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  • giovedì 28 febbraio 2013

I papi degli altri

di Matteo Miele – @matteomiele

Come si eleggono i capi delle altre religioni: quello copto, il Catholicos e il Dalai Lama, tra gli altri

A breve i media europei e di (quasi) tutto il mondo si concentreranno sul Conclave, l’elezione del Vescovo di Roma e dunque papa della Chiesa cattolica. Cerchiamo di vedere, brevemente e sommariamente, come le altre Chiese e religioni scelgono le proprie guide.

In Egitto la comunità copta ha anch’essa un proprio “papa”. Questo è in effetti il titolo concesso al capo dei cristiani egiziani. Il nome del papa dei copti è estratto a sorte da un bambino che sceglie, bendato, tra tre candidati, che erano stati “filtrati” in precedenza dalle autorità ecclesiastiche. L’attuale papa, numero centodiciotto, è Theodoros (Tawadros) II, scelto lo scorso novembre nella Cattedrale di San Marco del Cairo. Egli è infatti il successore di San Marco, evangelizzatore dell’Egitto.

Il papa di Roma, è noto, è invece considerato il successore di San Pietro. Comunque Pietro, oltre ad essere stato Vescovo di Roma, fu anche Patriarca d’Antiochia. Oggi però quel titolo è “condiviso” da cinque persone, appartenenti a diverse denominazioni cristiane, tra le quali vi è anche un cattolico, Béchara Boutros Raï, nominato cardinale da Benedetto XVI lo scorso novembre e che sarà dunque presente al Conclave.

Rimanendo nell’Oriente cristiano, il primo paese a dichiarare la religione cristiana come religione di Stato fu l’Armenia nel 301. A capo della Chiesa nazionale armena c’è il Catholicos di tutti gli armeni, attualmente nella persona di Karekin II, in carica dal 1999. Il suo predecessore Karekin I, prima di essere scelto Catholicos di tutti gli armeni, era stato anche Catholicos di Cilicia (ad Antelias, in Libano), ovvero l’altro catholicosato armeno, di origine medievale. Durante l’epoca sovietica si era approfondita la frattura tra le due sedi: la sinistra armena (rappresentata dalla Federazione rivoluzionaria armena, il Dashnak, anti-comunista) aveva sostenuto la Sede di Cilicia, mentre i conservatori si erano schierati dalla parte del Catholicos di tutti gli armeni che aveva e ha sede ad Echmiadzin, allora in URSS. Il Catholicos armeno è eletto da un consiglio composto da religiosi, ma anche da laici.

Strutture decisamente meno verticistiche di quelle delle Chiese cristiane sono quelle delle Comunità ebraiche. Innanzitutto il rabbino non è un sacerdote, ma è un maestro (questo il significato originario della parola). Nell’ebraismo ortodosso (l’ebraismo maggioritario in Israele e nel resto del mondo, con l’eccezione del Nord America) non esiste un capo assoluto. Ci sono delle figure particolarmente importanti, le cui decisioni non sono comunque vincolanti per ebrei appartenenti a differenti tradizioni. Gli ebrei infatti si dividono principalmente in due grandi “rami”: gli ashkenaziti e i sefarditi, a seconda dei propri luoghi d’origine. I primi sono originari della Germania e si sono diffusi in particolare in Europa centro-orientale, mentre i secondi provengono dalla penisola iberica e sono migrati, dopo le espulsioni di fine ‘400, negli altri paesi mediterranei (esistono poi anche altre tradizioni, come ad esempio gli ebrei italiani o gli ebrei etiopi che non sono né sefarditi né ashkenaziti).

Come detto non esistono però vertici “centrali”. Un posto d’onore può essere naturalmente assegnato ai due rabbini-capo di Israele (uno per gli ashkenaziti e uno per i sefarditi), eletti da una commissione di nomina religiosa e ministeriale. In effetti la scelta di un rabbino-capo ha una serie di implicazioni anche sulla vita sociale e civile laica in Israele, laddove, a fronte di una Corte Suprema spesso progressista (che è arrivata a riconoscere la validità dei matrimoni omosessuali celebrati all’estero), c’è ancora un diritto di famiglia erede del sistema ottomano che lascia molte questioni nelle mani dei diversi capi e tribunali religiosi. Le elezioni per i rabbini-capo si tengono ogni dieci anni.

Il film “Kundun” di Martin Scorsese è una buona rappresentazione del metodo utilizzato nel buddhismo tibetano per scegliere il Dalai Lama. Dopo la morte del suo predecessore, una serie di visioni conducono i monaci ad un bambino e quest’ultimo verrà sottoposto ad una serie di prove. In primo luogo deve avere particolari segni sul corpo e poi deve riconoscere degli oggetti appartenuti al precedente Dalai Lama. In realtà, secondo il tibetologo italiano Giuseppe Tucci, sarebbero gli altri lama a guidare il prescelto con la forza del pensiero. Questo “metodo” non è esclusivo per il Dalai Lama che, va ricordato, è il capo della sola Scuola dei Berretti gialli e non di tutto il buddhismo tibetano. Il Dalai Lama sarebbe, a detta dei suoi seguaci, un “corpo di emanazione” (questione un po’ tecnica, praticamente è il corpo che gli esseri di questo mondo possono vedere) del Buddha della Compassione. Ma di questi “corpi”, così come di Buddha, ce ne sono un numero immenso.

Poi, per rafforzarne l’autorità politica, i Berretti gialli iniziarono a dire che anche lo scimmione che accoppiatosi con un’orchessa avrebbe dato origine al popolo tibetano, e il re Songtsen Gampo – al cui regno, secondo la tradizione tibetana, risalirebbe la prima diffusione del buddhismo in Tibet – erano manifestazioni dello stesso Buddha. Un “incarico” concepito in questo modo, ovviamente, dura tutta una vita: per i buddhisti, anche oltre.

In Bhutan, l’ultimo regno himalayano, sono invece maggioritarie due scuole ben più antiche di quella del Dalai Lama e che, per comodità, vengono chiamate Scuole dei Berretti rossi. Il Bhutan era stato fondato da un lama tibetano, lo Shabdrung Ngawang Namgyal, nel XVII secolo (più o meno quando i Gialli stavano prendendo il potere in Tibet). È il cosiddetto periodo della “teocrazia”. Dopo la sua morte, avvenuta nel 1651, il paese si strutturò intorno ad un “sistema duale”, dove accanto ad un capo religioso coesisteva un capo politico. Oggi il capo religioso del Bhutan, il Je Khenpo, è nominato dal re ed è l’unico, oltre al monarca, a poter indossare la sciarpa di colore giallo (nel paese ogni persona porta una sciarpa di colore diverso a seconda del proprio ruolo).

foto: Dalai Lama a Delhi, India (AP Photo/Altaf Qadri)

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