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  • sabato 31 maggio 2014

Perché nessuno vuole più ospitare le Olimpiadi?

Perché costano troppo e lasciano dietro un sacco di infrastrutture che non servono a niente, scrive il Washington Post

Negli ultimi mesi molte città – tra cui Cracovia (Polonia), Stoccolma (Svezia), St. Moritz (Svizzera), Davos (Svizzera) e Monaco (Germania) – hanno rinunciato alla competizione per ospitare le Olimpiadi invernali del 2022. In pratica le città che aspirano a essere la sede dei Giochi invernali, ha raccontato il Washington Post, non vogliono trovarsi nella situazione di Atene, Pechino o Sarajevo, che dopo diversi anni sono ancora piene di rovine inutili e strutture abbandonate che sono costate alle amministrazioni locali moltissimi soldi.

Monaco, ad esempio, è ancora piena di edifici infestati dalle erbacce e coperti di graffiti, un’eredità delle Olimpiadi del 1972. Poche settimane fa il Partito Moderato svedese, principale forza politica della maggioranza di governo, ha diffuso una dichiarazione molto critica verso l’idea di ospitare le prossime Olimpiadi invernali. Un tale impegno, ha aggiunto il Partito Moderato, comporterebbe di «investire in maniera significativa in strutture sportive, come ad esempio piste per bob e slittini. Non c’è alcuna necessità di questo tipo di infrastrutture dopo la fine delle Olimpiadi».

Quella dell’utilità delle strutture create per le Olimpiadi dopo la fine della manifestazione è uno dei temi più complicati da affrontare per le amministrazioni locali e per i governi dei paesi coinvolti. In passato ci sono stati casi di edifici sportivi costosamente riadattati per diventare prigioni, alloggi popolari, centri commerciali o edifici di culto. In moltissimi casi le infrastrutture vengono semplicemente abbandonate (come mostra il progetto della fotografa milanese Anna Pizzoccaro, che ha raccolto le immagini di cinque parchi olimpici abbandonati – Berlino, Atene, Barcellona, Sydney e Melbourne).

Atene è forse uno degli esempi più chiari di cosa rischiano le città che ospitano manifestazioni come queste. Spyros Capralos, presidente del Comitato Olimpico greco, ha raccontato che all’epoca delle Olimpiadi di Atene, nel 2004, «non c’erano piani. Nessuno aveva pensato a cosa farsene delle strutture dopo i giochi. E questo, insieme al fatto che mancavano le infrastrutture temporanee, è stato uno dei problemi principali per la città di Atene» (alcuni degli edifici costruiti per le Olimpiadi di Atene oggi sono così).

Le Olimpiadi sono costate alla Grecia quasi 7 miliardi euro. L’opinione di numerosi esperti è che l’economia greca non era in grado di finanziare le Olimpiadi: l’evento non fu la causa della crisi del paese, ma certamente contribuì a peggiorare rapidamente la situazione. La Grecia comunque è in buona compagnia: le Olimpiadi di Pechino costarono circa 30 miliardi di euro, quelle invernali di Sochi addirittura 40 miliardi, una cifra incomprensibile per un paese che ha difficoltà politiche ed economiche come la Russia. Montreal ha perso quasi un miliardo di dollari per aver organizzato i Giochi del 1976 (e ci sono voluti 30 anni per ripagare il debito), mentre la città di Nagano, in Giappone, che ha ospitato le Olimpiadi invernali del 1998, deve ancora ripagare completamente i debiti.

Davanti a numeri del genere, non c’è molto da stupirsi se ad aprile il Vietnam si è ritirato dalla corsa per ospitare i giochi dell’Asia del 2019, giustificandosi col fatto che le sue finanze non sono ancora a posto dopo la fine della crisi economica. Lo scorso gennaio, poche settimane prima dell’inizio delle Olimpiadi di Sochi, due commentatori americani, Karin Klein sul Los Angeles Times e Charles Lane sul Washignton Post, avevano utilizzato queste argomentazioni per chiedere in maniera un po’ provocatoria di abolire le Olimpiadi.

Ultimamente ci sono state critiche anche ad altri grandi eventi, non necessariamente sportivi, che richiedono enormi investimenti iniziali sulla base di una speranza (spesso delusa) di un ritorno economico sotto forma di turismo e di “immagine”. In Italia ad esempio Roberto Perotti, professore di economia all’Università Bocconi, ha pubblicato una serie di articoli in cui critica duramente EXPO, la manifestazioni che dovrebbe cominciare a Milano nel 2015 (ne avevamo parlato qui). Le sue argomentazioni non sono molto diverse da quelle utilizzate per criticare le Olimpiadi. Scrive Perotti che «il vero problema è che EXPO non avrebbe dovuto esistere. [La decisione di intraprenderla è derivata da una] ubriacatura retorica collettiva supportata e legittimata da stime economiche azzardate».

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