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Vendere le notizie

Gli autori della discussa lettera falsa sul padre che voleva il figlio bocciato spiegano le ragioni del loro inganno ai giornali

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Giovedì alcuni quotidiani hanno pubblicato la lettera di una professoressa che raccontava di una telefonata ricevuta dal padre di un alunno che le aveva domandato di bocciare suo figlio per poter accedere alle facilitazioni del governo per l’occupazione giovanile. La lettera era palesemente falsa, e giovedì pomeriggio gli autori – un’agenzia di comunicazione romana – lo hanno confermato. Venerdì mattina Massimo Gramellini sulla Stampa è tornato sull’incidente, e in rete se ne è parlato molto, con critiche rivolte sia alle scarse verifiche fatte dai giornali, sia all’agenzia accusata di trovate per farsi pubblicità che non rispettano i lettori. Dall’agenzia, che già ieri aveva offerto al Post la sua confessione, rispondono con questa più estesa spiegazione delle loro ragioni e del loro lavoro.

PERCHÈ SCEGLIAMO DI MENTIRE
C’è chi per trovare spazio sulle pagine dei giornali si spoglia in pubblico, chi si incatena, chi sale sopra i tetti e c’è anche qualcuno che è arrivato a commettere delitti. Noi abbiamo soltanto scritto una lettera.
Perché tanto rumore allora?

C’è stato un progressivo slittamento dei criteri di notiziabilità adottati dal giornalismo di mercato. L’esigenza è “vendere” e la notizia è diventata un prodotto che deve catturare l’attenzione ed emozionare piuttosto che svolgere una funzione di informazione e orientamento verso i lettori.
Mentre da un lato la logica del click ha esasperato la ricerca spasmodica di contenuti attenzionali da parte delle testate, l’abbattimento dei “salari” giornalistici porta gli operatori a lavorare in velocità per guadagnare dignitosamente, con l’ovvia conseguenza dell’assenza delle necessarie verifiche.

La storia della professoressa, del papà e del giovane pizzaiolo mette in scena alcune figure morali della drammaturgia. Proprio come il neonato e il pensionato di Gramellini. Personaggi che riescono a essere contemporaneamente vicini e lontani, proprio come richiede lo schermo elettrodomestico, e suscitare emozioni a partire da ruoli scarnificati dalla complessità e dalla sostanza di ogni biografia.
E così viene comodo raccontare un decreto legge facendo slittare le problematiche materiali e concrete della vita delle persone nella banalità di un dilemma etico di un’anonima professoressa di periferia. Qualche vecchio marxista direbbe raccontare la sovrastruttura invece della struttura.

È lo stesso automatismo che ha caratterizzato alcune delle critiche che ci sono arrivate: siete un’agenzia di comunicazione, volete solo farvi pubblicità. Sicuramente abbiamo avuto visibilità ma non è detto che sia pubblicità. Un’agenzia pubblicitaria però non è un soggetto astratto, è fatta di persone in carne e ossa, con le proprie idee e le proprie opinioni e che soprattutto vivono il dramma di questo duro periodo storico. Lo sappiamo, sarebbe stato più bello che a firmare la “rivendicazione” fosse stato un disoccupato, un pizzaiolo o al limite un artista concettuale. Purtroppo però, ancora una volta, la realtà non è la finzione che si avrebbe il piacere di leggere.
Ma veniamo alle obiezioni che ci sono arrivate. Da subito in molti hanno notato che la situazione del giovane pizzaiolo non avrebbe comportato la necessità di bocciarlo per accedere alle agevolazioni di legge. In effetti abbiamo scritto che il giovane lavorava in nero. Era l’interpretazione “corretta” del decreto così come era stata diffusa proprio dalla stampa nella mattinata di mercoledì, non a caso nello stesso errore è caduto anche il blog di Beppe Grillo. Detto questo cosa cambia? Se il ragazzo avesse avuto un contratto di apprendistato, un part-time o qualche altra invenzione contrattuale sarebbe nella stessa condizione descritta dalla lettera: meglio essere bocciati allora?

Il nostro vero errore, su cui alcuni hanno giustamente ironizzato, è stata la velocità con cui è arrivata la missiva. Tra l’uscita del decreto, la presunta telefonata alla professoressa non c’era il tempo tecnico perché il padre del pizzaiolo potesse aver maturato alcuna decisione sul futuro del figlio. Era questa la semplice riflessione che doveva suggerire qualche verifica.
Eppure La Stampa e La Repubblica dicono di averle fatte. Vediamole.
Un’ora dopo l’invio della missiva arriva una risposta dalla redazione di Repubblica. La riportiamo integralmente: “Gentile prof.ssa Leonetti, può dirci almeno da dove scrive? Cordiali saluti”. Due minuti dopo un’altra mail di approfondimento, anche questa integrale: “Scusi, leggendo meglio il testo capisco che lei scrive da Roma. Grazie”. Per “correttezza” abbiamo risposto qualche minuto più tardi, lasciando un numero di telefono. Non ha mai squillato e la lettera finisce giustamente nascosta nella rubrica delle lettere del cartaceo del giorno dopo.

La Stampa invece pubblica l’editoriale in prima pagina senza neanche una mail di riscontro alla nostra professoressa. La “verifica” la fa il giorno dopo. Segnalando un interessamento del direttore Calabresi, chiedono un numero di telefono. Lo diamo e chiamano. Chiedono alla prof di intercedere per avere un’intervista con il padre del ragazzo. Fine della “verifica”.

Intanto il tam-tam dei social network e dei blog aveva già raggiunto livelli di soglia molto alti. Così Repubblica decide di ripescare la lettera pubblicata sulla carta e metterla sulla homepage del sito. Tutto questo senza che nessuno dei giornalisti che ha maneggiato la lettera abbia pensato di interloquire con l’autrice, se non per girarle una serie di inviti a programmi radiofonici e televisivi.
Sì, su quelle testate si è parlato tanto di giornalismo partecipativo ma se è questo il modello conversazionale che le redazioni vogliono avere con le loro fonti, non possiamo che continuare a essere preoccupati.

In queste ore, oltre alle critiche della categoria dei giornalisti, stiamo ricevendo tante mail di sostegno da parte di microimprese, partite iva e precari come noi, che ci confermano che abbiamo sollevato un tema importante. Ci dispiace, non siamo disposti a toglierci il reggiseno, né a incatenarci intorno a un monumento: per dire la verità continueremo a preferire il falso.

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