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  • Martedì 14 maggio 2013

La Londra di Pepys Road

L'inizio dell'ultimo romanzo di John Lanchester, che descrive gli sviluppi urbani e sociali londinesi di questi anni

Pepys Road (Capital, nella versione originale uscita nel Regno Unito un anno fa) è l’ultimo romanzo dello scrittore britannico John Lanchester, pubblicato da poco in Italia da Mondadori. Racconta le storie di diversi personaggi che vivono in un quartiere di Londra a sud del Tamigi in grande sviluppo culturale e sociale, e racconta molto la stessa Londra di questi anni. Pepys Road esiste davvero, ma Lanchester ne ha reinventato la storia, introdotta nel prologo del romanzo.

All’alba di un mattino di fine estate, un uomo con felpa e cappuccio si aggirava a passi lenti e silenziosi per un’anonima via del sud di Londra. Stava facendo qualcosa, ma per chi l’avesse visto sarebbe stato difficile indovinare che cosa. Un po’ si avvicinava furtivo alle case, un po’ se ne allontanava. Un po’ guardava in giù, un po’ guardava in su. Chi l’avesse osservato con attenzione avrebbe potuto notare che il giovane aveva con sé una piccola videocamera ad alta definizione – solo che non c’era nessuno a osservarlo. A parte il giovane, la via era deserta. Anche i più mattinieri non si erano ancora alzati, e quel giorno non c’era la consegna del latte a domicilio e neanche la raccolta dei rifiuti. Forse lui lo sapeva, e il fatto che stesse filmando le case proprio in quel momento non era una coincidenza.

La strada in cui stava filmando si chiamava Pepys Road. Somigliava a tante altre vie di quella zona della città. Le case risalivano quasi tutte alla stessa epoca. Erano state costruite da un imprenditore edile alla fine dell’Ottocento, negli anni del boom seguiti all’abolizione della tassa sul mattone. L’imprenditore aveva assoldato un architetto della Cornovaglia e dei muratori irlandesi e le case erano state costruite nel giro di diciotto mesi. Erano palazzine a tre piani, e non ce n’erano due identiche, perché l’architetto e i suoi operai avevano inserito minuscole varianti nella forma delle finestre o dei camini, o nelle rifiniture. Come riportava una guida all’architettura della zona: “Una volta notato, è interessante osservare gli edifici per individuare le piccole differenze”. Quattro fra le case della via avevano le finestre su entrambi i lati dell’ingresso, ed erano grandi il doppio delle altre; inoltre, considerando che lo spazio è un lusso, valevano il triplo di quelle con le finestre su un solo lato. Il giovane pareva particolarmente interessato a filmare queste case più grandi e costose.

Gli immobili di Pepys Road erano stati costruiti per un mercato ben preciso: l’idea era che avrebbero dovuto attrarre famiglie piccolo-borghesi disposte ad abitare in una zona poco prestigiosa in cambio di una casa a schiera sufficientemente grande da poter alloggiare i domestici. Nei primi tempi gli abitanti non erano avvocati, notai o medici, ma loro dipendenti: persone rispettabili, che aspiravano a migliorare il proprio status. Nei decenni successivi, la composizione demografica oscillò per età e ceto, e la via fu più o meno ambita da giovani famiglie in ascesa sociale a seconda che la zona acquistasse o perdesse valore. Durante la Seconda guerra mondiale il quartiere fu bombardato, ma Pepys Road venne risparmiata fino al 1944, quando un razzo V-2 la colpì, distruggendo due case più o meno a metà della via. Quel buco rimase a lungo, come un paio di incisivi mancanti, finché negli anni Cinquanta non fu costruito un nuovo immobile con balconi e portefinestre, un pugno nell’occhio in mezzo all’architettura vittoriana. Nel corso di quel decennio, in quattro case della via abitavano famiglie appena arrivate dai Caraibi, i cui padri lavoravano tutti per l’azienda dei trasporti pubblici londinesi. Nel 1960 un piccolo tratto irregolare di terreno erboso a un’estremità di Pepys Road, vuoto da quando l’edificio che vi sorgeva era stato abbattuto dalle bombe tedesche, fu cementificato, e vi fu costruito un negozietto, con due stanze al piano terra e due al piano di sopra.

Difficile indicare il momento esatto in cui Pepys Road cominciò la sua scalata sociale. Si potrebbe ipotizzare che si accodò al crescere della prosperità britannica, emergendo dalla scialba crisalide dei tardi anni Settanta per trasformarsi in una farfalla dai colori squillanti nel decennio thatcheriano e nel corso del lungo boom economico che seguì. Ma non era quella l’impressione di chi vi abitava – anche perché le persone che vi abitavano andavano cambiando. Con il lento aumentare dei prezzi delle case, i lavoratori, indigeni e immigrati, vendettero e si trasferirono, di solito in cerca di case più spaziose e in zone più tranquille, dove abitava gente come loro. I nuovi arrivati erano generalmente famiglie più borghesi, i cui mariti avevano lavori pagati in modo decente ma non eccezionale, e le cui mogli si occupavano dei figli – perché quelle erano ancora case, come sempre erano state, ambite da famiglie giovani. Poi, con l’aumentare dei prezzi e il mutare dei tempi, i nuovi arrivati cominciarono a essere famiglie in cui lavoravano entrambi i genitori, che affidavano i figli a qualcun altro, fuori o dentro casa.

