A Londra si vive peggio, ma si sta meglio

Lo dice Caterina Soffici, giornalista italiana che si è ambientata a Londra, nel suo libro Italia yes Italia no

Feltrinelli ha pubblicato Italia yes Italia no di Caterina Soffici, giornalista e scrittrice. Dopo Ma le donne no, in cui analizzava la diffusione del maschilismo in Italia, in questo libro Soffici racconta la sua scelta di andare a vivere a Londra – in un tempo in cui vivere e lavorare all’estero è di nuovo una consuetudine molto attuale – ed esamina le differenze fra l’Italia e la Gran Bretagna, concludendo che, pur rimpiangendo molte cose dell’Italia, a Londra ha trovato “la banalità della normalità”. Il libro sarà presentato nelle librerie Feltrinelli di Milano il 25 marzo, di Roma il 26 marzo e di Firenze il 27 marzo.

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Adoro la posta spazzatura. Pura follia, lo so. Ma che ci posso fare? Quando vi racconterò le mie ragioni, sarete un po’ più indulgenti. Al posto della cassetta delle lettere esterna, le case inglesi hanno una fessura nella porta e uno sportellino chiuso da una molla Fa un rumore secco tutte le volte che qualcuno imbuca. Clac. Ogni giorno ne trovo una manciata per terra, nell’ingresso. Non basta apporre il cartello “No junk mail” per evitare l’inondazione di foglietti e pubblicità. Riversare messaggi e opuscoli di ogni tipo dentro questa fessura è uno degli sport nazionali più praticati. Se rientri dopo una settimana di assenza ce ne sono così tanti per terra che la porta si incastra. Clac. Clac. Clac.
La maggior parte delle persone non la sopporta. Li capisco, ma voi dovete capire anche me. Io sono passata dal fastidio alla curiosità. E dalla curiosità a una vera passione. Prima cestinavo tutto senza neanche guardare. Poi ho iniziato a spulciare e ora non me ne lascio sfuggire uno. Perché questi foglietti sono una vera finestra sulla vita del quartiere. E siccome a Londra si vive per quartieri, sono una finestra sul tuo mondo. Cibi etnici, dog sitter, lavanderie, pizzerie a domicilio, minicab, pulitori di tende, vetri e carpet cleaners (ebbene sì, anche gli inglesi lavano la moquette, ogni tanto), lezioni serali di ballo. Niente sfugge a noi raccoglitori di junk mail. Alcuni sono autentici inni alla creatività, delle chicche imperdibili. Per esempio, in che altro modo avrei potuto scoprire che tra i servizi con consegna a domicilio della zona c’è anche la possibilità di affittare un martello pneumatico a giornata (con lo sconto del 25 per cento se lo tieni per l’intero fine settimana)?
E poi la scoperta più sorprendente: anche la democrazia diretta inglese viaggia tramite junk mail. Cioè, è talmente diretta che ti arriva dentro la buca delle lettere, insieme alla pubblicità.
Noi che non buttiamo la posta spazzatura siamo informati su un sacco di cose. Il borough, che è il quartiere, comunica su tutto e il cittadino è interpellato in continuazione. Un borough di Londra è grande come un comune italiano e ha un suo sindaco e una sua propria amministrazione. Hanno deliberato di rinnovare il parco giochi? La cittadinanza è pregata di visionare il progetto online oppure si può recare direttamente presso la sede del borough per vedere i disegni e il plastico, spulciare i preventivi e le diverse soluzioni proposte. Se non ti piace e hai obiezioni ragionevoli e motivate puoi fare formale opposizione, proporre modifiche e dare suggerimenti.
Devono riordinare l’archivio della biblioteca di quartiere? Ti mandano l’avviso a casa, per preannunciare inconvenienti dal giorno tale al talaltro e al contempo per avvisare i cittadini interessati che potranno accedere al servizio presso le biblioteche più vicine, delle quali si forniscono indirizzo, orari, attività. Se gli avvisi li vuoi stampati in caratteri più grandi oppure in Braille, telefona a questo numero e il giorno seguente te li troverai in corpo 20 nella solita fessura delle lettere. Clac. Questo è l’effetto combinato della democrazia diretta e del politicamente corretto, così che anche il cieco e il vecchietto stanno al passo con quanto accade e intervengono, se vogliono. I vecchietti, come scoprirò, anche troppo.
Gli abitanti votano e decidono anche su cose che a noi sembrano assurde. Per esempio, il colore delle panchine e le piante da mettere nelle aiuole. Si protesta, si partecipa, si decide.

