I problemi di Uber

A San Francisco un'auto del servizio di trasporto privato ha investito e ucciso una bambina, facendo discutere ancora: ne risponde il conducente o l'azienda?

Uber è un servizio di trasporto privato a metà tra il taxi e il noleggio di auto con autista: un’applicazione per smartphone invia automaticamente le coordinate GPS del cliente al centralino, calcola in anticipo la tariffa della corsa e la addebita poi sulla sua carta di credito. La società è stata fondata quattro anni fa a San Francisco, ha ricevuto un sostanzioso investimento da Googleè arrivata a Roma e Milano lo scorso aprile e ha avuto un certo successo. A chi la usa piace molto per la facilità con cui aiuta a trovare un’auto libera, per la qualità e capillarità del servizio e per il fatto che le auto offerte dal servizio sono generalmente più belle e pulite dei comuni taxi. Di Uber, tuttavia, si è parlato molto anche per le proteste che ha causato tra i tassisti, che l’hanno accusata di concorrenza sleale. Cose del genere sono successe non solo in Italia, dove i tassisti sono notoriamente restii a qualsiasi forma di liberalizzazione del servizio, ma anche altrove: il New York Times racconta che la società sta affrontando una serie di nuovi problemi.

Recentemente negli Stati Uniti gli stessi autisti di Uber hanno fatto causa alla società per una questione relativa al modo in cui (non) vengono distribuite le mance lasciate dai clienti. Hanno fatto discutere anche le sue aggressive politiche di espansione: a un certo punto quelli di Uber hanno prenotato e poi disdetto circa cento auto della società Gett – che offre un servizio per molti versi analogo a quello di Uber – per ottenere i numeri di telefono degli autisti e poterli poi contattare per convincerli a cambiare società. Ma il guaio più grosso che Uber deve affrontare è un altro: riguarda la sicurezza, è iniziato da una cosa piuttosto comune a una normale società di taxi – un incidente stradale – e sta mostrando la necessità di chiarire la natura stessa della società e quali siano i suoi limiti.

La sera di Capodanno, a San Francisco, un bambina è stata investita e uccisa da un’auto di Uber. Il conducente, Syed Muzzaraf, è stato arrestato con l’accusa di vehicular manslaugther (omicidio stradale). Quelli di Uber hanno specificato che al momento dell’incidente l’auto non stava trasportando un passeggero – le auto di Uber girano anche quando sono vuote, invece che star ferme nei parcheggi, per garantire una copertura più completa del territorio in cui operano – e che quindi l’assicurazione non si sarebbe fatta carico dei danni causati dall’incidente. Questa risposta non ha convinto molti e ne è nato un dibattito intorno a cosa sia davvero Uber e a come debba essere definito: è una società di taxi a tutti gli effetti e quindi soggetta a tutti i vincoli del caso? O è solo una piattaforma tecnologica cha aiuta a compiere transazioni commerciali tra privati, come potrebbe essere per esempio eBay, e quindi con meno responsabilità della società?

Le società di taxi tradizionali sostengono che Uber sia una compagnia di taxi mascherata per aggirare le regole; quelli di Uber invece sostengono che il servizio non possa essere equiparato a quello dei tradizionali taxi e che quindi non debba sottostare agli stessi regolamenti e restrizioni. Gli autisti di Uber, infatti, non sono in possesso di una tradizionale licenza per tassisti, e spesso usano auto di loro proprietà operando da una posizione professionale che somiglia di più a quella dei freelance che a quella dei dipendenti. Gli autisti, inoltre, possono gestire il loro tempo come meglio credono e lavorare nei giorni e negli orari che preferiscono. Una delle più contestate particolarità di Uber, l’aumento delle tariffe nelle ore di punta o in condizioni climatiche avverse, è un buon esempio per capire quali siano i rapporti tra Uber e i suoi autisti: l’aumento delle tariffe serve infatti a Uber per incentivare gli autisti registrati con il servizio a lavorare in quelle ore mantenendo la disponibilità di auto comunque alta. I conducenti, inoltre, ricevono feedback e giudizi direttamente dagli utenti, che possono quindi decidere se accettare o meno gli autisti che rispondono alle loro chiamate.

In effetti, quindi, Uber non funziona come una compagnia di taxi tradizionale, che controlla direttamente il numero di veicoli che girano per le strade: quelli di Uber ci tengono a sottolineare che il servizio funziona come un sito di aste online, che si limita a mettere in contatto un compratore e un venditore e non è poi responsabile per quello che succede tra di loro. Anche sulla versione italiana del sito di Uber, nella sezione dedicata agli aspiranti autisti, le brevi biografie insistono sul fatto che gli autisti siano dei liberi professionisti che usano i servizi di Uber.

Ma la questione è più complicata di così. In primo luogo non tutti possono lavorare per Uber, e la società ha controllo sui suoi autisti registrati: su tutti i possibili conducenti, verifica l’esistenza di precedenti o altri problemi che potrebbero renderli non idonei al lavoro; può interrompere i contratti con gli autisti per ragioni di sicurezza, come dopo un incidente stradale. Inoltre dispone di un’assicurazione che copre gli autisti – che spesso non hanno altro che una normale assicurazione non commerciale – e i loro clienti. Da questo punto di vista, dunque, Uber si allinea alle tradizionali compagnie di taxi.

A San Francisco l’avvocato di Muzzaraf ha sostenuto che al momento dell’incidente il suo assistito era in attesa di un nuovo cliente, e quindi di fatto stava lavorando per Uber. Questo però non basta a risolvere la questione della zona grigia creata dalla particolare struttura di Uber: potenzialmente ogni auto di Uber potrebbe in qualsiasi momento rispondere a una chiamata ricevuta tramite l’applicazione. Secondo il New York Times, vista anche la rapida espansione del servizio, questi problemi saranno sempre più frequenti e coinvolgeranno anche altri aspetti. In California la commissione che regola le compagnie di noleggio di limousine ha deciso che Uber debba essere trattata allo stesso modo di una normale compagnia di autonoleggio – non di taxi – e che debba essere soggetta agli stessi regolamenti. In Italia, a Milano, di fronte ai problemi posti da Uber si è deciso di provvedere con una regolazione che per molti versi ha equiparato Uber a un normale servizio di taxi.

Foto: AP Photo/Damian Dovarganes

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