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  • Mercoledì 26 marzo 2014

Giovanni Floris ha scritto un romanzo

"Il confine di Bonetti" parla di anni Ottanta, di stare al "confine della devianza" e di una rimpatriata finita male

Giovanni Floris, giornalista e scrittore – fino a oggi autore di diversi saggi sull’attualità economica e sociale italiana – conduttore dal 2002 del programma Ballarò su Rai Tre, ha pubblicato per Feltrinelli Il confine di Bonetti, il suo primo romanzo. Nel libro Floris racconta la storia di un gruppo di amici, dalle avventure della loro adolescenza negli anni Ottanta alla disgraziata conclusione della loro rimpatriata a oltre venti anni di distanza: chi parla è uno di loro, il notaio Ranò, un po’ ai lettori e un po’ al magistrato che lo interroga dopo l’arresto al termine della serata in cui il gruppo si è riunito dopo tanto tempo.

***

Valentino fu arrestato in Grecia, col fumo addosso. Era salito sul tetto della chiesa e aveva urlato “Spartani di merda!”. Fu estradato la notte stessa. Navarra fu preso durante gli scontri alla vigilia di un derby e lo gonfiarono di botte, prima i laziali e poi i celerini. Quando aprì la porta di casa, la madre quasi sveniva. Rocchi e Piva finirono dentro per uno scippo.
Possibile che non trovi un arresto politico nella mia memoria? Una cazzo di manifestazione giusta finita a manganellate, che so, a favore della Birmania o del Cile?
Niente.
Rubammo i vestiti di seconda mano a piazza Istria (o era borgo Pio?) ma il negoziante beccò solo Fochetti con una Fruit e lo lasciò andare subito. Quando Bonetti e Gallo si misero a leggere la mano a Marina di Campo per pagare la villetta che avevamo preso in affitto, dopo un paio di settimane ci cacciarono gli ambulanti, i vigili non dissero nulla.
La porta cigola.

È il secondino.

Ho visto troppi film in cui c’era uno nella mia situazione per comportarmi come mi verrebbe naturale. Non voglio avere lo sguardo supplice, anche se il poliziotto sembra aspettarselo. Inutile sprecare leccate di culo con questo, non conta niente.
Lo saprà il secondino chi sono? Godrà di quanto sono stato idiota a rovinarmi così per fare lo spiritoso? La notte leone, il mattino coglione, mi diceva mio padre. Non so se ieri sono stato leone, di certo oggi pago un conto salato. Lo pago per tutte le volte che ho fatto il vento. Fare il vento, andare via da un ristorante senza pagare. Correre via sollevando l’aria.
Altri tempi. Ecco, altri tempi. Mi fosse entrato in testa questo concetto, stamattina non sarei qui.

“Notaio Ranò, mi vuole seguire?” Il secondino sa chi sono. Avrà già avvertito qualche suo amico giornalista. Almeno sul “Messaggero” questa storia finisce in prima pagina. Sul “Tempo”, sicuro. Oddio! “Libero”, “il Giornale”, “il Fatto” ci andranno a nozze. Non per me, ma vuoi che non trovino qualche foto di Bonetti col politico che vogliono attaccare? O magari anche una mia? Amicizie pericolose, notti brave, la Roma bene in carcere… Capirai. Potrei farglieli io i titoli.
Il ciccione mio compagno di cella mi fa un cenno di saluto con la testa dalla sua branda, ricambio. Seguo il secondino fuori, per un lungo corridoio. Lui apre la porta di una stanza completamente vuota. C’è solo una sedia, al centro, su cui mi accomodo. Sembra uscita da un’aula delle mie elementari.
“Scusi, posso sapere chi sto aspettando?”
“La pm. Dovrebbe essere qui a minuti.”
“E il mio avvocato?”

“Non lo so.”
E ora? Che linea difensiva seguo senza concordarla con Maurizio? Maurizio è il mio avvocato. Un coglione, ma è il mio avvocato. L’ho chiamato immediatamente dopo l’arresto, col cellulare, mi ha detto solo: “Tu non aprire bocca, ti portano a Rebibbia sicuramente. Arrivo appena posso”.
Speriamo bene.

Ma ora che faccio?

Devo sapere che posizione prendere, che parte interpretare. Il movimento è vita, come dicono in quel film di zombie che ho visto l’altra sera al Barberini. Non devo farmi beccare fermo sulle gambe. Non è facile. Sto in una posizione orrenda, obiettivamente. Ho tutto da perdere e niente da guadagnare.
Si apre la porta.

Maurizio!

Grazie a Dio è arrivato prima lui del magistrato.

“Allora Maurizio, che mi dici?”

“È un casino, ma se la pm non fa storie forse riesco a farti uscire.”

