Gli accordi di Oslo, vent’anni fa

Il 13 settembre 1993 Rabin e Arafat si strinsero la mano in una delle fotografie più note del Novecento: cosa si decise e cosa è rimasto fermo da allora

Alle 11 e 43 del 13 settembre 1993, nel cortile della Casa Bianca, Ytzhak Rabin, primo ministro israeliano, e Yasser Arafat, leader dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), firmarono quelli che passarono alla storia come gli accordi di Oslo. Era la prima volta che i due paesi si riconoscevano come legittimi interlocutori ed era la prima volta che i due leader si stringevano la mano in pubblico.

Perché sono importanti
Con la “Dichiarazione dei principi”, il nome del documento prodotto dagli accordi di Oslo, per la prima volta gli israeliani riconobbero nell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina l’interlocutore ufficiale che parlava per il popolo palestinese e gli riconobbero il diritto di governare su alcuni dei territori occupati. L’OLP da parte sua riconobbe il diritto di Israele a esistere e rinunciò formalmente all’uso della violenza per ottenere i suoi scopi, cioè la creazione di uno stato palestinese.

Questi riconoscimenti reciproci erano già di per sé una novità assoluta nei rapporti tra Israele e i palestinesi, ma l’accordo conteneva anche un piano specifico per mettere in atto una soluzione definitiva alla “questione palestinese”. Israele prometteva di ritirarsi da Gaza e dall’area di Gerico, nella Cisgiordania. Prometteva anche che nei cinque anni successivi si sarebbe ritirata da altri territori occupati militarmente. Secondo gli accordi in questi territori si sarebbero insediati dei governi palestinesi eletti localmente, l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP). La foto della stretta di mano tra Arafat e Rabin il giorno in cui gli accordi vennero firmati divenne un simbolo internazionale del tentativo dei due popoli di giungere a un accordo pacifico (qui potete vedere il video della firma).

Come scrissero molti commentatori, gli accordi prevedevano da parte dei palestinesi una serie di difficili concessioni immediate (il riconoscimento di Israele e la rinuncia alla violenza), mentre gli israeliani avrebbero dovuto fare le concessioni difficili più avanti (completare il ritiro delle truppe dal resto dei territori occupati). Quasi tutte le questioni più complicate, come lo status di Gerusalemme e il destino degli insediamenti dei coloni ebraici in Cisgiordania, non furono discusse durante i negoziati e vennero rimandate alle riunioni successive.

Perché Oslo?
La strada che portò alla stretta di mano nel cortile della Casa Bianca fu lunga e complicata. Per quanto la firma definitiva sugli accordi avvenne davanti a un presidente americano, i primi incontri tra i delegati palestinesi e quelli israeliani cominciarono senza la mediazione degli Stati Uniti. Delegati palestinesi e israeliani presero contatto spontaneamente e la Norvegia offrì il suo territorio per ospitare le trattative.

I delegati si incontrarono in una villetta circondata da un bosco fuori da Oslo. Ci furono 14 sessioni di negoziati ufficiali tra il 1992 e il 1993. I delegati vivevano nella stessa villa e a volte passeggiavano insieme per i boschi, quindi accanto agli incontri ufficiali ci furono anche moltissime discussioni e incontri informali. Al termine di questi incontri i negoziatori produssero la Dichiarazione dei principi, che venne sottoposta e accettata dal governo israeliano e dai capi dell’OLP.

Il fallimento di Oslo
Nel 1995 Rabin e Arafat firmarono un’altra serie di accordi, Oslo II, che garantivano all’OLP il governo di numerose città e villaggi a Gaza e nella Cisgiordania, dopo che nel luglio del 1994, Israele aveva cominciato a ritirare l’esercito da alcuni dei territorio occupati. All’epoca però lo scetticismo nei confronti degli accordi stava già crescendo da entrambe le parti.

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