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  • sabato 2 marzo 2013

La guerra ai mammiferi in Nuova Zelanda

di Davide Maria De Luca – @DM_Deluca

Topi, gatti e, sopratutto, opossum (ce ne sono sei per ogni neozelandese) minacciano la fauna di uccelli dell'isola: si discute molto della proposta di sterminarli tutti

Il periodico statunitense Atlantic ha raccontato ieri il nuovo dibattito cominciato da qualche mese in Nuova Zelanda dove politici, giornalisti e zoologici discutono se e come rendere più dura la guerra che si combatte sull’isola contro gli animali nocivi – e che già vede il governo impegnato a seminare le foreste con tonnellate di pastiglie velenose. Alcuni parlano di creare grandi aree recintate completamente libere da questi animali nocivi. Altri invece suggeriscono un approccio più diretto e il loro totale sterminio.

I bersagli di questa guerra, contrariamente a quanto potrebbe pensare un europeo, non sono zanzare, scarafaggi o piccioni. Il nemico, per i neozelandesi, è costituito dai mammiferi. E tra questi il pericolo numero uno è l’opossum, un piccolo marsupiale arboreo, e in particolare la specie Trichosurus vulpecula, che dopo essere stato importato nel paese alla fine dell’Ottocento ha letteralmente invaso il paese.

La storia di questa campagna contro i mammiferi che ha portato a diversi dibattiti sui principali giornali del paese affonda le sue radici nella nascita stessa dell’isola: ovvero, a qualche decina di milioni di anni fa. Quando la Nuova Zelanda si separò circa 85 milioni di anni fa dalla Gondwana, il grande continente che comprendeva Africa, Australia e Antartide, era completamente priva di mammiferi (ma c’era qualche dinosauro). O almeno questa è la versione più conosciuta: ricerche recenti hanno mostrato che in realtà sull’isola esistevano piccoli mammiferi, che non diventarono mai più grandi di un topolino e che probabilmente si estinsero circa 16 milioni di anni fa (a questi vanno aggiunti i pipistrelli che arrivarono volando sull’isola).

Più in generale, anche le altre specie non si trovavano particolarmente a loro agio sull’isola. C’erano alcune rane – caso piuttosto raro in un’isola – e praticamente nessun rettile, a parte il tuatara, una specie di lucertola lunga una decina di centimetri. Il tuatara esiste ancora oggi ed è ritenuto un fossile vivente, nel senso che è praticamente identica ai fossili dei suoi antenati di decine di milioni di anni fa.

I padroni dell’isola erano, e in un certo senso sono tuttora, gli uccelli. Liberi di evolversi in forme e dimensioni diverse, quasi privi di predatori, gli uccelli prosperarono nell’isola per milioni di anni. «Questa è la più melodiosa delle musiche selvagge che abbia mai sentito», scrisse sul suo giornale di bordo il capitano James Cook, lo scopritore dell’Australia, quando approdò la prima volta in Nuova Zelanda.

I neozelandesi prendo questa storia naturale molto sul serio. Il simbolo nazionale è il kiwi, un goffo uccello che non è più capace di volare, e “kiwi” è anche il nomignolo che usano i neozelandesi per riferirsi a sé stessi. Radio NZ, tutte le mattine prima del notiziario, trasmette un minuto di canti di uccelli. E oggi, pur di difendere la loro fauna, alcuni chiedono di spendere fino a 20 milioni di euro per affrontare una volta per tutte il problema degli animali nocivi, cioè i mammiferi.

Il problema, infatti, è che la colorata fauna di uccelli neozelandesi si è evoluta per milioni di anni senza dover fare i conti con l’aggressiva competizione dei mammiferi. Ma da quando sono arrivate le prime navi europee, insieme ai coloni scesero a terra anche i primi mammiferi. I roditori cominciarono ad assaltare i nidi indifesi per rubare le uova o mangiare i piccoli, i gatti cominciarono a predare anche gli individui adulti mentre i conigli iniziarono una competizione sleale per la flora di cui si nutrivano gli uccelli. Ma tra tutti questi animali il più odiato di tutti è l’opossum: è un animale arboreo, quindi occupa lo stesso habitat di molti uccelli, e si riproduce in fretta: si stima che ce ne siano attualmente 30 milioni in tutta l’isola, 6 per ogni cittadino neozelandese. Ma, cosa più grave di tutte – scrive ironicamente l’Atlantic – a differenza degli altri, è australiano.

Già oggi il governo fa spargere migliaia di piccole sfere di veleno dall’odore di cannella in alcune delle aree più remote della foresta, per cercare di proteggere dai mammiferi le zone di riproduzione delle specie più a rischio. La gran parte delle isole che circondano la Nuova Zelanda sono state liberate negli scorsi anni da tutte le specie animali non autoctone, ma negli ultimi mesi queste misure ad alcuni non sono sembrate più sufficienti.

Tra gli altri, un milionario ha creato una fondazione per raccogliere un milione di dollari con cui portare a compimento lo sterminio dei roditori che abitano le isole degli Antipodi – la campagna si chiama Million Dollar Mouse, un topo da un milione di dollari. Alcuni professori hanno iniziato un dibattito sulla radio dal titolo “Uccidi un ermellino, salva la Nuova Zelanda”. C’è anche chi ha proposto di includere i gatti domestici nello sterminio, suscitando feroci polemiche. Dietro queste campagne non c’è soltanto una specie di nazionalismo faunistico.

Tenere sotto controllo le specie non autoctone è effettivamente importante per preservare la biodiversità dell’isola che tra l’altro, grazie al turismo, costituisce una delle principali risorse dell’economia neozelandese. I piani di sterminio totale, in ogni caso, sono probabilmente destinati a restare sulla carta. Si tratterebbe non solo di operazioni molto costose, decine o forse addirittura centinaia di milioni di euro, ma che richiederebbero soprattutto moltissimo tempo: non meno di vent’anni, stimano i naturalisti.

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