Le migliori sigle delle serie tv, spiegate

di Jen Chaney - Washington Post

Da quella di Mad Men a quelle di Game of Thrones e True Detective: chi le ha inventate, chi le ha prodotte e perché le hanno fatte così

L’opzione “avanti veloce” è proprio lì. A un certo punto, durante una prolungata maratona di una certa serie tv, l’impallinato di turno ha l’opzione di cliccare su quei due triangolini che puntano a destra e saltare la sigla iniziale per guardare subito un nuovo episodio. Eppure anche dopo sette ore filate di Game of Thrones – e ben avviati verso l’ottava – c’è ancora qualcuno che quei triangolini non li considera, e si ostina a guardare la sigla che introduce l’episodio.

Questo perché spesso la sigla è tanto necessaria, visivamente originale e ricca di profondità quanto ciò che è contenuto nell’episodio stesso. Potremmo ancora trovarci nella cosiddetta terza età dell’oro della televisione: quella dopo i Soprano, insomma, piena di antieroi che hanno innalzato il livello medio delle serie che ora possiamo anche stipare sui nostri TiVo [un aggeggio americano che – fra le molte funzioni – registra automaticamente i nuovi episodi delle serie selezionate]. Ma ci troviamo anche in un’epoca d’oro per le sigle stesse.

È bene ricordare che molte serie televisive, soprattutto sui canali nazionali in chiaro, presentano ancora una sigla del tipo “adesso introduciamo tutti i personaggi”. Altre ancora sparano semplicemente il proprio titolo per pochi secondi, sebbene con colori e musica sempre diversi – stiamo parlando di Girls, che va in onda sul canale via cavo HBO. Ma sempre più spesso, specialmente sulle tv via cavo o sulle nuove piattaforme tipo Netflix, le sigle stanno diventando sempre più curate, profonde e quasi “cinematografiche”. Come per esempio quella con ambientazione “gotica” di True Detective, o quella sfacciata di Masters of Sex, le inquadrature ravvicinate di alcune detenute in Orange Is the New Black, oppure ancora quella ispirata a Saul Bass di Mad Men, che a sua volta è diventata famosissima.

Secondo Ian Albison, il direttore di Art of the Title, un magazine online che si occupa principalmente dell’analisi dei “titoli” nelle serie televisive e nei film, molti fattori hanno contribuito a una diffusa e maggiore accuratezza. Fra questi uno sviluppo tecnologico che ha permesso ai grafici di accedere più facilmente alle motion graphics, e una collaborazione più stretta fra grafici e sceneggiatori riguardo lo “stile” da dare alla serie. Albinson cita anche l’influenza di HBO, di cui alcune serie come I Soprano e Six Feet Under hanno fatto da pioniere riguardo i titoli di testa. Albinson racconta che «molte serie HBO contengono sequenze originali, diverse fra loro e al contempo molto curate. Altri canali – come AMC, Showtime e da poco FX – li hanno seguiti in quella direzione».

Ma cos’è che ci impedisce di saltare la sigla anche nel caso in cui potremmo ripetere i nomi dei produttori a memoria e la canzone utilizzata intasa perennemente il nostro canale uditivo? Diamo un’occhiata a sei fondamentali qualità che deve possedere una gran sigla, e come queste funzionano – spiegate da chi le ha prodotte – per originare la nostra incapacità a saltarle.

1) Spiegare il percorso narrativo
Una sigla forte serve da “spiegone”: dev’essere cioè una sorta di mini-film che anticipa agli spettatori dove andrà a parare la trama. Nessuna sigla, attualmente, lo fa più efficacemente di quella di Game of Thrones, con la sua ambientazione in computer grafica che evolve man mano: una sorta di “tragitto” fra i continenti inventati in cui è ambientata la serie, con castelli e alberi che spuntano fuori man mano dalla terra, è un richiamo alle mappe dei continenti pubblicate all’inizio di ogni libro da cui è tratta la serie, A Song of Ice and Fire.

Jennifer Sofio Hall – produttrice esecutiva di Elastic, lo studio che si è occupato della sigla – ha spiegato che «volevamo provare a introdurre il lettore nella storia sulla base dei vari luoghi dov’è ambientata la storia: un sacco di vicende nella serie hanno a che fare con spostamenti “fisici” di famiglie e di conquista dei vari territori. A seconda di come si sposta il potere, insomma, cambia anche la “geografia” del racconto».

