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La mafia a San Marino

di Davide Maria De Luca e Davide Grassi

Un nuovo libro racconta l'arrivo della crisi e della criminalità organizzata, che trabocca intorno in Romagna e nelle Marche

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È il primo aprile del 2012, il giorno in cui si insediano i Capitani Reggenti della Repubblica di San Marino, il micro Stato che sorge arroccato sul Titano, la montagna che ha finito col diventarne sinonimo. Quel giorno splende il sole e in macchina si viaggia con i finestrini abbassati, ma sulla cima del monte sembra che sia ancora novembre. I merli delle fortezze sono avvolti dalla nebbia, cade una pioggia leggera e fredda e le strade sono deserte. Per andare a vedere la cerimonia, parcheggiata la macchina, bisogna salire ancora, oltrepassare le mura medioevali, salire le stradine su cui si affacciano i negozi per turisti, arrivare alla piazza del Consiglio. Il palazzo non è grande, ma è severo: un parallelepipedo di pietra chiara, la cima merlata. Di solito, alle sue spalle, si vede la pianura romagnola e in fondo il mare. Oggi no: tutto è grigio e ovattato. Spirali di nebbia passano davanti alla facciata portate dal vento. Sembra un castello dei Carpazi.

«Non è nebbia – dice qualcuno – sono nuvole basse», ma fa poca differenza: l’effetto è lo stesso. Nella piazza c’è parecchia gente: il primo aprile non è un giorno qualunque per la Repubblica. Oggi San Marino celebra se stessa in un evento più simbolico e importante della festa del Santo Patrono, che per i sammarinesi non è mica uno scherzo. I Capitani Reggenti, che sono come due presidenti della Repubblica, si alternano ogni primo aprile e ogni primo ottobre. Possono scoppiare guerre e crisi economiche, ma San Marino rimane sempre lì. Ancora indipendente e orgogliosa dopo ottocento anni che fanno del Titano la più antica Repubblica del mondo. La primavera è arrivata da pochi giorni e il Titano sembra voler dire: «Anche io ancora una volta sono rinato», ma sembra che il tempo, anche quello atmosferico, congiuri contro di lui.

Nella piazza è radunata la Guardia del Consiglio Grande e Generale. Hanno uniformi blu con bottoni d’oro, spade al fianco e speroni agli stivali. Sono schierati in due file, davanti alle porte del palazzo. Poco più in là c’è la banda della Milizia, giacche blu e pantaloni azzurri. Non suonano per ora e si muovono un po’ a disagio: non gli piace stare sotto la pioggia. Vicino alla Milizia c’è la Guardia di Rocca, casco nero, giacca verde e pantaloni rossi. I turisti russi e ucraini, i nuovi tedeschi della riviera, fanno fotografie. A tenerli d’occhio, anche se non ce n’è bisogno, ci sono gli uomini della Gendarmeria, giacca nera e cravatta. Si capisce subito che al Titano piacciono molto i pennacchi e i galloni: il suo piccolo esercito ha più corpi militari che soldati. Un’anziana signora seduta al bar dice all’amica: «Da quarant’anni io vengo sempre a vedere la cerimonia». Anche a lei piace pensare che oggi sia tutto come sempre. Come se nulla potesse cambiare per il Titano che siede nella sua fortezza, apparentemente immutabile.

Quando i Capitani Reggenti escono, la banda comincia a suonare e la pioggia si fa più fitta. I Donzelli, servitori dei Capitani vestiti con tuba e marsina, aprono gli ombrelli per riparare i quattro magistrati. Il corteo sale ancora, verso la Basilica di San Marino. Dietro ai Capitani e alla Guardia ci sono gli ambasciatori e i consoli. In mezzo spicca il decano del corpo diplomatico, il Nunzio Apostolico e l’ambasciatore russo che ha due basette degne di un personaggio di Tolstoj. A guardarli sfilare, i Capitani Reggenti in abiti del Cinquecento, i militari, gli ambasciatori, viene quasi da crederci. Forse il Titano è davvero immortale e immutabile nonostante il mondo attorno a esso, e lui stesso, sia cambiato per sempre. È un gendarme a spezzare la magia. La piazza è vuota ora e anche i turisti se ne sono andati. «La crisi qua è più dura che in Italia – dice –. Non so come faremo».

