio ha rimosso un gran numero di ufficiali sunniti e curdi dall’esercito, sostituendoli con ufficiali sciiti a lui fedeli (tanto che in Iraq l’esercito è stato soprannominato dai sunniti “la milizia di Maliki”).

Le politiche violente e settarie di Maliki hanno permesso all’ISIS di ottenere i successi delle ultime settimane, che sarebbero stati impensabili senza una qualche forma di appoggio da parte della popolazione e delle altre milizie sunnite (l’ISIS conta circa 10mila uomini). Negli ultimi giorni anche il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha chiesto a Maliki di formare un governo con una base di consenso più ampia, cioè che includa anche esponenti sunniti. Per quanto Obama non abbiamo chiesto direttamente a Maliki di dimettersi, diversi giornali hanno scritto che funzionari americani stanno facendo pressioni affinché Maliki lasci il suo posto e venga sostituito da un nuovo governo di coalizione.

E l’ISIS?
Nel frattempo sono continuati gli scontri tra l’ISIS e l’esercito iracheno. Sabato 21 giugno un posto di confine tra Siria ed Iraq è stato attaccato e trenta soldati iracheni sono stati uccisi. L’ISIS avrebbe anche conquistato un ex deposito di armi chimiche, dove, secondo il governo americano, non c’è nulla che possa essere riutilizzato come arma. La situazione nella grande raffineria di Baiji, a nord di Tikrit e all’interno del territorio controllato dall’ISIS, è invece ancora incerta. L’ISIS ha detto di controllarne una parte, mentre l’esercito dice di averla riconquistata.

La battaglia alla raffineria di Baiji ha attirato a sud gran parte dei miliziani che due settimane fa hanno conquistato Mosul, ha scritto il Financial Times, che è riuscito a fare una serie di interviste telefoniche con gli abitanti della città (entrare a Mosul è praticamente impossibile per un giornalista occidentale). Secondo alcuni residenti il potere a Mosul è esercitato dai capi tribù locali, gli stessi che durante l’assalto alla città si sono schierati con l’ISIS, attaccando l’esercito alle spalle.

Dopo la conquista di Mosul, l’ISIS ha vietato il consumo di alcolici, di tabacco e ha imposto una serie di restrizione all’abbigliamento delle donne. Nei primi giorni di governo sunnita alcuni negozi di liquori sono stati saccheggiati, ma oggi, hanno raccontato alcuni residenti al Financial Times, nessuno fa più rispettare le regole dell’ISIS. La gente fuma normalmente per strada e le donne escono di casa nello stesso modo in cui lo facevano prima. Sempre secondo alcuni residenti, a Mosul non sono nemmeno comparsi i “tribunali islamici” che nelle zone della Siria sotto controllo dell’ISIS impongono una violenta interpretazione della legge islamica. Il problema principale della città, a quanto sembra, è la mancanza di benzina per le automobili e i frequenti blackout, causati dal fatto che il governo di Baghdad ha tagliato l’elettricità alla città.