“Chi è la pm?”
“Una vecchia matta. Non gliene frega niente di chi sei. Il problema è il morto.”
“Ma con quello noi non c’entriamo niente!”
“Mi spieghi che cazzo ci facevi al Portuense a casa di uno spacciatore di hashish? Hashish, cazzo! Roba da diciottenni!”
Ragiona bene lui! Ma ieri io ho visto il baratro. E stavolta ci sono finito dentro. E poi i diciottenni mica sono tutti uguali.
Non faccio in tempo a rispondergli, entra la pm.

Cavolo, questa è matta davvero. Avrà sessantacinque anni. Bionda, capelli lunghi tirati in una coda. Calze a rete, gonna sopra il ginocchio, camicetta con le ruche in trina. Rossetto rosso fuoco, pelle bianchissima, occhiali da sole stile vamp. Ma da dove l’hanno presa?
Questo interrogatorio chiude il cerchio. Se fossi un vip penserei a Scherzi a parte.
Mi alzo in piedi in segno di rispetto. Così fa anche Maurizio.
Lei è seria, ma non severa. Per assurdo, è autorevole.
Ci dà la mano, si siede, apre il fascicolo. È evidente che è la prima volta che lo vede. Inizia a leggere in silenzio, senza alzare lo sguardo dalle carte. Io lancio un’occhiata a Maurizio, lui chiude le palpebre accennando un sì con la testa. Come a dire: tutto previsto, stai calmo e lascia fare a me.
Lascio fare a lui, e mi perdo nei ricordi. È tutta la notte che vanno avanti. Durante le ore passate in cella – una notte lunga una vita – la diga che avevo tirato su in tutti questi anni ha ceduto. Sono stanco, e non riesco a guidare i pensieri.
“Allora, dottor Ranò,” esordisce la matta con un sorriso conciliante. “Mi può spiegare cosa ci faceva a una festa al Porto Fluviale?”
Mi sorride. Forse me la cavo. Non può confondermi con i miei compagni di ieri sera. Per Navarra è diverso, lui avrà anche dei precedenti, ma io…
“Guardi dottoressa…” faccio per spiegarmi, Maurizio però mi blocca.
“Dottoressa, ci scusi. Io non ho avuto ancora tempo di discutere con il mio assistito. Prima di procedere con le domande, se per lei va bene, vorrei avere qualche minuto…”
Ma la pm guarda me, gli occhi seri, profondi, nonostante la mise da pazza. Guarda me, non Maurizio, che – forse l’ho già detto – ho sempre pensato sia un coglione.
Questa mi capisce, lo sento.
E allora vado. Stavolta ci provo, cazzo. Seguo l’istinto e mi butto. Spirito di Bonetti, spirito di Navarra, spirito di Fochetti, spirito di Gallo, restate con me. Non mi mollate e guidatemi.
Interrompo il mio avvocato e guardo la pm negli occhi.
Cara matta. Vuoi sapere perché ero al Porto Fluviale? E allora allacciati le calze a rete, bella. Si parte.
Comincia la mia storia.
Mi chiamo Roberto Ranò, sono un ricco notaio romano di quarantasei anni e ieri notte sono stato arrestato. Ero con Marco Bonetti, il regista che rischia di vincere l’Oscar, e credo abbiano arrestato anche lui, ma non posso dirlo con certezza.
Io e Bonetti eravamo amici da sempre. E lo saremmo stati per sempre, se non fosse che a un certo punto io ho cominciato a odiare la vita, mentre lui non ha mai smesso di amarla.

