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  • martedì 15 ottobre 2013

I colloqui di Ginevra sul nucleare iraniano

Iniziano oggi tra i rappresentanti dell'Iran e dei paesi del Consiglio di Sicurezza dell'ONU: i primi dopo le aperture del presidente Rouhani

Martedì 15 ottobre iniziano a Ginevra, in Svizzera, i colloqui sul nucleare iraniano tra Iran e paesi del “5+1”: cioè i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU col potere di veto – Stati Uniti, Cina, Regno Unito, Francia e Russia – e la Germania. I colloqui, istituiti in questa modalità dal 2006, andranno avanti fino a mercoledì. Negli Stati Uniti e in Europa c’è molta attesa per gli incontri, che sono i primi tra Iran e Occidente sul tema del nucleare – l’Occidente è preoccupato dei possibili usi militari che l’aggressivo regime iraniano potrebbe farne – da quando il presidente iraniano è il moderato Hassan Rouhani, vincitore delle elezioni presidenziali dello scorso giugno. Negli ultimi mesi Rouhani ha fatto diverse aperture diplomatiche significative nei confronti dell’Occidente, distinguendosi dal suo predecessore, il conservatore Mahmud Ahmadinejad, che durante gli otto anni di presidenza aveva usato una retorica molto aggressiva sia verso Israele che verso gli Stati Uniti.

Da anni l’Iran sostiene di voler sviluppare l’energia nucleare solo per scopi civili, mentre l’Occidente crede che il regime iraniano stia lavorando per costruire un’arma atomica. La questione è particolarmente importante per Israele, principale alleato degli Stati Uniti nel Medio Oriente, che teme che l’Iran sia capace di usare l’arma atomica contro il suo territorio (il regime iraniano, in passato, ha più volte negato il diritto a esistere di Israele). Con i colloqui di Ginevra gli Stati Uniti vorrebbero controllare e monitorare le attività delle installazioni nucleari iraniane, per poter avere la sicurezza che l’Iran non accumuli l’uranio arricchito per costruire la bomba. L’elemento di scambio di questi colloqui, almeno per ora, sembrano essere le sanzioni economiche e commerciali che sono state imposte all’Iran nel corso degli ultimi anni dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU e, più recentemente, dagli Stati Uniti, in risposta al programma nucleare iraniano: come ha spiegato lo stesso Rouhani, negli ultimi anni l’economia dell’Iran si è trovata in grande difficoltà, e il regime ha bisogno di far ripartire le esportazioni di petrolio – fonte primaria di profitto per l’Iran – e di riportare a livelli sostenibili l’inflazione.

Su cosa si discuterà a Ginevra
Il viceministro degli Esteri, Abbas Araghchi, sarà uno dei rappresentanti del governo iraniano a Ginevra. Durante un’intervista alla Islamic Student News Agency, agenzia di news controllata dal governo, Araghchi ha detto che l’Iran presenterà un piano in tre fasi, che dovrebbe garantire il proseguimento del suo programma nucleare civile dando però garanzie all’Occidente sul fatto che non cercherà di sviluppare un programma nucleare militare. Venerdì il ministro degli Esteri dell’Iran, Mohammad Javad Zarif, ha pubblicato su Twitter un messaggio in cui ha confermato che i dettagli del piano non saranno diffusi prima di martedì (l’8 ottobre il Wall Street Journal aveva raccontato l’esistenza di un pacchetto di proposte molto simile al piano anticipato da Araghchi).

Il punto centrale dei colloqui rimane la riduzione delle scorte iraniane di uranio arricchito al 20 per cento, che serve per la costruzione di armi atomiche. Secondo quanto riporta il New York Times, alcuni funzionari iraniani hanno detto che l’uranio potrà essere impoverito, o in alternativa potrà essere impiegato per la fabbricazione di combustibile ordinario per il TTR, un vecchio reattore nucleare di Teheran (non usato per la costruzione di armi nucleari). Araghchi ha chiarito però che non tutte le richieste dell’Occidente saranno oggetto di negoziati: per certo si sa che è stata stabilita una “linea rossa”, che prevede che nessun tipo di materiale nucleare sarà trasferito all’estero.

Tra le altre questioni che saranno dibattute ci sono l’interruzione del processo di arricchimento dell’uranio fino al 20 per cento e la chiusura del sito sotterraneo di Fordow, scoperto nel 2009 vicino alla città di Qom. Una parte del parlamento iraniano, quella più intransigente e più lontana dalle posizioni espresse dal presidente Rouhani, sta facendo pressioni affinché il governo non ceda su questi punti, ma dalle dichiarazioni pubbliche di parlamentari e membri del governo sembra che non ci sia un accordo complessivo su come portare avanti i negoziati. Quello che sembra certo è che la fazione più vicina alle posizioni dell’ex presidente Ahmadinejad, che si era rifiutata in passato di raggiungere degli accordi definitivi sullo sviluppo del nucleare per scopi pacifici, si è indebolita rispetto a quella più moderata di Rouhani.

