Silvio Pellico, rivoluzionario mancato

Morì oggi 160 anni fa ed è famoso per un libro che scrisse per motivi diversi da quelli che in genere si insegnano al liceo

Il 31 gennaio del 1854, esattamente 160 anni fa, morì a Torino Silvio Pellico, intellettuale, scrittore e rivoluzionario mancato, divenuto famoso in tutto il mondo per il libro autobiografico Le mie prigioni: il racconto dei nove anni trascorsi in un carcere austriaco e della sua conversione alla religione cattolica. Pellico in genere è conosciuto come uno degli eroi del Risorgimento italiano, una figura di patriota con una sola dimensione. In realtà la sua vita, prima e soprattutto dopo la prigionia, fu molto più complicata di come è raccontata da molti libri del liceo.

L’arresto

Il venerdì 13 ottobre 1820 fui arrestato a Milano, e condotto a Santa Margherita. Erano le tre pSomeridiane. Mi si fece un lungo interrogatorio per tutto quel giorno e per altri ancora. Ma di ciò non dirò nulla. Simile ad un amante maltrattato dalla sua bella, e dignitosamente risoluto di tenerle broncio, lascio la politica ov’ella sta, e parlo d’altro.

Questo è l’incipit de Le mie prigioni (qui potete leggere il libro per intero). Quando Pellico scrisse queste parole, nel 1831, appena liberato dal carcere, aveva già cessato di essere un rivoluzionario, aveva rinunciato alla sua ideologia di gioventù e stava per diventare un terziario dell’ordine francescano. Pellico nacque in Piemonte 42 anni prima di iniziare a scrivere il libro che lo rese famoso: nel 1789, l’anno della rivoluzione francese. Da giovane si trasferì a Milano dove cominciò a lavorare come insegnante. Frequentò l’ambiente culturale della città e lavorò in alcuni importanti giornali dell’epoca, come il Conciliatore, una rivista in cui scrissero molti dei principali intellettuali italiani dell’epoca e che fu rapidamente chiusa dalla censura (all’epoca, infatti, Lombardia, Veneto, Trentino e Friuli facevano ancora parte dell’impero austro-ungarico).

Mentre insegnava francese e letteratura ai figli della nobiltà milanese, Pellico scrisse anche alcune opere teatrali – tutte successivamente giudicate più o meno brutte. La sua opera più famosa è la tragedia Francesca da Rimini, un drammone medievale con alcuni richiami patriottici all’unità d’Italia che – probabilmente proprio per questo – ebbe un buon successo di pubblico. In quegli stessi anni Pellico conobbe anche Ugo Foscolo, che dopo aver letto i suoi lavori gli consigliò educatamente di cambiare mestiere.

In quegli anni, nell’ambiente che frequentava Pellico, circolavano moltissime idee liberali e patriottiche, spesso piuttosto confuse e altrettanto velleitarie. Gli elementi alla base di queste ideologie in genere erano l’indipendenza e l’unità dell’Italia (su “cosa” fosse l’Italia c’era qualche dubbio), l’ottenimento di una costituzione e la fine della censura. Per portare avanti questi obiettivi si formarono molti gruppi di “carbonari”, un movimento di rivoluzionari dilettanti di ispirazione vagamente mistica e massonica. All’epoca essere giovani, intellettuali e frequentare i circoli della buona società milanese significava spesso entrare a far parte di uno di questi gruppi e diventare dei rivoluzionari. Dopo pochi anni trascorsi a Milano, Pellico entrò a far parte dei “Federati”, una delle numerose cellule di carbonari che sorsero in tutta Italia tra gli anni Venti e gli anni Trenta e che furono facilmente sgominate dalle polizie dei vari stati italiani.

I “Federati” non fecero eccezione e furono scoperti quando uno degli aderenti, Piero Maroncelli, si fece arrestare con le tasche piene di lettere compromettenti indirizzate o scritte dagli altri componenti della cellula. Quando cominciarono a interrogarlo, Maroncelli fece in fretta i nomi dei complici e confermò quanto scritto nelle lettere. I suoi complici, tra cui Pellico, confessarono tutto e indicarono a loro volta gli altri congiurati. Questa rapidità delle confessioni e la facilità con cui la polizia austriaca sgominò il complotto, in genere, non è raccontata nei libri di storia che si leggono al liceo. Eppure era abbastanza prevedibile: Pellico e gli altri erano intellettuali abituati allo stile di vita della buona società e impreparati a passare una notte in caserma. Come ha notato lo storico Lorenzo del Boca, nel suo libro Indietro Savoia: «[… ] lì, davanti alla divisa di un cancelliere che chiedeva conto di comportamenti al limite del consentito, erano contriti e disposti a promettere sul proprio onore che non si sarebbero più lasciati invischiare in quelle faccende di politica».

Dopo l’arresto cominciò il processo, portato avanti da un italiano originario di Rovereto, Antonio Salvotti – lo stesso che aveva già guidato le indagini che avevano portato, nel 1819, al primo processo contro una cellula di carbonari. Salvotti era famoso per la sua abilità nel manipolare gli accusati in modo che confessassero le loro colpe (non che fosse difficile, come abbiamo visto). Per esempio Maroncelli, quello che aveva incastrato Pellico, raccontò che davanti a Salvotti era rimasto “conquistato e affascinato”. Il processo terminò nel febbrario del 1822 con una sentenza comune in questi casi: condanna a morte. Altrettanto usualmente, poco dopo, arrivò la grazia dell’Imperatore che commutò la pena in carcere duro per 15 anni.