I proprietari delle case cominciarono a ristrutturare, non all’occorrenza come nei decenni precedenti, ma con interventi sistematici, abbattendo i muri e creando spazi aperti, secondo la moda che si era affermata negli anni Settanta e che in effetti non è più tramontata. Le soffitte vennero rese abitabili; quando negli anni Ottanta il consiglio comunale si spostò a sinistra e non concesse più i permessi per quel tipo di interventi, alcuni abitanti della zona si associarono per intraprendere un’azione legale comune, vincendo una causa che sancì il diritto a espandere le case in altezza e stabilendo un precedente. La loro argomentazione era in parte che quelle case erano state costruite per famiglie, e che riattare le soffitte era assolutamente nello spirito con cui le case erano state costruite – il che era vero. Nelle case della via c’erano sempre lavori in corso: cassoni per i calcinacci sui marciapiedi, camion delle imprese edili in mezzo alla strada, impalcature, e un costante battere spaccare trapanare martellare e rombare, oltre al chiacchiericcio delle radioline accese dei muratori. Le attività rallentarono un po’ nel 1987, dopo il tracollo del settore immobiliare, ma ripresero dieci anni dopo. Verso la fine del 2007, dopo parecchi anni di un nuovo boom, capitava spesso che nella via ci fossero contemporaneamente due o tre case in ristrutturazione. La nuova moda era costruire seminterrati abitabili, a un costo che partiva da un minimo di 100.000 sterline. Ma, come amavano precisare le persone che scavavano nelle fondamenta della propria casa, quei lavori, anche se bisognava spendere centinaia di migliaia di sterline, facevano aumentare il valore dell’immobile almeno di altrettanto, perciò, da un certo punto di vista – e, dal momento che molti dei nuovi residenti lavoravano nella City, si trattava di un punto di vista piuttosto diffuso – la ristrutturazione dei seminterrati era a costo zero.

Tutto ciò faceva parte di un notevole cambiamento nella natura di Pepys Road. Nel corso della sua storia, in quella via era successo quasi tutto quel che poteva succedere. Molte, molte persone si erano innamorate e disamorate; una ragazzina aveva ricevuto il primo bacio, un vecchio aveva esalato l’ultimo respiro, un notaio di ritorno a casa dalla metropolitana dopo il lavoro aveva alzato gli occhi al cielo, azzurro per essere stato spazzato dal vento, e aveva provato un improvviso senso di conforto religioso, la sensazione che questa vita non può essere tutto, e che non è possibile che la coscienza abbia fine con la fine della vita; alcuni bambini erano morti di difterite, e qualcuno si era fatto di eroina nei gabinetti, e giovani madri avevano pianto sopraffatte dalla stanchezza e dall’isolamento, e qualcuno aveva progettato la fuga, e si era preparato a una grande occasione, e aveva vegetato davanti al televisore, e aveva dato fuoco alla cucina dimenticandosi di spegnere la friggitrice, ed era caduto dalle scale, e gli era successo tutto ciò che può succedere nel corso di una vita, nascita e morte e amore e odio e felicità e tristezza e sentimenti complessi e sentimenti semplici e ogni singola sfumatura intermedia.

Adesso però la storia aveva preso una piega stupefacente per gli abitanti di Pepys Road. Per la prima volta nella storia, le persone che vivevano in quella via erano, secondo gli standard globali e forse anche secondo quelli locali, ricche. Ciò che li rendeva ricchi era il fatto stesso di abitare in Pepys Road. Erano ricchi semplicemente per questo, perché adesso, come per magia, tutte le case di Pepys Road valevano milioni di sterline.
Questo causò uno strano capovolgimento. Per la maggior parte della sua storia, la via era stata abitata più o meno dallo stesso tipo di persone per cui era stata costruita: i non troppo abbienti con aspirazioni. Erano felici di abitarvi, e abitarvi era parte di un impegnativo e risoluto sforzo per migliorare la propria posizione, per far vivere bene se stessi e le proprie famiglie. Ma le case erano lo scenario delle loro vite: erano una parte importante della vita, il teatro degli eventi, ma non i personaggi principali. Adesso invece le case erano diventate così preziose per le persone che già ci abitavano, e così costose per le persone che ci si erano trasferite di recente, da essere diventate esse stesse protagoniste.

