Cosa sappiamo del Jobs Act

Le novità del governo Renzi sui contratti

Quelli senza causale potranno durare fino a 36 mesi e verrà modificato l'apprendistato, ha detto il governo suscitando molte critiche (e il famoso "Jobs Act" c'entra poco)

Cosa sappiamo del Jobs Act

Mercoledì 12 marzo il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto legge che cambia alcune regole per i contratti a tempo determinato. Si tratta del primo provvedimento in materia di lavoro approvato dal governo Renzi e diversi hanno chiamato questo decreto “Jobs Act”, un nome che probabilmente non è molto appropriato. Jobs Act è un termine che è stato utilizzato per la prima volta da Matteo Renzi lo scorso 8 gennaio per indicare una serie di ampie riforme che riguarderanno il mondo del lavoro (ne avevamo parlato qui).

In realtà il decreto approvato mercoledì ha poco a che fare con il Jobs Act annunciato a gennaio da Renzi. Ad esempio, uno dei provvedimenti che dovevano farne parte, la riduzione dell’IRAP del 10 per cento, è stato soltanto annunciato mercoledì senza essere incluso nel decreto: Renzi ha detto che il taglio dell’IRAP – da finanziare con l’aumento della tassazione sulle rendite finanziarie – entrerà in vigore dal primo maggio. Anche degli altri grandi cambiamenti del Jobs Act non c’è traccia nel decreto approvato mercoledì, anche se una riforma complessiva è stata annunciata per i prossimi mesi (ci torniamo).

Cosa c’è nel decreto?
Come spesso accade in questi casi, il comunicato stampa con cui il governo ha annunciato l’approvazione del decreto legge non è accompagnato dal testo del decreto. Secondo diversi giornali, il decreto sarà pubblicato nella «Gazzetta Ufficiale» soltanto lunedì 17. Le discussioni, quindi, sono basate per ora sulle anticipazioni contenute nel comunicato stampa del governo, sulle indiscrezioni e su alcune precisazioni pubblicate sul sito del ministero del Lavoro.

La norma principale del decreto sarà probabilmente quella che prevede di innalzare la durata massima dei contratti a tempo determinato senza causale da 12 a 36 mesi. Attualmente i contratti a tempo determinato funzionano così: un lavoratore può essere assunto a tempo determinato soltanto se ci sono “fondate ragioni” che rendano necessario questo tipo di contratto. Fondate ragioni possono essere ad esempio lo svolgimento di un lavoro stagionale, la sostituzione dei lavoratori assenti oppure l’esecuzione di un’opera straordinaria e occasionale.

La legge prevede anche che si possano fare assunzioni a tempo determinato “acausali” (cioè senza specificare una ragione che le rende necessarie), ma solo se si verificano due condizioni: il contratto non deve durare più di 12 mesi e deve essere il primo contratto per il lavoratore che viene assunto. Il decreto legge che sarà pubblicato lunedì dovrebbe modificare proprio questa parte dell’attuale normativa. La durata del contratto “acasuale” viene allungata fino a 36 mesi, con un limite: il datore di lavoro non potrà avere più del 20 per cento della sua forza lavoro assunta con questo tipo di contratto (salvo deroghe previste dalla contrattazione nazionale).

Inoltre, in caso di contratti di durata inferiore a 36 mesi, questi potranno essere rinnovati di volta in volta fino a raggiungere i tre anni. Il sito di informazione economica LaVoce.info, poche ore dopo la pubblicazione del comunicato stampa sul sito del governo, aveva messo in guardia contro l’ambiguità di questa formula. In teoria, infatti, sarebbe possibile per il datore di lavoro fare 365×3 contratti di lavoro da un giorno, mantenendo così la possibilità di non rinnovare il contratto in qualsiasi momento. Venerdì 14 marzo il ministero del Lavoro ha pubblicato sul suo sito alcune precisazioni, in cui viene specificato che i contratti non potranno essere rinnovati più di 8 volte in tre anni.

Il decreto legge dovrebbe anche cambiare alcune norme su un altro tipo di contratto di lavoro, l’apprendistato. Lo scopo dei cambiamenti è rendere più semplice assumere apprendisti diminuendo gli obblighi e gli adempimenti che deve effettuare il datore di lavoro. Ad esempio, il decreto elimina l’obbligo di inserire in forma scritta all’interno del contratto anche il “piano formativo” dell’apprendista. Il cambiamento più importante, però, è l’eliminazione dell’obbligo di assumere i precedenti apprendisti prima di poterne assumere di nuovi.

Le reazioni
Il decreto legge è stato criticato da più parti. Come abbiamo visto, il sito LaVoce.info – uno dei più affidabili siti che si occupano di questioni economiche in Italia – ha criticato il nuovo contratto a tempo determinato, sostenendo che le precisazioni del ministero del Lavoro, anche se migliorano la situazione, non risolvono il problema. In teoria, infatti – se le indiscrezioni saranno confermate – un datore di lavoro potrà comunque fare fino a sette contratti a tempo determinato di durata molto breve e poi interrompere la collaborazione prima di dover fare il contratto che dovrebbe coprire il tempo restante fino ai tre anni.

Anche alcuni sindacati hanno criticato questi cambiamenti. In particolare, il segretario della FIOM (la federazione dei metalmeccanici della CGIL) Maurizio Landini ha dichiarato che la nuova norma «aumenta l’incertezza per i giovani». La segretaria della CGIL, Susanna Camusso, è stata ancora più dura e ha dichiarato che farà di tutto per arrivare ad una abolizione del decreto.

E il resto?
Nel decreto, come abbiamo visto, non ci sono tutte le norme annunciate da Renzi come parte del Jobs Act – fatto ancora più curioso, quelle che ci sono non erano state annunciate. Non c’è molto da sorprendersi, visto che l’8 gennaio Renzi aveva annunciato che le parti più sostanziose della sua riforma sarebbero state presentate entro otto mesi. Nella conferenza stampa del 12 marzo, Renzi ha detto che nel prossimo futuro verrà presentato in Parlamento un disegno di legge delega per riorganizzare «l’intero sistema del lavoro», che sta venendo preparato dal ministro del Lavoro Giuliano Poletti. Secondo quanto ha detto Renzi, riguarderà quasi tutti gli aspetti legislativi ed economici del mercato del lavoro: nuovo codice del lavoro, sussidi di disoccupazione e di maternità, modalità di assunzione e così via.

Una delle modifiche principale prevista dal Jobs Act è la cancellazione di quelle che Renzi definisce le “oltre 40 forme contrattuali” diverse che esistono attualmente in Italia. Questo “spezzatino”, come lo chiama Renzi, dovrebbe essere sostituito da un contratto unico, a tempo indeterminato e con tutele che aumentano nel corso del tempo. In realtà, come ha scritto il giuslavorista Pietro Ichino, in Italia non ci sono più di una quindicina di forme diversi di contratto. Si può arrivare a 40 (e anche a molte di più), scrive Ichino, soltanto contando vari tipi di eccezioni e variazioni e incrociandole le une con le altre.

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