La grande chiazza di immondizia nel Pacifico

di ANDREW BLACKWELL

"Non. È. Un'isola", spiega nel suo libro Andrew Blackwell, che l'ha vista

Mentre dormivo sentii l’ordine. Tutti in coperta! Qualcuno l’aveva gridato nella nostra cabina. Ammainare le vele! Ruzzolammo giù dalle brande, ci infilammo in qualche modo le mantelle impermeabili e salimmo mezzi addormentati.
Il ponte era un bailamme di vento e suono, senza stelle. «La Marina sta svolgendo un’esercitazione qui vicino», spiegò il primo ufficiale. «Ci hanno ordinato di spostarci a nord. Ho chiesto di poterci spostare sottovento, ma si sono limitati a ripetere l’ordine». La nave, spinta dai motori, stava muovendosi esattamente controvento, con le vele che sbattevano, flosce e incontrollate. Il vento le avrebbe ridotte a brandelli.
Lottammo al buio con le vele anteriori. L’aria era piena di spruzzaglia; gli spessi cavi si muovevano a strappi, schioccando nel caos. A prua eravamo in sei. Quattro erano sul bompresso – il lungo pennone che si estende in avanti, sopra l’acqua – e due sulla parte anteriore della prua, dove il bompresso si unisce alla barca.
Ero sul ponte, cercando a tastoni nel buio i cavi d’alabbasso e i matafioni che avrebbero tirato giù e assicurato le vele. Dopo qualche settimana in mare, sapevo che cosa cercare. Ma non voleva dire che lo trovassi.
La barca raggiunse la sommità di un’onda. Nella notte sentivamo la prua sollevarsi sempre più. Sembrò fermarsi in cima. Per un momento fluttuammo nell’aria salsa.
Poi ricademmo. La nave immerse la prua nell’onda in arrivo, più a fondo che mai. I quattro sul bompresso – miei amici – sparirono sotto la superficie, con la schiuma che ribolliva sopra le loro teste. Erano spacciati? Il ponte andò sotto con loro. L’acqua mi raggiunse la vita, mi trascinò, mi spinse verso poppa. Robin mi prese per un braccio e mi afferrai alla battagliola; riuscimmo a non rotolare in fondo al ponte. Guardai verso il bompresso e pensai Si vede solo schiuma.
Ancora un secondo e la nave era passata oltre, riemergendo dall’onda; li vidi. Erano ancora lì, ancora aggrappati al bompresso, tutti e quattro. Li ricontai. Quattro. Non erano di più?
«Ci siamo tutti?», gridai. «Siamo ancora tutti a bordo?».
Ma si erano rimessi a lavorare abbrancando le vele, con l’acqua che fluiva dalle giacche, gridando come durante un rodeo. Robin mi lasciò andare e tornammo al groviglio di cavi ai nostri piedi. Ma mi girava ancora la testa per l’immagine dell’acqua che ci raggiungeva, del mare che invadeva il ponte. Lo sentivo ancora, come tirava il mio corpo, una forza travolgente che ruotava attorno a noi e attraverso noi, la gravità aliena di un altro universo, il nero oceano senza rimorso.