Lo Spielberg
Per gestire l’improvvisa ondata di carbonari e rivoluzionari che stava nascendo nei domini italiani, il governo austriaco decise di trasformare in prigione una vecchia fortezza vicino a Brno, nell’odierna Repubblica Ceca, il castello di Spielberg. Un’intera ala dell’edificio venne restaurata ed ingrandita per ospitare i carbonari italiani. I primi ad arrivare furono i condannati nel processo del 1819. La seconda infornata fu quella dei Federati, tra cui Pellico e Maroncelli.

La vita nello Spielberg è il vero protagonista del racconto di Pellico. Si trattava di un carcere duro, con celle umide e poco ventilate. Scrivere lettere e comunicare con l’esterno era molto difficile e il cibo era poco e di cattiva qualità. Pellico racconta a lungo come i condannati impegnavano le loro giornate e gli atti di generosità che a volte i carcerieri – in genere abitanti del luogo – facevano nei loro confronti. Descrive anche il declino della sua salute e quello dei suo compagni, costretti a vivere con pochissimo cibo in un ambiente poco igienico. Dopo alcuni anni tutti i condannati cominciarono ad essere graziati. Pellico fu liberato dopo nove anni.

Il carcere lo aveva cambiato molto in fretta. Come ha scritto lo storico Luciano Canfora: «Passò rapidamente da una generica mentalità libera e non confessionale ad un esasperato cattolicesimo». Pellico scrisse Le mie prigioni, almeno stando ai suoi racconti, con scopi completamente diversi rispetto a quelli che immaginiamo noi. La sua intenzione non era accusare il duro sistema carcerario austriaco: Pellico voleva mostrare come la religione potesse essere di conforto nei momenti difficili della vita e, stando al suo biografo, furono sua madre e il suo confessore a suggerirgli di scriverlo.

Le mie prigioni è ricco di descrizioni molto asciutte e dirette della sua vita nel carcere. Ci sono molti dialoghi tra lui e i carcerieri e moltissimi dettagli della loro vita quotidiana. Questo stile semplice e diretto – piuttosto raro tra gli scrittori italiani del tempo – contribuì molto al successo del libro. Ma in mezzo a queste descrizioni realistiche, Pellico inserisce anche parecchi “voli pindarici edificanti”, come scrive Canfora. Per esempio, mentre racconta il periodo subito dopo la fine degli interrogatori, Pellico scrive:

Un giorno avendo letto che bisogna pregare incessantemente, e che il vero pregare non è borbottare molte parole alla guisa de’ pagani, ma adorar Dio con semplicità, sì in parole, sì in azioni, e fare che le une e le altre sieno l’adempimento del suo santo volere, mi proposi di cominciare davvero quest’incessante preghiera: cioè di non permettermi più neppure un pensiero che non fosse animato dal desiderio di conformarmi ai decreti di Dio.

Dopo la prigionia
La storia di Pellico in genere termina con la sua prigionia allo Spielberg, anche se visse per altri 25 anni. Dal punto di vista della storiografia edificante che ha fatto di lui un eroe del Risorgimento, in quegli anni c’è molto poco da raccontare. L’evento per lui più importante fu probabilmente il successo incredibile che ebbe Le mie prigioni. Stampato a Torino, fu rapidamente tradotto e diffuso in quasi tutta Europa. A Londra, dove viveva una folta comunità di esuli italiani – anche loro intellettuali rivoluzionari più o meno dilettanti come Pellico – il libro ebbe una grandissima diffusione e moltissimi intellettuali inglesi condannarono apertamente l’Impero austro-ungarico per le condizioni barbariche delle sue prigioni.

La fama del libro e l’interpretazione che gli diedero i rivoluzionari di mezza Europa oscurarono la vita di Pellico e anche il messaggio religioso ed edificante che voleva diffondere. Le mie prigioni divenne un atto di denuncia del sistema oppressivo dell’Impero e fu uno dei principali libri di ispirazione per i rivoluzionari dei vent’anni successivi. Pellico però da quegli ambienti si era allontanato completamente. Dopo essere stato graziato si trasferì a Torino, dove pubblicò altre brutte tragedie, alcuni libri di morale cattolica utilizzati nei seminari e continuò a fare da precettore per i figli dell’aristocrazia, oltre a diventare un terziario dell’ordine francescano (cioè il grado più basso dell’ordine).

Passando completamente dall’altro lato della barricata ideologica, cercò di avvicinarsi ai circoli dei cattolici intransigenti, la frangia maggioritaria della Chiesa di allora, che vedeva un prodotto del demonio in tutto il modernismo, nel costituzionalismo e nell’emancipazione dei popoli. La sua ultima sfortuna fu che in questi circoli non fu mai preso sul serio. In molti lo accusarono di essersi convertito per motivi di comodo e non gli fu mai perdonato di aver fatto parte della carboneria. I suoi vecchi compagni liberali, almeno dopo la sua morte, furono più generosi: in pochi anni Pellico fu inserito nel pantheon degli eroi dell’unità d’Italia.

Foto: Silvio Pellico in una stampa d’epoca, da MuseoTorino