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  • giovedì 13 febbraio 2014

In Siria va sempre peggio

Nelle ultime tre settimane sono state uccise oltre 200 persone al giorno; gli aiuti umanitari a Homs funzionano poco e potrebbero avere avvantaggiato Assad

In Siria nelle ultime tre settimane gli scontri tra forze governative e ribelli per ottenere il controllo di alcuni territori sono diventati più intensi e violenti: secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani – organizzazione pro-ribelli con sede a Londra – ogni giorno vengono uccise oltre 200 persone e dal 22 gennaio sono morte 4.949 persone, di cui un terzo erano civili e 515 donne e bambini. È il numero più alto mai registrato in un periodo di tre settimane da quando è iniziata la guerra civile, nel marzo del 2011 (l’Osservatorio viene considerato di solito una fonte piuttosto affidabile, anche se nessuna grossa testata è riuscita a confermare le cifre, e l’ONU ha smesso di contare i morti il 7 gennaio scorso). Tra gli attacchi più violenti degli ultimi giorni ci sono stati quelli nella regione montagnosa di Qalamoun, al confine con il Libano, considerata un’importante roccaforte dei ribelli: qui la città di Yabroud è stata bombardata dalle forze governative e i suoi abitanti sono stati costretti a lasciare le loro case, dirigendosi verso i villaggi libanesi di confine.

L’aumento del numero giornaliero dei morti non è l’unico problema che deve affrontare la Siria in questi ultimi tempi. Da sabato 8 febbraio è iniziato il processo di evacuazione dei civili intrappolati nel Quartiere vecchio di Homs, risultato dell’unico successo raggiunto alla recente conferenza di pace di Ginevra II sulla Siria mediata dall’ONU, a cui hanno partecipato rappresentanti del governo e delle opposizioni più moderate. L’evacuazione si sta rivelando però molto complicata e potrebbe avere risultati imprevisti: alcuni mezzi delle Nazioni Unite sono stati presi di mira dalle forze governative, alcuni civili sono rimasti uccisi e molti uomini di età compresa tra i 15 e i 64 anni – non coinvolti nell’accordo di evacuazione perché considerati dal governo potenziali ribelli – sono stati arrestati dopo avere accompagnato fuori dal Quartiere vecchio donne e bambini.

Una mappa per capirci qualcosa
Per capire quali sono i territori oggi contesi nella guerra civile siriana i giornalisti Evan Wexler e Sarah Childress del programma Frontline (trasmesso dalla PBS, la televisione pubblica americana) hanno realizzato una mappa che mostra quali parti della Siria sono controllate da ciascuno dei quattro gruppi principali del conflitto – forze governative, ribelli, Stato islamico dell’Iraq e del Levante (organizzazione che fa capo a al-Baghdadi, ex esponente qaedista recentemente disconosciuto dai vertici di al-Qaida) e curdi. Negli ultimi mesi sono state soprattutto le divisioni interne allo schieramento dei ribelli ad aggiungere violenza alla violenza. Come ha scritto Max Fisher del Washington Post, a parte i curdi, che lottano per avere una loro autonomia e indipendenza dal governo centrale di Damasco, gli altri gruppi «si odiano l’uno con l’altro»: tutti vogliono controllare la Siria e tutti hanno un’idea diversa di come dovrebbe essere il paese.

mappa

Quello che mostra la mappa è una grossa parte del perché è così difficile trovare un accordo di pace sulla Siria. I negoziati tra i ribelli e il governo erano già molto difficili e complicati prima dell’ascesa dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante, che negli ultimi mesi è diventato il gruppo ribelle più forte e decisivo dal punto di vista militare. Mettere d’accordo due parti, com’è ovvio, è più facile che metterne d’accordo tre.

La mappa mostra un’altra cosa molto importante: nessuna delle tre parti (quattro, se si considerano i curdi, che non hanno però ambizioni sul paese ma solo sui loro territori del nord) è anche lontanamente vicina alla vittoria militare della guerra: così i ribelli per vincere dovrebbero sconfiggere non solo le forze di Assad, ma anche quelle dell’ISIS. Anche qui le cose potrebbero complicarsi, perché per sconfiggere uno schieramento gli altri due potrebbero decidere di allearsi temporaneamente: già negli ultimi mesi, per esempio, diversi osservatori hanno notato come in alcune occasioni le forze governative di Assad abbiano lasciato stare i territori controllati dall’ISIS e abbiano invece preso di mira quelli dei ribelli (questo ha peraltro alimentato una serie di ipotesi ardite sul fatto che l’ISIS fosse in realtà una costruzione di Assad per indebolire i ribelli).

Come sta andando l’evacuazione di Homs
Homs è una città di 800mila abitanti della Siria occidentale e si trova sulla strada che dalla capitale Damasco porta alle zone costiere di Tartus e Latakia, a maggioranza alauita e controllate principalmente dalle forze governative fedeli ad Assad (dal porto di Latakia poi partono le navi internazionali con a bordo le armi chimiche del regime, pronte per essere distrutte). Homs è controllata in larga parte dal governo, ad eccezione di due aree del Quartiere vecchio che sono in mano ai ribelli, messe sotto assedio dal giugno 2013. Le forze di Assad avevano letteralmente bloccato qualsiasi passaggio di cose e di persone da e verso i due quartieri, cibo e medicinali compresi, e li avevano bombardati creando una situazione umanitaria di vera emergenza. Con la Conferenza di Ginevra II governo e ribelli si sono accordati per concedere ad alcuni convogli di entrare nel Quartiere vecchio di Homs e agli abitanti di uscirne, ad eccezione dei maschi di età compresa tra i 15 e 64 anni, considerati potenziali ribelli.

I problemi legati all’evacuazione di Homs sono stati diversi. Primo, le operazioni militari e di sicurezza della zona non sono state affidate all’esercito siriano, vista la carenza di truppe, ma alla locale Forza di difesa nazionale, una milizia creata con civili armati molto poco disciplinata che ha sparato contro le jeep delle Nazioni Unite, uccidendo anche alcuni civili. Secondo, almeno 200 uomini che hanno accompagnato fuori dalle zone assediate le donne e i bambini sono stati arrestati dalle forze governative e sono stati separati dalle famiglie. Come scrive Daniele Raineri sul Foglio:

«La resa dei “combattenti” è considerata l’unico prezzo che può compensare il fatto che le Nazioni Unite stanno infine nutrendo gli abitanti delle zone ribelli, agli occhi della parte assadista di Homs. Fosse stato per loro, dicono ai reporter, l’assedio sarebbe dovuto durare fino alle conseguenze estreme – e non è detto che non avvenga, perché i Caschi blu finora sono stati ostacolati e non hanno portato che poche provviste e medicinali.»

I programmi relativi agli aiuti umanitari in Siria sono difficili da portare a termine, oltre che per problemi interni siriani, anche per i disaccordi nella comunità internazionale. L’ultimo risale a ieri, mercoledì 12 febbraio, quando la Russia ha annunciato la sua intenzione di bocciare una bozza di risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU scritta da alcuni stati occidentali e arabi e relativa proprio a un programma di aiuti umanitari in Siria. Secondo la Russia, la bozza conteneva delle accuse rivolte unilateralmente nei confronti del regime di Assad – non dando quindi alcuna colpa ai ribelli – e sarebbe stata pensata solo per preparare il terreno per un futuro intervento militare straniero contro il governo siriano. La Russia ha poi presentato giovedì una sua bozza di risoluzione, che prevede la condanna del “terrorismo” in Siria, che il governo russo e siriano sostengono sia diffuso tra i ribelli.

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