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  • martedì 11 febbraio 2014

Perché si protesta in Bosnia?

L'economia è ferma, la disoccupazione è oltre il 25 per cento e la guerra ha lasciato un'amministrazione raddoppiata o triplicata per ogni livello di governo, tra le altre cose

Lunedì 10 febbraio migliaia di bosniaci della Federazione di Bosnia-Erzegovina – una delle due entità politico-amministrative in cui è suddivisa la Bosnia-Erzegovina, abitata principalmente da croati e bosgnacchi – hanno protestato per il sesto giorno consecutivo contro i governi regionale e nazionale, accusati di non avere trovato una soluzione alla difficile situazione economica del paese e alla vasta diffusione della corruzione negli apparati amministrativi nazionali. Le proteste, nate a Tuzla e poi diffuse in altre città della Federazione, tra cui Sarajevo, sono state definite le peggiori nel paese dalla guerra del 1992-1995: stanno coinvolgendo tutti e 10 i cantoni della Federazione e hanno già portato alle dimissioni di quattro presidenti di cantoni. Nei giorni scorsi ci sono state alcune proteste anche nella Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, l’altra entità politico-amministrativa della Bosnia, ma molto più piccole e circoscritte, anche a causa della minore libertà di espressione concessa in queste zone del paese.

Lunedì circa 1.000 persone hanno manifestato a Sarajevo: hanno bloccato il centro città urlando slogan contro il governo e chiedendone le dimissioni. Come racconta il New York Times, hanno partecipato persone di tutte le età, con una predominanza di studenti, disoccupati e persone appartenenti alla classe media. Dopo le violenze della settimana scorsa – venerdì per esempio erano stati presi d’assalto diversi edifici governativi, tra cui il palazzo presidenziale a Sarajevo – le manifestazioni di lunedì sono state pacifiche e non ci sono stati scontri con la polizia.

 

 

La situazione economica della Bosnia, scrive Reuters, si è aggravata negli ultimi anni anche a causa del sistema altamente decentralizzato di condivisione del potere stabilito dall’Accordo di Dayton, che nel 1995 mise fine alla guerra civile nell’ex Jugoslavia: questo tipo di assetto ha spaventato gli investitori stranieri, paralizzato in diverse occasioni l’attività del governo e contribuito a creare una difficile e grave situazione economica in tutto il paese. Circa il 27 per cento della forza lavoro bosniaca oggi è disoccupata, ma la percentuale arriva al 45 per cento se si considera anche la cosiddetta “economia informale”, cioè quella che sfugge alla contabilità nazionale. Come racconta l’Economist, la ricostruzione post-bellica diede una grande spinta all’economia del paese, che però da molti anni sembra essersi azzerata. In diverse città del paese – come a Tuzla – le autorità hanno portato avanti politiche di privatizzazione delle vecchie imprese statali, che si sono spesso trasformate in occasioni per la diffusione della corruzione (non che prima della guerra andasse meglio: molte di queste aziende statali erano sommerse di debiti).

C’è poi un problema grosso nella macchina burocratica e amministrativa del paese: il sistema politico bosniaco consente a decine di partiti politici di ricevere finanziamenti statali per le loro attività, e gli accordi di Dayton hanno creato una serie molto lunga di cariche e figure istituzionali. Oltre ai sistemi di governo regionali delle due entità amministrative della Bosnia – quella croata-musulmana e quella serba, a cui si deve aggiungere anche il Distretto di Brčko, che rimane sotto la supervisione della comunità internazionale – già piuttosto complicati, la presidenza centrale della repubblica prevede non uno ma tre presidenti eletti a suffragio universale in rappresentanza delle tre etnie (bosgnacchi, serbi e croati). Il sistema di potere bosniaco è stato anche oggetto dei colloqui dei ministri degli Esteri dei 28 paesi dell’Unione Europea, che si sono tenuti lunedì a Bruxelles, in Belgio, e che auspicano si possa riformare l’intero sistema politico e amministrativo del paese.

Molti osservatori si stanno chiedendo se le proteste in Bosnia finiscano in breve tempo e senza alcun risultato – come successe con manifestazioni analoghe in Croazia nel 2011, in Bulgaria nel 2013 e nella stessa Bosnia la scorsa estate – o se favoriranno qualche cambiamento significativo nell’assetto di potere nazionale. Per il momento i gruppi che protestano sono molto divisi e questo sta impedendo l’emergere di un unico leader nazionale.

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