Tutto era avvenuto dapprima in modo lento, graduale, man mano che i prezzi aumentavano restando intorno alle poche centinaia di migliaia di sterline, poi, quando quelli che lavoravano nella finanza cominciarono a scoprire la zona, e i prezzi in generale presero a salire sempre più in fretta, e le persone cominciarono a riscuotere enormi bonus, bonus equivalenti a tre o quattro volte il loro presunto stipendio annuale, bonus che erano grossi multipli della media salariale nazionale, e un generale clima di isteria si impadronì di tutto ciò che riguardava i prezzi delle case – allora, tutt’a un tratto, i prezzi presero ad aumentare così rapidamente che pareva fossero dotati di volontà propria. C’era una frase che risuonava di decennio in decennio, una frase tipicamente inglese: «Hai sentito quanto hanno preso per quella casa laggiù?». Un tempo, la cifra straordinariamente grande di cui si stava parlando superava a malapena le diecimila sterline. Poi si iniziò a parlare di multipli di diecimila. Poi si passò ai centomila e più, poi a parecchie centinaia di migliaia, e adesso si era arrivati a cifre con sei zeri. Cominciò a essere normale discutere in continuazione dei prezzi delle case; l’argomento saltava fuori non appena qualcuno cominciava a conversare. Quando si incontravano, le persone tiravano in ballo la questione dei prezzi delle case con un imbarazzato senso di ritegno, per poi cedere con sollievo all’irrefrenabile voglia di parlarne.

Era come il Texas durante il boom petrolifero, solo che, invece di scavare un buco nella terra per farne sgorgare combustibile fossile, alla gente bastava starsene lì a immaginare il valore della propria casa che schizzava verso l’alto così in fretta da non riuscire a stargli dietro. Di giorno, una volta che i genitori erano andati a lavorare e i bambini erano a scuola, per strada restava poca gente, a parte i muratori; ma per tutta la giornata venivano recapitati dei pacchi nelle case. Man mano che i prezzi degli immobili salivano, era come se questi prendessero vita, come se avessero desideri e bisogni propri. Furgoni della Berry Brothers & Rudd consegnavano il vino; c’erano due o tre furgoni diversi di società che provvedevano a portare a spasso i cani; c’erano fiorai, consegne di Amazon, personal trainer, addetti alle pulizie, idraulici, insegnanti di yoga, e per l’intera giornata tutti bussavano alle case come questuanti e ne venivano fagocitati. C’erano le lavanderie, c’erano le tintorie a secco, c’erano FedEx e Ups, c’erano cucce per cani, cartucce per stampanti, sedie da giardino, locandine cinematografiche vintage, dvd affittati per un giorno, occasioni trovate su eBay, capricci soddisfatti d’impulso su eBay, biciclette ordinate per posta. La gente passava per le case a chiedere la carità e a vendere qualcosa (asciugamani per i senzatetto, piazzisti di aziende elettriche o compagnie telefoniche). Venditori, istruttori e artigiani scomparivano dentro gli edifici e ne riemergevano una volta finito. Ormai le case erano come persone, persone ricche per giunta, imperiose, con propri bisogni che pretendevano soddisfazione. Per strada c’erano sempre muratori che facevano manutenzione, riattavano soffitte e cucine e abbattevano pareti e ne aggiungevano altre, e nella via c’era almeno un cassone per i calcinacci, e come minimo un’impalcatura. L’ultimo grido era ristrutturare i seminterrati e trasformarli in locali – cucine, camere dei giochi, lavanderie e stirerie – e le case che seguivano la moda avevano trasportatori a nastro per le macerie che scaricavano nei cassoni. Compressa dal peso delle case sovrastanti, quando la si scavava la terra si espandeva fino a cinque o sei volte il volume originario, e c’era qualcosa di bizzarro, addirittura di sinistro, in quegli scavi, come se la terra si enfiasse, vomitasse per reagire a quell’invasione, e sembrava che ne venisse fuori veramente troppa, come se ci fosse qualcosa di fondamentalmente innaturale nell’espandersi nel sottosuolo per ottenere più spazio, e come se lo scavo potesse andare avanti per l’eternità.

Avere una casa di proprietà in Pepys Road era come essere in un casinò dove la vittoria è assicurata. Se già ci abitavi, eri ricco. Se ti ci volevi trasferire, eri ricco. Era la prima volta nella storia in cui si verificava una cosa del genere. La Gran Bretagna era diventata una nazione di vincitori e perdenti, e tutti coloro che abitavano in quella via, per il solo fatto di abitarci, avevano vinto. E in quel mattino d’estate il giovane si aggirava per la via, filmando quella strada piena di vincenti.

(C) 2012 by Orlando Books
(C) 2013 by Arnoldo Mondadori Editore
Titolo dell’opera originale Capital