Gli spettatori più affezionati avranno notato che i posti mostrati nella sigla iniziale cambiano a seconda del luogo in cui si concentra la narrazione di un dato episodio, rendendo la sigla una specie di “trailer”. Lo staff di Elastic, per questo motivo, è costretto a creare continuamente nuovi pezzetti della sigla riguardo i posti in cui sarà ambientata la storia, che cambiano con grande frequenza. Hall ha detto:«Siamo coinvolti già dalle prime fasi di produzione della serie, in modo che sappiamo dove si svilupperà la trama in quegli episodi. È una cosa che normalmente non avviene, con altre serie televisive».

2) Evitare i cliché
Semplificando molto, la sigla di una serie dovrebbe dirci che cosa stiamo per vedere e su chi la storia è incentrata. È per questo che molte sigle, anche quelle più riuscite, mostrano fisicamente gli attori protagonisti. Ma sempre più spesso i creatori delle varie serie scelgono di mostare altre cose, persino altre facce, per presentare il proprio contenuto. Orange Is the New Black – una serie di successo della scorsa estate che raccontava le storia di donne molto diverse fra loro rinchiuse in una prigione federale – ne è un esempio.

Lo studio Thomas Cobb Group inizialmente propose una sigla incentrata sulla protagonista della serie, Piper, basata sulla protagonista del libro autobiografico della scrittrice Piper Kerman. Ma la creatrice dello show Jenji Kohan voleva qualcosa che raccontasse più in generale il contesto della serie. Il TCG ha quindi prodotto un filmato con brevi sequenze di particolari di volti femminili, fra i quali un labbro con addosso un piercing un occhio truccato pesantemente – appartenuti a vere ex detenute.

Le espressioni delle donne sono state filmate dopo che fu chiesto loro di produrre con il solo volto la risposta a tre “stimoli”: pensare rispettivamente a un posto pacifico, a una persona che ha fatto loro ridere e a una cosa che si vuole dimenticare. Il capo della TCG ha detto che «fu un giorno davvero intenso. Non parlarono di ciò che stavano pensando, ma le loro espressioni dicevano molto». Una cosa che possono pensare anche gli spettatori.

3) Costruire un personaggio
Mentre in Orange Is the New Black al centro della sigla non c’è la protagonista, altre serie al contrario rendono subito chiaro che la storia ruoterà attorno a uno-due personaggi in particolare. La sigla di Homeland, per esempio, è un’altra creazione del TCG: tramite la visione di alcuni disordinati pensieri ed esperienze della protagonista bipolare Carrie Mathison fa sì che lo spettatore conosca già gli eventi che hanno influenzato la sua formazione da agente della CIA.

Thomas Cobb, il capo della TCG, racconta: «c’è un momento chiave nel primo episodio della serie in cui Carrie ha un attacco di panico e ascolta musica jazz per calmarsi. Sta scappando dalla sua scrivania, in un cubicolo nella sede della CIA, e in quei momenti ascolta del jazz per avere un qualche conforto. Ho pensato fosse una gran scena: provai a visualizzare nella mia mente quali potessero essere i suoi pensieri in quel momento, e nel creare la sigla li ho uniti ai suoi presunti ricordi di quando era bambina».

Alcune immagini della vita di Carrie – la piccola bambina con le trecce che dorme oppure guarda un discorso di Ronald Reagan in tv – erano immagini di repertorio. Altre, come quella di Carrie adolescente che sta in piedi davanti a un pianoforte oppure posa nel mezzo di un labirinto, sono state fornite al TCG dall’attrice Claire Danes, che interpreta proprio Carrie. Per quanto riguarda il labirinto, nel quale si trovano materialmente intrappolati la protagonista Carrie e il marine Nicholas Brody (l’altro personaggio principale), Cobb ha detto che voleva «rappresentare quella specie di gioco da gatto-topo cui partecipano i due personaggi». Il labirinto è basato su quello che appare nel film Shining di Stanley Kubrick.