Nella strada dove abitavamo prima c’era anche un’associazione dei residenti. Dopo neppure una settimana dal nostro trasloco, si fanno vivi. Come? Indovinato: clac. Con una letterina imbucata nella solita fessura: “Gentili nuovi vicini, se volete associarvi sono 5 sterline l’anno. Avrete diritto a una copia dello statuto, al nostro bollettino semestrale e sarete tenuti informati sulle attività dell’associazione”. Ovviamente ho messo le 5 sterline nella busta e l’ho rispedita al mittente. Il giorno dopo è arrivata un’altra busta con lo statuto, la ricevuta del versamento e tutto l’organigramma dell’associazione, con i nomi del presidente, del tesoriere e dei vari responsabili delle attività. Compreso il responsabile dell’arredo urbano e dei fiori nelle aiuole.
L’associazione si riunisce due volte l’anno, nell’oratorio di una chiesa anglicana affittato al proposito. Come socia, e forte delle 5 sterline versate, mi presento. Una sala zeppa, tutti seduti in silenzio. Ci saranno un centinaio di persone di vario colore e nazionalità, vestite nei modi più disparati, qualcuno in tuta da ginnastica, altri in ciabatte, altri elegantissimi. Riconosco il manager in completo blu appena vomitato fuori dalla stazione della metropolitana con la massa dei pendolari di ritorno dalla City, il pachistano titolare della lavanderia, l’iracheno che ha il negozietto di dolciumi e una donna che ho già visto in giro con cani e bambini. Partecipano anche il funzionario dell’ufficio edilizia del borough e il poliziotto di quartiere, che stanno seduti dietro a un tavolo insieme a quello che credo sia il presidente dell’associazione. Si parla di pulizia delle strade, dei fiori, del pub che ha chiesto di prolungare di un’ora l’apertura – quindi a mezzanotte invece delle fatidiche undici – quando suona la tradizionale campana per l’ultimo giro di ordinazioni. Ma l’argomento caldo all’ordine del giorno è la richiesta di variazione del piano regolatore per permettere la costruzione di abbaini e aprire nuove finestre sui tetti. La discussione è accesa, per gli standard di queste latitudini. Le urla e le sceneggiate napoletane delle riunioni di condominio italiane sono un ricordo lontano. Però c’è concitazione, soprattutto fra gli anziani, per i quali l’apertura di un abbaino è la dimostrazione palpabile della dissoluzione dell’Impero britannico, fu glorioso. Se iniziamo a cedere sugli abbaini, cosa rimarrà della nostra tradizione inglese? Chi vuole intervenire alza la mano per chiedere la parola. Ognuno parla quando è il suo turno. Nessuno interrompe. La decisione sarà presa dalla commissione urbanistica, ma ciascuno ha potuto dire la sua.
Come avete capito, mi diverto un sacco a sentirli discutere. A noi amanti della posta spazzatura piace da matti mettere il naso in una riunione di quartiere come questa. Alla fine c’è un piccolo rinfresco organizzato dai cittadini. Ciascuno ha portato qualcosa. Patatine, sandwich al cetriolo, piccole tartine ripiene di carne, popcorn, olive e sottaceti. Tra un bicchiere di vino e una birra la discussione continua e qualcuno si accorge di me, volto nuovo. Una signora dai capelli bianchi e gli occhi azzurrissimi si avvicina e mi chiede se voglio aderire al Neighbourhood watch scheme, il sistema di vigilanza di quartiere.
Non saprei, temporeggio. Non so cosa sia. Lo sguardo mi casca sulle sue mani nodose. Lei se ne accorge e quasi si giustifica: lavora molto in giardino e nell’orto. Poi con orgoglio mi informa che dentro l’associazione è la responsabile del giardinaggio.
Organizzano una gara annuale per il miglior balcone, se volessi partecipare è a lei che devo rivolgermi.
E mi manderà anche il modulo per votare di che colore preferisco le petunie che saranno piantate a primavera nelle fioriere appese ai lampioni della via. Le dico che non sono proprio un pollice verde, sarei capace di far morire di sete un cactus.

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