Avrete sentito parlare della Grande chiazza di immondizia del Pacifico: un’isola di spazzatura formata da un vortice gigantesco di correnti che radunano tutta la plastica eterna che galleggia nella metà nord dell’Oceano Pacifico in un purgatorio roteante senza fine, un continente di plastica formatosi da solo, grande il doppio del Texas.
Stronchiamo questa cosa sul nascere: non è un’isola.
Vorrei ripeterlo. Non. È. Un’isola.
Non c’è una massa solida, non c’è un tappeto galleggiante di immondizia, non c’è terraferma. Ma è vera. È stata scoperta nel 1997 da Charles Moore, diportista e ambientalista, che ne ha fatto l’oggetto della sua associazione non profit, l’Algalita Marine Research Foundation. È grazie alle scoperte di Moore che dopo il 2000 la Chiazza di immondizia del Pacifico divenne nota all’opinione pubblica. Chi poi sia responsabile dell’immagine affascinante di un’isola di plastica, non lo so. Ma qualcuno lo dovrebbe rintracciare e dargli in fretta un simpatico ceffone. Bisognerebbe inoltre far pagare una multa esorbitante a chiunque – chiunque – descriva questa non-isola come «grande quanto il Texas» o «grande il doppio del Texas». Durante le mie ricerche era impossibile trovare un articolo o un servizio sulla Chiazza di immondizia che non menzionasse il Texas.
Perché il Texas? Non c’è un altro territorio che possa fare da punto di riferimento comodo per il lettore? Il giornalismo dozzinale è ormai una forma d’arte così immiserita che i suoi praticanti non si possono neppure prendere la briga di perdere i cinque secondi per cercare su Google informazioni necessarie a creare gemme originali come «tre volte la California» o «due Nevada e un’Arizona» o «grande quasi come l’Alaska se non contiamo le isole Aleutine»?
Il vero problema è che, anche se due Texas coprono un milione e mezzo quasi pulito di chilometri quadri, nessuno sa quanto sia veramente grande la Chiazza di immondizia. A differenza del Texas e, cosa essenziale, a differenza di un’isola, non ha un confine ben definito, ma è solo un’area approssimativa. E allora diciamo solo che è grande e lasciamola così.
Un’analogia più appropriata sarebbe con un ecosistema. Sistema è la parola giusta, nel senso di qualcosa di ben più complesso di un semplice oggetto galleggiante. Da pezzi di polistirolo grandi come tonni e reti da pesca scartate, in agguato come enormi meduse, fino a grumi microscopici sospesi in acqua come plancton artificiale, è un enorme simulacro di plastica dell’oceano vivente che lo ospita. E proprio perché è così complesso, e così lontano dalla terraferma, della sua natura si sa pochissimo.
Nessuno sa per certo da dove venga di preciso tutta questa roba, ma più o meno si è d’accordo che per la stragrande maggioranza venga dalla terraferma. Una quantità sorprendente di spazzatura riesce a evitare le discariche; e quando questo succede spesso si fa strada fino al mare, attraverso canali di scolo, fiumi o altri percorsi.
Dato che gli oggetti di plastica non si degradano facilmente, ammesso che prima o poi lo facciano, hanno tutto il tempo che vogliono per allontanarsi da terra e trovare le correnti oceaniche. Una bottiglia di plastica colta dalle correnti al largo di San Francisco si sposta verso sud via via che si addentra nel Pacifico, arrivando alle latitudini del Messico e addirittura del Guatemala prima di puntare decisamente verso ovest, presa dal Vortice subtropicale del Pacifico settentrionale. Questo enorme vortice antiorario trasporta la bottiglia dritto in direzione delle Filippine e poi a nord verso Taiwan, vicino al Giappone e poi di nuovo indietro, lungo l’Alaska e verso il resto del Nordamerica.
Il Vortice gira e gira, e riteniamo che le bottiglie di plastica e i caschi di protezione del Nord Pacifico gli vadano appresso, finché raggiungono le zone più calme alle estremità est e ovest di questo nastro trasportatore oceanico. Sono le Chiazze di immondizia orientale e occidentale. (È a quella orientale che è rivolta tutta l’attenzione, perché è più vicina agli Stati Uniti ed è stata scoperta per prima.) Qui la nostra bottiglia di plastica trova i suoi amici: tutti gli altri oggetti e pezzi di plastica che sono riusciti a trovare la strada attraverso l’oceano nel corso di chissà quanto tempo. E qui aspettano, anno dopo anno, frammentandosi sotto l’azione delle onde, per strangolare tartarughe sfortunate, per strozzare albatri troppo intraprendenti che scambiano la plastica per cibo, e per farsi mangiare dai pesci.
A un certo punto arrivano scienziati e ambientalisti e avventurieri. Se nella storia della nostra plastica qualcosa galleggia, la Chiazza di immondizia è il posto dove si può trovare: le nostre bottiglie, i nostri teloni di plastica, i nostri imballaggi a bolle, i «granuli leviganti» dei nostri saponi esfolianti. È tutto qui, pronto per dargli la caccia.
O almeno, così speravo. Ma visto che non ci passa nessuna nave di linea, come facevo a sincerarmene? Il che ci porta a un altro fatto interessante sulla Chiazza di immondizia: non l’ha vista praticamente nessuno. Bisogna essere dei naviganti di prima categoria per arrivarci. E non c’è quasi nessun motivo che spinga chi va per mare ad andarci. Chiunque abbia un panfilo o simili è più interessato a luoghi come le Hawaii, o le Bahama, o qualunque altro posto. Invece la Chiazza di immondizia, come è intrinseco nella sua formazione, è nel bel mezzo del più grande niente del pianeta.
L’estate precedente, quella del 2009, il Vortice aveva visto varie spedizioni di ricercatori e attivisti; così mi attaccai al telefono e iniziai una campagna di prolungato tormento che sperai mi avrebbe dato accesso a uno dei viaggi di quest’anno. E fu così che conobbi il Progetto Kaisei.

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