4) Dare un contesto
Una sigla iniziale molto buona contribuisce a rendere le sensazioni e il “clima” della serie che introduce. Nel caso di The Americans, una sorta di thriller ambientato durante la Guerra Fredda incentrato su due spie russe che si fingono una coppia americana, la sigla prodotta da Elastic è piena di simboli degli Stati Uniti e dell’URSS, combinati in modo da stuzzicare la curiosità dello spettatore.

Nel caso di Masters of Sex, invece, quelli di Elastic si sono fatti un po’ più sfacciati. La serie parla di sesso e di studi sul sesso, e in qualche modo rende anche il clima generale di imbarazzo con cui l’argomento veniva maneggiato alla fine degli anni Cinquanta. La sigla rende quindi questa dicotomia e mostra allegorie di atti sessuali, come un treno che entra in galleria o un cetriolo che viene sciacquato da una mano femminile. Hall, il capo di Elastic, racconta che le immagini provenivano da scene che lo studio ha filmato per l’occasione: «il gatto che appare nella sigla è quello di un nostro grafico, mentre per la sequenza in cui viene mostrata un po’ di margarina spalmata, beh, stavamo imburrandoci qualche muffin».

5) Usare una canzone indimenticabile
“Far from any road” – una oscura canzone del 2003 del duo country Handsome Family – è diventata familiare a milioni di spettatori quest’anno per essere stata usata nella sigla di True Detective. È proprio il tipo di canzone che ti si attacca addosso: e pesante, trascinata, umida e sporca come da sonorità del sud degli Stati Uniti; proprio ciò che i produttori della serie volevano metterci dentro.

Il regista della sigla, Patrick Clair, che lavora per Elastic, ha raccontato che «la produzione scelse la canzone all’inizio dei lavori. Era uno degli elementi ritenevano centrali per la sigla». La scelta di una canzone in particolare ha facilitato i passaggi successivi, secondo Hall: poco dopo sono state realizzate le grafiche dei due protagonisti, interpretati da Matthew McConaughey e Woody Harrelson, le cui sagome “contenevano” paesaggi della Lousiana (dove è ambientata la serie), oppure immagini come il corpo nudo di una spogliarellista, visto di lato. Già queste sequenze, da sole, sono notevoli: messe insieme alla musica diventano davvero affascinanti.

6) Creare un immaginario iconico
Quando il creatore di Mad Men, Matthew Weiner, ha collaborato con lo studio di design Imaginary Forces per creare la sigla, aveva pensato inizialmente a una scena recitata. Come spiega il direttore creativo di Imaginary Forces Peter Frankfurt, Weiner aveva in mente di mostrare un Don Draper mai ripreso integralmente mentre prendeva il treno per Manhattan, saliva in ufficio con l’ascensore e poi si buttava giù dalla propria finestra.

«Pensammo: wow, fortissimo. È veramente una cosa dark e provocatrice», racconta Franfurt. Il suo staff ha preso l’idea di Weiner e l’ha trasformata in una sequenza animata che risultasse sia moderna sia influenzata dai lavori del designer Saul Bass negli anni Cinquanta e Sessanta, nelle sequenze iniziali dei film di Hitchcock e Preminger. Il risultato – una sigla di 36 secondi in cui una sagoma nera cade nel vuoto con attorno immagini pubblicitarie di quegli anni, per poi sfumare nel profilo del protagonista Don Draper con una sigaretta in mano – è diventato un simbolo della serie, ed è oggetto di dibattito per i fan sul fatto se possa offrire o meno indizi narrativi sulla vicenda.

Riguardo la sigla, Frankfurt dice che «invita certamente a un sacco di ipotesi». Riguardo alla sua efficacia, spiega che «racconta molto, anche a chi l’ha seguito pochissimo – la sua postura, l’atteggiamento, la sigaretta. È una specie di “bigino” di Mad Men per quanto riguarda il contesto della serie. Non ci siamo messi a lavorare con l’intenzione di “costruire” qualcosa di iconico: credo che questo carattere derivi anche dalla ripetitività con cui è andato in onda».

In altre parole dal guardare più e più volte una scena, senza usare la funzione “avanti veloce”.

© Washington Post, 2014

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