• sabato 8 giugno 2013

Nessuno sa di noi

di Matteo Maio - Caffeina

Luce è incinta di 29 settimane quando un'ecografia mostra che suo figlio «è troppo corto» e qualcosa non va: il primo capitolo del romanzo di Simona Sparaco

A parte noi stessi, quasi Nessuno sa di noi. E questa è una certezza. Ma è anche una storia, quella che Simona Sparaco, 34enne, romana, racconta con una scrittura nitida e potente affrontando uno dei temi più complessi e tabù dei giorni nostri. È la storia controversa e coraggiosa di due futuri genitori, Luce e Pietro, alle prese con la decisione più importante e dolorosa della loro vita: dopo anni di tentativi di avere un figlio, durante una delle ultime ecografie prima del parto la ginecologa scopre che il piccolo Lorenzo «è troppo corto» e che ha qualcosa che non va. È la storia di un mondo che si lacera improvvisamente e di un amore grande che tenta in tutti i modi di ricucirlo.

“Nessuno sa di noi” è stato pubblicato da Giunti Editore ed è tra i dodici finalisti al Premio Strega. In occasione della rinnovata collaborazione tra il Festival Caffeina Cultura e il Premio Strega, ne pubblichiamo il primo capitolo.

***

Siamo tutte qui.
Ognuna con il proprio trofeo, più o meno in evidenza, e la cartella clinica sottobraccio. Tutte ordinatamente sedute, come a scuola per un richiamo dal preside. Qualcuna sfoglia una rivista, con l’espressione vaga e compiaciuta di chi sa che la passerà liscia. Qualcun’altra, invece, se ne sta a testa bassa, con le mani serrate in un intreccio nervoso. Come se dietro quella porta color pastello ci fosse davvero la minaccia di un’espulsione.
Siamo tutte madri nell’attesa di un’ecografia.
Una di loro mi chiede di quante settimane sono, io le rispondo a malapena e Lorenzo mi dà un calcio. Sembra voglia ricordarmi che non sono più sola, che d’ora in avanti devo sforzarmi di diventare più socievole anche per lui. Soltanto in questa sala d’attesa si potrebbero contare sette possibili futuri compagni di giochi. E poi rimane così, con il piede puntato sotto il mio sterno. Lo immagino con il broncio e la stessa mia tenacia di quando mantengo il punto. Del resto, sono ventinove settimane e due giorni che non faccio altro. Lavorare di fantasia.
Pietro mi siede accanto. Ogni volta indossa il maglione a scacchi verde e blu, quello del giorno della laurea, con i pelucchi e i fili che pendono da tutte le parti. Dice che è un fatto scaramantico. Sta guardando le ecografie precedenti, dalla transnucale alla morfologica, magari cercando, in quell’intricato gioco d’ombre, il suo naso o la mia bocca, il taglio d’occhi di sua madre, che sembra uscita da un film muto, o la forma del viso di mio nonno, il partigiano, che aveva un sorriso così fiero. Intanto io rifletto sulla scelta del colore che ho appena dato alle pareti della nuova cameretta. Alla fine non è venuto fuori quell’azzurro sfumato in una gradazione di grigio che avevo visto la prima volta su un catalogo francese e che mi era piaciuto tanto, questo, appena asciugato, è diventato finto, un azzurro da film in technicolor anni cinquanta. Chissà perché sono sempre così insignificanti i pensieri, un attimo prima dell’impensabile.
È il mio turno. Dallo studio esce una giovane donna. È sola, sul ventre un gonfiore appena accennato. Lo sguardo esitante ma già carico di promesse. La dottoressa si affaccia sulla soglia e mi fa cenno di entrare.
«Prego.»
Mi alzo e la raggiungo. Pietro mi segue in silenzio. La salutiamo entrambi con un mezzo sorriso impaziente.
«Luce, come sta?» domanda, chiudendoci la porta alle spalle.
«Come una grossa incubatrice» rispondo con uno sbuffo ironico.
«Lo sa che da quando ho scoperto la sua rubrica, mi sono abbonata al settimanale?»
La ringrazio, senza rendermene conto, con una frase qualsiasi di circostanza. Mi avvicino subito al lettino. Ho fretta di alzarmi il vestito e tornare a guardarlo.
Pietro apre il raccoglitore plastificato dove custodisce i referti degli esami precedenti, ma la dottoressa lo blocca con un gesto della mano. Si vede che è il nostro primo figlio.
«Andiamo bene» commenta squadrando il mio ventre tondo come un uovo gigante. «È cresciuta parecchio.»
Io sono già distesa e ho il vestito arrotolato sul petto. Fisso la sonda ecografica, a pochi centimetri da me, come un drogato in astinenza davanti a una dose di metadone. Pietro mi stringe una mano. La dottoressa ci sorride. Sì, andiamo bene. È sorridente anche quando accende il monitor e mi spreme sulla pelle tesa un vermicello di gel, freddo e trasparente. «Prima di Natale avete tutte una gran fretta» scherza sottovoce. «Sembra che vi mettiate d’accordo per prendere appuntamento lo stesso giorno.» Nel frattempo, con la sonda spalma il gel in un’ampia spirale, premendo con delicatezza sotto l’ombelico. Ma quando sul monitor compare finalmente la testa di Lorenzo, smette di sorridere. Di colpo, le guance le ricadono ai lati della bocca, come due sacche flaccide e rugose. E tra le sopraciglia, le si forma un solco profondo, una piega di costernazione.

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