Perché non porto una pistola

Riccardo Gazzaniga, poliziotto e scrittore, spiega perché i luoghi comuni sull'utilità delle armi sono quasi sempre luoghi comuni

Riccardo Gazzaniga è un poliziotto che lavora nella caserma di Bolzaneto ed è uno scrittore che ha pubblicato con Einaudi il romanzo “A viso coperto”, in cui racconta lo scontro tra un gruppo di ultras del Genoa e una squadra di celerini. Su Repubblica di ieri Riccardo Gazzaniga, che con il suo libro ha vinto il Premio Calvino e che è stato intervistato anche da Daria Bignardi alle Invasioni Barbariche, ha scritto un articolo a commento di un’inchiesta sulle armi in Italia in cui si dice che nel nostro paese ci sono dieci milioni di armi legali e che le richieste per avere una licenza sono raddoppiate rispetto al 2000, con la motivazione di una legittima difesa. Gazzaniga spiega il suo rapporto con la pistola d’ordinanza e tutte quelle situazioni in cui non servirebbe a nulla.

Ricordo bene la prima volta che mi consegnarono la pistola d’ordinanza, alla fine del primo corso in Polizia. Aveva un suo strano fascino. Pesante, scura, un insieme di congegni perfetti, efficaci, micidiali. Era una Beretta, ovviamente, perché mezzo mondo usa pistole italiane, come la storica 92, nelle sue molteplici sigle e derivazioni. Armi che rappresentano un’eccellenza tutta nostra, perché non fanno quasi mai cilecca, risentono poco delle condizioni atmosferiche, non necessitano di grandi cure. I primi giorni la pulivo sempre, la mia Beretta.

La osservavo con riverenza, perché per mesi ci avevano insegnato come maneggiarla e, soprattutto, quanto temerla. Gli istruttori ci avevano fatto il lavaggio del cervello: i controlli di sicurezza sempre doppi, per non sbagliare. L’arma mai rivolta contro qualcuno, nemmeno scarica, nemmeno per scherzo. Mai. Più di un mese a fare operazioni «in bianco » senza caricatori e pallottole, prima di andare in poligono. E, una volta lì, concentrati, in silenzio, qualsiasi movimento con la pistola rivolta al bersaglio.

Ricordo che quando la guardavo, mi trasmetteva un oscuro senso di forza, invulnerabilità. Qualsiasi cosa mi fosse capitata, qualsiasi situazione mi si fosse presentata davanti, io avevo una pistola. La tenevo con me in servizio e fuori, complicata da nascondere sotto i vestiti, impossibile da mettere in uno zaino per il rischio folle di perderla, farsela rubare, dimenticarla nel bagno di qualche bar. L’ho portata con me per qualche mese, giusto il tempo di rifletterci su. Oggi la prendo solo per lavorare o in situazioni particolari, ma non vedo l’ora di riporla in una cassetta di sicurezza.

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