Cosa vuole ottenere l’Iran
L’obiettivo del piano è lo stesso spiegato in più di un’occasione da Rouhani: fare delle concessioni all’Occidente – vere o fasulle difficile dirlo, almeno per ora – in cambio di una riduzione delle sanzioni internazionali che da anni gravano sull’economia iraniana. Ancora più nello specifico, e in riferimento al programma nucleare, l’Iran vorrebbe poter proseguire con lo sviluppo del nucleare – ufficialmente per scopi pacifici – senza intromissioni da parte dell’Occidente.

Hamidreza Taraghi, analista conservatore iraniano che è incaricato ufficialmente di interpretare i discorsi e la visione della Guida Suprema Ali Khamenei, l’autorità politica e religiosa più importante e potente dell’Iran, ha spiegato qualcosa del gruppo iraniano che negozierà sul nucleare: «Ora abbiamo un nuovo team in carica, che ha la piena autorità per raggiungere un accordo. Continueremo con l’arricchimento dell’uranio, ma ora possiamo parlare del livello raggiunto; e continueremo anche ad avere le nostre riserve di uranio arricchito, ma ora possiamo discutere della loro grandezza». In pratica, come aveva già detto Rouhani nelle settimane passate, Khamenei ha dato il suo appoggio al nuovo presidente per adottare una linea più morbida nei colloqui sul nucleare con l’Occidente, anche se è difficile dire quali e quante concessioni l’Iran è disposto a fare.

Come ci si aspetta possano andare le cose a Ginevra
Secondo Mohammad Ali Shabani, analista di Teheran citato dal New York Times come ben informato dei negoziati, «l’Iran è pronto a fare passi importanti, ma per compierli gli iraniani hanno bisogno di una qualche forma di contropartita in cui siano sicuri che i loro diritti siano riconosciuti». Shabani ha detto di credere che l’Iran sia pronto a implementare il Protocollo Addizionale, che darebbe agli ispettori dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica a possibilità di ispezionare i siti, raccogliere prove e avere dei colloqui con gli scienziati iraniani. L’Iran aveva già adottato volontariamente il Protocollo nel 2003, quando Rouhani era il capo della delegazione nazionale per i colloqui sul nucleare; tuttavia nel 2005, dalla rottura dei negoziati con le potenze europee e l’imposizione delle sanzioni da parte delle Nazioni Unite, l’Iran si tolse dall’accordo (da allora comunque i negoziati sono proseguiti su altri livelli). Anche per Gary Samore, negoziatore per gli Stati Uniti, i colloqui di Ginevra offrono «la migliore opportunità [di raggiungere un accordo] degli ultimi 10 anni»

L’unico paese che si è espresso finora in maniera molto critica nei confronti dei colloqui di Ginevra è stato Israele, che già in passato è stato in grado di influenzare la posizione degli Stati Uniti sul tema del nucleare, e che è il paese più interessato da eventuali minacce belliche iraniane. Lunedì, durante il discorso di apertura della sessione invernale del parlamento israeliano, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha detto: «Sarebbe un errore enorme alleviare la pressione sull’Iran un attimo prima che le sanzioni abbiano raggiunto il loro obiettivo». Israele è sempre stato contrario a delle aperture politiche nei confronti dell’Iran, e si è detto anche molto scettico sulle aperture diplomatiche del nuovo presidente Rouhani. Ci sono poi diversi esperti di nucleare iraniano, tra cui l’analista Cliff Kupchan del gruppo Eurasia, che non credono a un esito positivo dei negoziati, perché sono diffidenti sulla possibilità che l’Iran abbandoni davvero il suo programma nucleare militare.

Come hanno spiegato gli stessi partecipanti, nella migliore delle ipotesi ci si accorderà per una road map che porti a un controllo internazionale più stringente sul nucleare iraniano. Nella peggiore, invece, non si raggiungerà alcun accordo, e le recenti aperture diplomatiche tra Stati Uniti e Iran si dimostreranno per ora solo apparenza.

Foto: Lo speaker del parlamento iraniano, Ali Larijani, a una conferenza stampa a Ginevra, il 9 ottobre 2013 (FABRICE COFFRINI/AFP/Getty Images)

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