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  • venerdì 26 aprile 2013

Due condannati impiccati in Giappone

Facevano parte della Yakuza, ha detto il governo, ma ci sono state molte proteste tra gli attivisti per i diritti umani

Venerdì 26 aprile in Giappone due persone condannate a morte sono state uccise tramite impiccagione. È la seconda serie di esecuzioni dallo scorso febbraio, quando furono uccisi tre detenuti condannati per omicidio. Attivisti e sostenitori dell’abolizione della pena di morte, nel paese e anche all’estero, hanno protestato per le nuove esecuzioni.

Il ministro della Giustizia giapponese, Sadakazu Tanigaki ha spiegato in una conferenza stampa che i due condannati a morte erano Katsuji Hamaski, di 64 anni, e Yoshihide Miyagi, di 56 anni, entrambi appartenenti all’organizzazione criminale della Yakuza, spesso definita in Occidente con una certa semplificazione la “mafia giapponese”. I due detenuti erano stati catturati dalla polizia dopo una sparatoria a Chiba, a sud-est di Tokyo, nel 2005 in cui erano morti due appartenenti a una banda rivale.

Il Giappone non ha mai abolito la pena di morte, che può essere applicata in caso di condanna per omicidio o per alto tradimento. Nella seconda metà del Novecento nel paese sono state condannate a morte quasi 800 persone, e oltre 600 di queste sono state uccise. La legge prevede che l’esecuzione sia effettuata entro sei mesi dall’ultimo appello non accolto, presentato dal condannato. Per essere effettuata, ci deve essere un ordine esplicito da parte del ministro della Giustizia.

Questo meccanismo riduce, almeno in parte, la permanenza dei condannati in carcere in attesa di esecuzione. In media un condannato viene ucciso dopo cinque – sette anni dalla condanna. Molto dipende comunque dai singoli casi e da eventuali eccezioni.

L’esecuzione dei detenuti avviene esclusivamente per impiccagione. Dopo che il ministro della Giustizia ha firmato l’ordine, i detenuti sono avvisati la mattina stessa del giorno in cui saranno uccisi. Ogni detenuto ha la possibilità di scegliere il proprio ultimo pasto. I familiari e i legali del condannato sono avvisati a esecuzione avvenuta. Si stima che dopo le due esecuzioni di oggi ci siano 134 condannati a morte in attesa.

Il ministro della Giustizia ha spiegato di avere riflettuto a lungo prima di firmare gli ordini di esecuzione per i due condannati a morte, definiti dallo stesso ministro “crudeli e senza scrupoli”, perché fecero fuoco per uccidere i loro rivali tra la gente, rischiando di ferire persone che non c’entravano nulla con il loro regolamento di conti.

Amnesty International, organizzazione che tra le altre cose si batte da anni per l’abolizione della pena di morte, ha criticato duramente le due nuove esecuzioni. Secondo Amnesty, in Giappone si sta verificando una escalation e il governo del primo ministro del Partito Liberal Democratico (LDP), Shinzo Abe, è considerato il principale responsabile. Il governo si è insediato a fine dicembre 2012, e quindi in pochi mesi ha autorizzato l’esecuzione di cinque detenuti. Durante i tre anni di governi del Partito Democratico del Giappone la quantità di esecuzioni era diminuita sensibilmente. Nel 2011 non ci fu nemmeno un’esecuzione, cosa che non succedeva da quasi 20 anni.

Il Giappone e gli Stati Uniti sono gli unici due paesi del G8 che applicano ancora la pena di morte. In Italia, Germania, Francia, Regno Unito e Canada è stata abolita. In Russia è presente nel codice, ma è di fatto non più applicata dal 2009 grazie a una moratoria, che sarà mantenuta fino a tempo indefinito in attesa dell’abolizione vera e propria. Nel dicembre del 2007 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato con 104 voti a favore, 54 contrari e 29 astenuti una moratoria universale della pena di morte. Tra i paesi che hanno votato contro ci sono Cina, India, Iraq, Iran e gli stessi Stati Uniti e Giappone.

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