Secondo Sergio Campanile la grande forza del nostro gruppo era la capacità di vivere al confine della devianza senza mai farsi attrarre dal baratro. Sosteneva che era la strada giusta da seguire, dal momento che Nietzsche stesso aveva messo in guardia dal baratro, avvertendo: non lo guardare, perché lui ti attirerà a sé.
Togli che Campanile attualmente è in cura presso una clinica psichiatrica (per qualche tempo è stato uno stimato ingegnere alla Fiat, poi la polizia lo ha colto in flagrante mentre malmenava la signora del terzo piano che aveva lasciato aperto l’ascensore – la polizia era stata chiamata da Vincenzo Viganò, suo ex compagno di banco il quale, dopo che si erano persi di vista per più di vent’anni, aveva acquistato senza saperlo l’appartamento al piano sotto il suo ed era stato spaventato dalle urla). Alle origini però Campanile era un ragazzo molto lucido. Andava bene a scuola nonostante respirasse la benzina dal serbatoio del suo Laverdino prima di entrare alle feste, e comunque manteneva un certo contegno anche il sabato sera.
Era il 1985 quando Campanile segnava un confine immaginario tra il nostro gruppo e il gruppo dei Fusano, dei Tito, dei Rocchi e dei Piva, tutta gente che sembrava aver perso il controllo della situazione e che, secondo lui, era ormai destinata ad andare alla deriva.
Molti di loro poi ci andarono, in effetti. Rocchi e Piva finirono in prigione subito, all’ultimo anno di liceo, perché avevano scippato una vecchietta ma erano stati presi duecento metri dopo. Fusano non aveva ancora vent’anni quando fu accoltellato a morte in una discoteca di Riga; sembra avesse cercato di organizzare un traffico parallelo a quello di una gang locale (così almeno vuole la leggenda. Più probabile è che sia stato aggredito da qualche schizzato). Tito morì sotto una macchina sul lungomare di Torvaianica; era notte, gli si era fermata la moto, aveva in mano una tanica e un tubo di gomma. Probabilmente attraversava per fare “il succhio”, rubare la benzina da un’auto parcheggiata.
Ma non bisogna per forza fare una fine così tragica per sprecare il proprio talento. Rizzo (quello che alla domanda del commissario d’esame “Parli di un argomento che l’ha colpita più di altri” rispose “Cazzo! Proprio quello che non so!”) oggi dorme nel garage dell’ex moglie, che sta al piano di sopra con un compagno nuovo, e sul muro della sua cameretta ha ancora i poster del Duce. Muzzi (che il giorno dell’esame di maturità prese le Roipnol di prima mattina per garantirsi un rendimento al di sopra dell’ordinario, ma che fu chiamato per l’orale la sera alle diciotto quando ormai, in pieno down, non distingueva la Venere di Milo da Morena Falcone della terza C) sembra che affitti pedalò in Costa Rica. Longo, primo della classe, aveva scelto di fare il manovale in segno di protesta nei confronti del padre (accademico) e della società (borghese), ma alla fine quest’ultima si è vendicata e ha deciso di perseguirlo nei panni di Equitalia, visto che dal 2002 aveva messo su un’impresa a totale insaputa del fisco.
All’epoca noi invece portavamo l’orecchino, ma non ci eravamo fatti il buco alle orecchie. Nel senso che avevamo limato la parte dell’orecchino che sarebbe dovuta passare attraverso il lobo e incastravamo il cerchietto sull’orecchio, andando in giro come dei veri maledetti senza confrontarci con la definitezza del buco. Lo avevamo, ma non lo avevamo.
Il maestro di questo gioco borderline, colui che (in realtà) dava la linea e il tratto al nostro gruppo, era Marco Bonetti. In base alle sue teorie bisognava stare al di qua del confine, salvo forse, di quando in quando, affacciarsi on the wild side per dare un’occhiata. Innanzitutto perché nel nostro mondo le trasgressioni procuravano consenso, successo, amicizie e amori; e poi perché a trasgredire non ci voleva granché. In queste scampagnate oltreconfine ci si divertiva e si dimostrava che chiunque, anche dei bravi ragazzi come noi, poteva togliersi gli sfizi che si toglievano quelli che davano importanza a queste cose.
Era uno schema che Bonetti applicava un po’ a tutte le attività dell’epoca. Non giocava a tennis, ma la racchetta in mano la sapeva tenere. Non si fidanzava per lunghi periodi, ma in prima liceo con una ragazza per qualche mese c’era stato, perché non si dicesse che non aveva mai avuto una storia seria. A scuola andava benissimo, ma arrivò a non studiare matematica di proposito, per evitare la fama di quello che non aveva mai sostenuto un’interrogazione impreparato. Certo, a matematica non serviva studiare, perché la prof dava sette a tutti, ma intanto lui il brivido di andare alla cattedra senza avere la più pallida idea di come uscire dai guai lo aveva provato.
Se vuoi giocare al limite, pur senza oltrepassarlo, ti ci devi però accostare.
Marco Bonetti, rispetto a tutti noi, aveva un’abilità particolare: non solo si avvicinava, ma giocava con il termine della notte, pur della notte restando all’ingresso. Sembrava conoscere talmente bene il buio da sapere che non valeva la pena farsene avvolgere.
E qui era la differenza tra me e Bonetti. Bonetti ogni tanto si sporgeva un paio di centimetri oltre il confine; io invece mi avvicinavo, ma mi tenevo sempre a distanza di sicurezza e al momento della verità arretravo di qualche metro. Poche spanne, ma sarebbero diventate anni luce, mentre il tempo passava e costruivamo le nostre vite. È come in barca: muovi di pochissimo il timone davanti a Civitavecchia e dopo centocinquanta miglia ti trovi in Corsica, invece che in Sardegna.
Fatto sta che trent’anni fa noi la linea di confine eravamo in grado di vederla. Lo chiamavamo il confine di Bonetti. Ieri notte mi sono trovato a ricordare quei giorni seduto sulla branda di una prigione.
Qualcosa deve essermi sfuggito. 

(C) Giangiacomo Feltrinelli editore Milano