L’arida verità è che negli ultimi quattro anni una crisi economica senza precedenti e una classe politica impreparata e su cui aleggiano da anni sospetti di corruzione, hanno distrutto la ricchezza di San Marino, che era una specie di Svizzera all’italiana, pulita e ordinata, incastonata nel Centro-Nord dell’Italia, quasi altrettanto ricco e prospero. Non solo: questa crisi e questa classe politica hanno finito per consegnare il Paese alla mafia. San Marino non solo è un Paese molto diverso dai luoghi dove tradizionalmente si è stabilita la mafia. Era, ed è ancora in qualche modo, un Paese ricco e benestante; con una lunghissima storia di libertà e di indipendenza e per secoli è stato un simbolo, quasi un faro, per tutti i progressisti, i liberali e i democratici.

Ma è una storia che riguarda anche l’Italia, e in particolare il Nord, che come San Marino fino a poco tempo prima, sente di avere una robusta dose di anticorpi, una difesa iscritta nel suo codice genetico che lo proteggerà dalla mafia e che lo tutelerà dal destino che è capitato a tante regioni del Sud. La caduta del Titano colpisce sia direttamente che indirettamente anche l’Italia. Come il Veneto, la Lombardia, il Piemonte e l’Emilia-Romagna, anche San Marino pensava di essere immune dal contagio mafioso. Pensava di essere troppo benestante, magari persino troppo civile per poter essere infiltrata dalla criminalità organizzata. Si sbagliavano i sammarinesi, così come sbagliano tuttora i veneti, i lombardi e gli emiliano-romagnoli. Ci ritorneremo, per ora restiamo sul Titano, saliamo sul monte e guardiamo da vicino com’è fatta questa strana creatura, dal lontano Medioevo.

San Marino è uno Stato piccolo, uno dei più piccoli del mondo: trentamila abitanti sparsi su 60 chilometri quadrati, a un tiro di sasso dalla riviera romagnola, ma senza sbocchi al mare. Nonostante le sue piccole dimensioni, San Marino ha una storia orgogliosa. Naturalmente non è una storia di guerre, conquiste o colonizzazioni, ma è una storia di fiera e pacifica indipendenza. In questo piccolo fazzoletto di terra la Repubblica è sopravvissuta per ottocento anni resistendo a tutti i suoi più grandi e potenti vicini.
Secondo la leggenda San Marino fu fondata mille e settecento anni fa da un gruppo di profughi. Ma anche volendo separare la storia dal mito, i documenti provano che già nel 1200 a San Marino esisteva una Repubblica.

Una Repubblica che è sempre riuscita a mantenersi indipendente dal suo grande vicino, lo Stato Pontificio, che provò a occupare San Marino nel 1700. Fu un’occupazione di breve durata i sammarinesi si liberarono delle guarnigioni pontificie non con una guerra o con un’insurrezione, ma grazie a un incessante lavorio diplomatico.
San Marino sopravvisse alla grande restaurazione che seguì al Congresso di Vienna. Tutte le repubbliche che aveva instaurato Napoleone furono spazzate via e vennero sostituite con i vecchi regnanti o, a volte, con nuovi monarchi creati appositamente. San Marino si mantenne libera e indipendente e qualche anno dopo dette ospitalità a Garibaldi che stava fuggendo a nord dopo il fallimento della Repubblica romana.
Quando venne il tempo di modernizzarsi e abbandonare il sistema repubblicano oligarchico e medioevale e diventare una democrazia moderna, San Marino lo fece senza una rivoluzione e senza bisogno di tagliare teste o spargere sangue, ma con una semplice decisione del suo popolo. Si mantenne indipendente anche dal fascismo e durante la Seconda guerra mondiale dette asilo a rifugiati, perseguitati ed ebrei.

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