Quattro giorni

Cosa accadde tra il 22 e il 25 novembre 1963, da quando JFK atterrò in Texas ai funerali al cimitero di Arlington: anche per chi pensa sia una storia sentita un milione di volte

Nell’autunno del 1963 era ormai chiaro che John Fitzgerald Kennedy si sarebbe ricandidato per un secondo mandato come presidente degli Stati Uniti. Alla fine di settembre aveva già fatto un tour degli stati americani occidentali, tenendo comizi in nove stati diversi in meno di una settimana: cominciò a introdurre i temi che intendeva mettere al centro della sua campagna elettorale del 1964, come l’istruzione, la sicurezza nazionale e la pace mondiale. A ottobre parlò a due eventi dei democratici a Boston e a Filadelfia.

Il 12 novembre tenne la prima riunione importante per decidere la strategia politica dell’anno successivo, quello delle elezioni. JFK sottolineò l’importanza di vincere in Florida e in Texas – nel primo aveva perso nel 1960 contro Nixon, ma nel secondo aveva vinto – e parlò dei suoi piani per visitarli entrambi nelle successive due settimane. In Texas sarebbe stato accompagnato dalla moglie Jacqueline, la sua prima apparizione pubblica importante dalla morte del loro figlio Patrick ad agosto, e dal vicepresidente Johnson, texano. Il 21 novembre la coppia presidenziale partì a bordo dell’Air Force One per una visita di due giorni in cui JFK aveva in programma di parlare in cinque città.

La storia di quei giorni è stata oggetto di inchieste parlamentari e innumerevoli ricostruzioni giornalistiche, film e libri, e con l’aiuto di diverse cronologie e ricostruzioni pubblicate in questi giorni o disponibili online li si può ormai raccontare con altissima precisione.

Venerdì 22 novembre 1963
Il giorno del suo arrivo in Texas, il 21 novembre, JFK era già stato a San Antonio e a Houston, partecipando ad alcuni eventi pubblici. La terza e ultima tappa della giornata fu Fort Worth, dove si trovava l’Hotel Texas, in cui JFK arrivò con la moglie poco prima di mezzanotte per passare la notte nella stanza 850. La mattina successiva si svegliò mentre sulla città cadeva una pioggia leggera: in albergo indossò un busto per alleggerire il carico sulla sua schiena debole e malandata (Kennedy aveva la malattia di Addison). Poi uscì, salì su una piattaforma costruita nel parcheggio – dove lo stavano aspettando alcune migliaia di persone – e, senza riparo contro la pioggia, tenne un breve discorso, che iniziò intorno alle 8.50. «Fort Worth non è un posto per cuori deboli e apprezzo che voi siate qui questa mattina», cominciò.

Tornato nell’hotel, alle 9 Kennedy si recò a una colazione organizzata dalla Camera di Commercio cittadina. La moglie Jacqueline lo raggiunse alle 9.20 e cinque minuti più tardi JFK parlò di nuovo, concentrandosi soprattutto del tema della preparazione militare: il suo ultimo discorso pubblico. Alle 10.40 il corteo di auto con JFK e la moglie a bordo partì dall’Hotel Texas per la base dell’aviazione militare di Carswell: di lì l’Air Force One partì per il Love Field di Dallas, distante circa 50 chilometri. L’aereo presidenziale atterrò a Dallas alle 11.38, dopo 13 minuti di volo, e JFK scese sei minuti più tardi, accompagnato dalla moglie, dal governatore del Texas, il democratico John Connally, e dalla signora Connally.

Dopo un breve saluto alle persone che aspettavano la coppia presidenziale dietro le transenne, il corteo di auto partì alle 11.52 dall’aeroporto di Love Field, diretto a un pranzo in onore del presidente al Dallas Trade Mart. L’auto dei Kennedy era una Lincoln Continental a quattro porte del 1961, modificata su indicazione del servizio di protezione del presidente da un laboratorio Ford. Jacqueline Kennedy, che aveva ricevuto un bouquet di rose rosse all’aeroporto, lo portò con sé salendo sulla limousine seguita dal marito. Il governatore Connally e la moglie Nellie erano già a bordo, mentre il vicepresidente Johnson e la moglie erano su un’altra auto.

Poche ore prima il Secret Service, l’agenzia governativa responsabile della sicurezza dei presidenti, aveva controllato le previsioni del tempo e aveva deciso che, nonostante la pioggia che era scesa anche su Dallas, la copertura trasparente e impermeabile dell’auto presidenziale si sarebbe potuta togliere per il corteo. Alla partenza dall’aeroporto, il tempo su Dallas si era trasformato in una bellissima giornata.

Centocinquantamila persone si accalcavano lungo il percorso previsto dal corteo, lungo circa 12 chilometri. Il corteo era formato da una trentina di mezzi tra automobili, autobus e moto: l’auto presidenziale era la quarta. Fece alcune soste non previste per salutare la folla – JFK non aveva voluto agenti della scorta sulla limousine con lui, per aumentare l’effetto di vicinanza con la gente – che ritardarono il corteo di circa cinque minuti sulla tabella di marcia. Svoltò in Main Street, la strada principale di downtown Dallas, alle 12.21. Mentre lasciavano la strada, otto minuti più tardi, la moglie del governatore non riuscì a trattenersi, si girò sul sedile e disse: «Signor presidente, non può dire che Dallas non la ami!» Alle 12.30 il corteo svoltò in Dealey Plaza e pochi secondi più tardi, mentre l’auto era all’altezza di un deposito di libri di proprietà del sistema scolastico del Texas, si sentirono tre colpi di arma da fuoco. Il primo colpì JFK alla nuca, il proiettile uscì dalla gola. JFK si mise le mani al collo ma invece di accasciarsi restò in posizione eretta, probabilmente a causa del busto. Il secondo colpo entrò nella parte posteriore della testa e uscì vicino alla tempia destra. A quel punto JFK si accasciò lateralmente. Il governatore Connally fu colpito al petto.

Per pochi secondi l’auto presidenziale, guidata dall’agente del Secret Service Bill Greer, rallentò fino a procedere a passo d’uomo, ma quasi subito accelerò per allontanarsi. Si diresse verso il Parkland Memorial Hospital, distante pochi minuti di strada. La Lincoln vi arrivò alle 12.36 e il paziente “24740, maschio bianco” venne portato subito in una sala operatoria del pronto soccorso, dove i medici usarono il foro causato dal proiettile nel collo per praticare una tracheotomia.

Presto fu chiaro che tutti gli sforzi erano inutili: a tre isolati dall’ospedale c’era una chiesa cattolica e il suo parroco settantenne, Oscar Huber, fu chiamato pochi minuti dopo per amministrare l’estrema unzione al presidente. Nel frattempo, alle 12.40, lo storico presentatore del notiziario serale della CBS Walter Cronkite aveva interrotto una soap opera allora in onda per un brevissimo annuncio senza immagini dell’attentato al presidente (le parole di quell’annuncio, che dava il presidente gravemente ferito, rimangono famose nella storia del giornalismo americano: «In Dallas, Texas, three shots were fired…»). All’una del pomeriggio, John Fitzgerald Kennedy venne dichiarato morto dai medici: prima Kemp Clark dell’ospedale, poi l’ammiraglio George Burkley, medico ufficiale di Kennedy. I media americani diedero la notizia circa mezz’ora dopo.

Il corpo del presidente venne posto in una bara e portato all’aeroporto di Love Field, dove venne sistemato sull’Air Force One. Alle 14.38, prima che l’aereo decollasse, Lyndon Johnson giurò nello stretto e affollato scompartimento davanti al giudice federale Sarah Hughes.

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